La violenza è il carattere distintivo di questo Governo, presentatosi con l’obiettivo di cancellare gli strumenti di contrasto alla povertà e che, a colpi di decreti, impone norme autoritarie per impedire e dissuadere l’opposizione sociale in questo Paese. La violenza delle scelte di bilancio, che destinano 14 miliardi all’economia di guerra a discapito dei finanziamenti alla scuola e alla sanità, già ampiamente in difficoltà per carenza di organici e infrastrutture, come al welfare e alla casa, è una forma di devastazione ben più grave di qualche vetrina rotta.
La violenza del linguaggio con cui si gestisce il dibattito politico e la normalizzazione della guerra come condizione inevitabile rendono ridicola l’indignazione per un cestino che rotola.
La violenza di chi adotta politiche di contenimento dei salari e distrugge le politiche di transizione ecosostenibile per sostenere produzioni che, oltre a provocare danni ambientali, non garantiscono nemmeno l’occupazione, è degna del reato di saccheggio delle risorse collettive.
Le nuove generazioni, già protagoniste delle mobilitazioni sulla Palestina dello scorso anno, stanno dimostrando di leggere con chiarezza il legame tra quel genocidio, i diversi teatri di guerra e l’aumento del costo della vita. Denunciano come i tagli alla scuola e alla sanità, l’aumento dei ticket sanitari e il carovita galoppante siano conseguenze di precise scelte politiche, non di una sfortunata fatalità.
Il carovita è il terreno su cui queste scelte politiche entrano ogni giorno nella vita concreta delle persone. L’aumento dei prezzi, il costo dell’energia e dei carburanti, le difficoltà nel sostenere le spese per la casa, il cibo e i servizi essenziali, mentre i salari perdono potere d’acquisto e il lavoro povero si estende, stanno peggiorando le condizioni di vita di fasce sempre più ampie della società. Siamo di fronte a un modello economico e a precise scelte politiche che scaricano i costi della guerra, della produzione fossile e della tutela dei profitti su chi vive del proprio lavoro e su chi un lavoro non ce l’ha.
Di fronte a un’intera generazione che denuncia la mancanza di prospettive, il Governo, invece di affrontare le cause strutturali del disagio sociale, sceglie di trattare il conflitto come un problema di ordine pubblico. L’ulteriore stretta repressiva appena approvata con l’ennesimo “decreto sicurezza” rafforza gli strumenti penali e preventivi contro le proteste e rischia di trasformare un’intera generazione in un bersaglio, con effetti particolarmente pesanti sui giovani razzializzati, già esposti a discriminazioni e pratiche di controllo selettivo.
Noi decidiamo di opporci a tutto questo e di contribuire alla convergenza delle insofferenze che attraversano diversi settori della società. Le occupazioni delle scuole superiori, i cortei studenteschi e le mobilitazioni giovanili che attraversano l’Italia e diversi Paesi europei, insieme ai blocchi degli autotrasportatori e degli agricoltori, esprimono un malessere diffuso e la crescente necessità di costruire una risposta collettiva. Le nuove generazioni non denunciano soltanto un presente insostenibile, ma rifiutano un futuro senza diritti e prospettive.
È contro il carovita che vogliamo costruire un percorso di lotta capace di unificare le rivendicazioni e trasformare il malessere sociale in una forza collettiva. Perché il carovita riguarda chi lavora e chi è disoccupato, chi è precario e chi non riesce ad arrivare alla fine del mese, chi non può sostenere il costo di un affitto e chi rinuncia a curarsi perché non può permetterselo. Le condizioni di partenza possono essere diverse, ma il problema è comune: il progressivo impoverimento di chi lavora e di chi vive in condizioni di precarietà, mentre vengono garantite risorse e tutele ai profitti e all’economia di guerra.
Per questo abbiamo deciso unitariamente come Rete Intersindacale di proclamare sciopero generale il 30 ottobre: per favorire questa unificazione delle rivendicazioni, superando la settorializzazione e la separazione che il “Partito dell’Ordine” del Governo Meloni vorrebbe mantenere a tutti i costi. I problemi sono comuni, ma anche le soluzioni possono essere costruite soltanto mettendoci insieme.
Intendiamo questo sciopero non come un evento isolato, ma come il punto di partenza di un percorso di mobilitazione che metta al centro la lotta al carovita e costruisca una piattaforma condivisa di rivendicazioni, capace di tenere insieme lavoratrici e lavoratori, persone precarie e disoccupate e nuove generazioni: salari adeguati, recupero del potere d’acquisto, difesa e rafforzamento dei servizi pubblici e dell’istruzione, accesso alla casa e garanzia di condizioni di vita dignitose.
La lotta al carovita deve diventare il filo conduttore delle iniziative dei prossimi mesi, dentro e fuori i luoghi di lavoro. Contrastare l’impoverimento significa mettere in discussione le priorità di un Governo che comprime i salari per sostenere i profitti legati all’economia di guerra e alle produzioni basate sui combustibili fossili. Significa rifiutare che le risorse pubbliche vengano sottratte alla sanità, alla scuola e al welfare per alimentare la spesa militare, rivendicando che la ricchezza prodotta sia destinata ai bisogni collettivi.
Vogliamo essere protagonisti fuori e dentro i luoghi di lavoro, al fianco dei e delle giovani che si stanno schierando senza paura per il proprio futuro. Vogliamo contribuire a costruire una risposta comune alle logiche autoritarie, guerrafondaie e prive di qualsiasi prospettiva di sviluppo e progresso che ci stanno conducendo verso un crescente impoverimento sociale.
Il 30 ottobre convergiamo nelle piazze per dare forza a un movimento che si riappropri del welfare, rivendichi il diritto alla salute e a servizi pubblici accessibili, il diritto alla sicurezza nei luoghi di lavoro, dove si continua a morire ogni giorno, e il diritto a salari adeguati, capaci di garantire una vita dignitosa e non subordinati alla tutela dei profitti.
Di certo in questo percorso vogliamo accumulare forze ed energie che possano contribuire anche alla settimana di mobilitazione di fine novembre indetta dal movimento “Non Una di Meno”, in concomitanza con la pesante provocazione rappresentata dagli “Stati Generali della Natalità” organizzati dal Governo, alla quale sarà necessaria una risposta determinata e collettiva. Anche qui è necessario rimettere al centro le condizioni materiali che rendono possibile scegliere liberamente il proprio futuro: reddito, casa, servizi, autonomia e diritti.
Proprio in quella settimana scegliamo simbolicamente di indire un’assemblea della Rete Intersindacale, nella quale delegat@ e attivist@ delle OO.SS. restituiranno un bilancio degli scioperi e delle iniziative realizzate, definendo un programma condiviso di mobilitazione per i mesi successivi.
Il carovita non si combatte da sol@, né con qualche concessione occasionale. Servono mobilitazione, conflitto e organizzazione collettiva.
Il futuro non aspetta. Il 30 ottobre scendiamo tutt@ in piazza.



