Il 22 maggio Coop Alleanza 3.0 ha annunciato la chiusura del magazzino Kamila di Parma e l’avvio della procedura di licenziamento collettivo per circa 90 lavoratori, quasi tutti migranti, con contratti a tempo indeterminato e anni di esperienza.
La chiusura era prevedibile da tempo. Dopo aver utilizzato il magazzino di Parma durante la ristrutturazione del polo automatizzato di Anzola dell’Emilia, Coop ha riportato lì le attività logistiche, lasciando il sito senza commesse e i lavoratori senza alcuna prospettiva di ricollocazione. Ancora una volta il prezzo dell’automazione viene scaricato sugli addetti degli appalti.
Questa vertenza pone una questione semplice: la transizione tecnologica non può tradursi nell’espulsione di chi ha garantito per anni il funzionamento della filiera. Coop Alleanza 3.0, che ne determina organizzazione e volumi, non può sottrarsi difendendo ostinatamente il sistema degli appalti contro il quale non solo un decennio di lotte sindacali, ma ormai anche la magistratura ha promosso decine di inchieste e condanne.
Un mese di mobilitazione che non si ferma: resisteremo un minuto in più di loro
Di fronte a questi licenziamenti non siamo rimasti a guardare. Dalla fine di maggio i lavoratori, insieme ad ADL Cobas, sono in stato di agitazione permanente. In poche settimane la vertenza è cresciuta fino a coinvolgere l’intera filiera logistica Coop dell’Emilia-Romagna.
Abbiamo scioperato davanti ai cancelli del magazzino di Parma, organizzato presìdi sotto la Prefettura, Comune di Parma e Regione Emilia Romagna e iniziative pubbliche. Lo stato di agitazione si è esteso ai Ce.Di di Reggio Emilia e Cesena, dove i lavoratori hanno scelto di sostenere la lotta dei colleghi di Parma.
Il 10 giugno abbiamo promosso un Action Day davanti a numerosi punti vendita Coop dell’Emilia-Romagna e anche fuori regione. All’Ipercoop Centro Lame di Bologna, uno dei più grandi della regione, abbiamo bloccato per ore gli ingressi e le uscite con decine di carrelli vuoti: il simbolo del reddito che rischiamo di perdere e della responsabilità che Coop continua a non assumersi.
Nei giorni successivi la mobilitazione è proseguita con il blocco dell’Ipercoop Centro Torri di Parma e del magazzino dei prodotti freschi di Reggio Emilia, dove i lavoratori presenti hanno espresso concretamente la loro solidarietà.

Il 30 giugno la vertenza si è trasformata un sciopero di filiera. Si sono fermati i Ce.Di di Reggio Emilia e Cesena e soprattutto il polo logistico di Anzola, dove Coop ha trasferito le attività del magazzino di Parma. Per un’intera giornata i lavoratori licenziati insieme a numerosi solidali, tra cui non sono mancati i lavoratori di Anzola, hanno bloccato gli accessi, nonostante la presenza di polizia e carabinieri. Nel pomeriggio abbiamo occupato simbolicamente gli uffici della direzione, costringendo finalmente Coop Alleanza 3.0 a rompere un silenzio durato oltre un mese.
Coop esca dall’ombra: è ora di assumersi le proprie responsabilità
Il giorno successivo il presidente di Coop Alleanza 3.0, Domenico Trombone, ha dichiarato che la gestione della vicenda spetterbbe al fornitore. Ma nella stessa intervista ha riconosciuto che la chiusura del magazzino e le sue conseguenze erano note da tempo. È proprio questo il punto.
Nella lettera aperta che gli abbiamo inviato abbiamo infatti chiarito:
«Quando il Presidente Trombone afferma di comprendere le problematiche che portano queste decisioni, riconosce che dietro le scelte organizzative ci sono persone, famiglie e percorsi di vita. Ed è proprio questa consapevolezza che oggi può fare la differenza.»
Se Coop conosceva da anni gli effetti delle proprie scelte, oggi non può limitarsi a dire che la questione riguarda il fornitore. Ha il dovere di contribuire a una soluzione. C’è una responsabilità sociale che appartiene a tutta la filiera e che una delle più grandi cooperative del Paese non può ignorare.
Nei prossimi giorni dovrebbe essere convocato il Tavolo di salvaguardia presieduto dall’assessore regionale Giovanni Paglia. Ci presenteremo ancora con una richiesta precisa: discutere di come salvare 90 posti di lavoro, non di come gestire 90 licenziamenti.
La mobilitazione continuerà finché saranno praticabili tutte le strade per il riassorbimento dei lavoratori, la continuità del reddito e la tutela dell’occupazione.
Perché questa non è soltanto la battaglia dei 90 lavoratori di Parma. È una battaglia contro un modello che usa gli appalti per rendere invisibili le responsabilità e scarica i costi dell’innovazione sulle persone. Difendere questi posti di lavoro significa difendere tutte e tutti.



