Tra negazionismi e narrazioni pubbliche ambigue di Lauso Zagato

Tra negazionismi e narrazioni pubbliche ambigue di Lauso Zagato

Poco prima di cominciare a lavorare su questo contributo, ho avuto modo di accennare al mio intento confrontandomi via cellulare con un vecchio amico. Si stava parlando di Covid, quindi il richiamo avrebbe dovuto essere ovvio. Tuttavia la forza del precedente è tale che l’interlocutore, convinto di essersi perso un mio (brusco, invero) cambiamento di discorso, ritenne io stessi parlando dell’Olocausto, e ci volle un po’ per superare l’equivoco. L’episodio mi è rimasto impresso: mi ha dato uno spunto per entrare in discorso, e forse qualcosa di più.

Non amo mettermi su un terreno scivoloso, ma soprattutto doloroso, ma se sul piano formale vi fossero similitudini? Se dal saperle cogliere derivasse un aiuto per muoversi meglio in questo mondo folle? Un mondo che ci circonda e ci assedia, nessuno ne dubiti: l’altro fine settimana al mio paese c’è stata una incursione dei carabinieri al sabato sera e alcuni locali sono stati chiusi per vari giorni e multati. A parte quello a conduzione cinese per il quale la causale era l’alcool servito a minorenni (i cinesi sul Covid stanno ben attenti, meno magari nel servire cocktail alcoolici ai sedicenni), negli altri casi la sanzione era legata a movida locale, mancanza di precauzioni, insomma trasgressione (talora seria) delle norme sulla pandemia. Orbene, la mattina successiva i bar erano pieni di commenti, tutti a favore dei gestori, contro i carabinieri (i veri criminali da arrestare, loro e i politici che li mandano) e di dubbi sull’esistenza della pandemia.

Quindi suggerirei di non farsi illusioni: il flop politico delle prime manifestazioni negazioniste, tutte politicamente segnate, con conseguente veloce smarcarsi da parte dei politicanti compici – autentici Superman del dico-e-nego – non cancellano il fatto che qualcosa si stia sviluppando sottotraccia; è questione di tempo perché quantomeno alcune regioni d’Italia (io vivo in Veneto, tanto per capirci) conoscano episodi, nel loro piccolo, di stampo berlinese. E l’ambiguità del discorso pubblico, come vedremo, aiuta.

Ciò mi convince a percorrere davvero la strada del fastidioso confronto; il fatto è che un elemento formale che avvicina i due negazionismi c’è. In entrambi i casi una narrazione pubblica palesemente contrastante con l’evento affermato aiuta il formarsi di dubbi, le fobie da complotto.  Mi spiego: se lo sterminio fosse avvenuto tutto all’interno dei noti campi, essendo la Wermacht non solo estranea ma affatto ignara di quanto veniva perpetrato, tanto più sarebbero risultate estranee le truppe inviate ad est dai vari Paesi satelliti e alleati dei tedeschi e i rispettivi vertici militari e politici. Ovviamente, se non sapevano nulla i vari bracci armati del nazismo, tanto meno gli Alleati, la Croce Rossa Internazionale, i neutrali. Insomma tutti erano all’oscuro di quanto avveniva, giusta la scena, presente con alcune varianti in gran parte dei film americani sulla fine della guerra in Europa, che vede reparti di soldati americani entrare in giganteschi e minacciosi complessi chiusi, chiedendosi cosa mai possano mai essere, per scoprire una volta all’interno, con raccapriccio, l’impensabile. Gli stessi vanno allora nei paesi e nelle cittadine vicine a prelevare di peso i maggiorenti e una “delegazione” degli abitanti perché a loro volta vedano con i propri occhi, ed anche costoro trasecolano, inorridiscono, ma chi mai avrebbe mai potuto pensare una cosa simile (!).

In questo clima era inevitabile che alla fine esponenti politici democratici tedeschi sostenessero che la quasi totalità della popolazione tedesca non sapeva, non sospettava nulla: un pugno di criminali nazisti aveva fatto tutto da solo [1]. A grandi linee, è questa la narrazione imperante [2]; orbene, se essa corrispondesse anche minimamente al reale, allora le cifre riportate, le cifre dell’Olocausto, sarebbero sopra-determinate in modo folle. Semplicemente, non ci sarebbe stato alcun Olocausto. Sia chiaro: il genocidio è un reato di fine, ed essendo l’intento genocidario dei nazisti acclarato, così come l’esistenza comunque di atroci carnai, sempre di crimine di genocidio si sarebbe trattato, quando anche lo sterminio si riducesse (?) a un quinto, un sesto dei sei milioni accertati o addirittura meno [3]. E invero i negazionisti assoluti non hanno potuto che costruire una cupa fola, quella delle poche decine di migliaia di morti, parte per gli stenti della fase finale del conflitto, parte uccisi dalle bombe e dalle scie gassose degli aerei alleati; una rivoltante ironia.

Ma se invece i nazisti avessero cominciato ad uccidere allo scoperto, in qualsiasi modo, dall’inizio dell’invasione dell’est, se al momento della riunione decisiva al castello di Wannsee (gennaio 1942) i civili uccisi nell’est europeo (in grandissima parte ebrei e rom, anche se non tutti) fossero stati già abbondantemente più di un milione (praticamente lo dicono loro, gli organizzatori dell’operazione finale, ci sono le minute della riunione)[4], se nei mesi tra gennaio e fine agosto 1942 (entrata in funzione del campo di Treblinka, il campo definitivo, dedicato al solo sterminio) questo uccidere in qualsiasi modo possibile fosse stato incentivato; e se anche dopo la chiusura dei campi in Polonia orientale i nazisti in ritirata avessero continuato lo sterminio in ogni modo possibile, se infine mettessimo come di dovere nel conto le cifre  non smentibili del contributo dei nazisti ungheresi (le ultime decine di migliaia di ebrei con i sovietici alle porte furono uccise per strada, annegate nel fiume, sotto gli occhi di tutti i cittadini di Budapest) [5]; se insomma le cose fossero andate come sono davvero andate, allora i conti tornano, pienamente.

Ma perché i conti tornino, e l’Olocausto sia acclarato come tale, la narrazione ufficiale dovrebbe essere rovesciata. Non vi sarebbero più, e non vi sono infatti, né ignari, né innocenti: non il popolo tedesco, ovviamente, non la Wehrmacht (buona quella!), non i Paesi satelliti e i loro soldati [6], ma neppure la Croce Rossa, neppure gli alleati. Il non essere stati ignari, il non aver potuto rimanere ignari, comporta necessariamente una qualche forma di correità, sia pure a livelli differenti di responsabilità. Ciò ha aiutato la presa del discorso negazionista, facente leva sulla falsa coscienza di chi ha vissuto quel periodo: se l’Olocausto non può essersi svolto come ce lo raccontano…allora magari non è avvenuto alcun genocidio, ci sarà qualche complotto dietro.

Il negazionismo assoluto della Shoah (e, non dimentichiamo, del Porrajmos [7]), per cui non vi sarebbe stata pratica genocidaria di sorta, è il prodotto di una narrazione distorta quanto palesemente falsa, ma trova il suo (unico) appiglio in una lettura ambigua, un racconto evanescente offerto, per miserevoli ragioni di autotutela, da parte delle numerose entità statuali e/o trans-statuali a vario titolo coinvolte.

Orbene, nel contrasto tra la presente realtà affermata – la pandemia da Covid-19 intendo – e la sua narrazione, troviamo elementi (solo formali: di questo stiamo parlando) di similitudine con quanto fin qui descritto. Siamo in presenza di una narrazione carica di ambiguità e contraddizioni, di cui la prima è evidente: la narrazione ufficiale del lockdown contrasta con quanto messo in opera in concreto dalle autorità. 

Prima di entrare nel merito, ricordiamo che la nozione di pandemia si riferisce alla estrema velocità transnazionale (trans-continentale) di diffusione di un fatto epidemico [8], non alla sua letalità. Quanti negano l’esistenza stessa del fatto epidemico, tanto più quindi della pandemia, si trovano davanti alla stessa mission impossible dei negazionisti della Shoah. Come costoro, pur utilizzando con una certa abilità le contraddizioni presenti nella narrazione ufficiale per negare che il genocidio abbia assunto le dimensioni dell’Olocausto, divengono grotteschi quando provano a negare che genocidio vi sia stato; allo stesso modo negare che sia in corso una pandemia, e sostenere che sia frutto di complotto, non ha pregio argomentativo, neppure in presenza di comportamenti tanto ambigui da parte dei pubblici poteri. E quindi in questo senso io non ho nulla da dire sul negazionismo integrale, quello che opera al livello della contestazione del fatto epidemiologico. Mi ha particolarmente colpito al riguardo un apprezzabile contributo di uno studioso italiano residente in Texas, che consiglierei di leggere a chi non abbia avuto occasione di scorrerlo [9].   

In effetti, i dati che ci vengono forniti sono di estrema chiarezza, malgrado il (grave) vizio d’origine della mancanza di accordo sui metodi di conteggio delle vittime; un vulnus, quest’ultimo, che comporta conseguenze su cui proverò a soffermarmi in altra sede. Resta che, da una semplice lettura del più sicuro dei sistemi di conteggio, quello tenuto dalla John Hopkins University, emergono dati degni di considerazione, a partire dalla particolare drammaticità della situazione nella regione andina. Andino è l’unico Paese, il Perù, dove i morti a causa del Covid (o con il Covid quale con-causa) hanno superato ad oggi la fatidica soglia dell’1 per 1000 della popolazione totale (100\100.000 abitanti, secondo il sistema di conteggio vigente); la Bolivia in questa funerea lista, con 80 morti ogni 100.000 è al terzo posto (dopo il Belgio, che, con un tasso di mortalità nel frattempo diminuito, conta comunque all’ incirca 90 morti ogni 100.000); il Cile è in procinto di raggiungere quota 75 ogni 100.000. Ma anche i due rimanenti Paesi andini, Ecuador (vicino al 70 per 100.000) e Colombia non scherzano. Ecco, il Paese andino con meno morti legati al fatto pandemico è la Colombia, con il 57-58 per 100.000: la stessa percentuale dell’Italia, quindi, Paese europeo tra i più colpiti. Il fatto che ormai una quindicina di Stati, sui due lati dell’Atlantico, sia, per così dire, in marcia verso la quota – terribile, se ci soffermiamo a pensarci un po’ – di un morto ogni 1000 abitanti in ragione della pandemia, ed uno Stato abbia anzi già varcato tale soglia, chiude il discorso sul revisionismo radicale [10]

Tutto ciò detto, è il momento di entrare nel merito della narrazione ufficiale, delle sue clamorose incongruenze. Notiamo intanto come negazionismo, termine giustamente aborrito, venga applicato con malizia tendenzialmente a tutti i critici della narrazione ufficiale, in sostanza coincidente con i bollettini di guerra diramati dalle reti televisive.

Solo dopo la fine del lockdown: intanto, siamo venuti a sapere che, grazie ad una applicazione spregiudicata quanto diffusa dell’auto-certificazione, la gran parte delle fabbriche era rimasta aperta pure nelle aree di maggior contagio, anche in assenza di qualsivoglia rapporto con le necessità primarie produttive nazionali. Ove noi confrontiamo la leggerezza non episodica ma voluta del comportamento delle autorità di controllo in questi casi (si tratta di svariati mesi!) con l’oculata, asfissiante sorveglianza di quanti uscivano con il cane o andavano da soli a camminare nei boschi, talune perplessità non possono non farsi largo. Del resto, è ormai disponibile una ampia e documentata letteratura sulle condizioni di assenza di sicurezza in cui durante tale periodo il lavoro manuale, che come noto non consente svolgimento smart, si è svolto: in particolare nel settore della logistica, tra i più delicati dal punto di vista della circolazione del virus, e nel contempo quello che non si è interrotto mai, ma proprio mai, neppure per un istante, anche in piena isteria da lockdown.

E bisognerà anche avviare una seria discussione, su come è stata gestita tale situazione, se è vero che sulla base del “fermo invito” a non effettuare proteste da parte della Commissione di Garanzia, sono state bloccate in via preventiva astensioni dal lavoro aventi ad oggetto la richiesta di mascherine e più in generale la mancata messa a disposizione di dispositivi anti-contagio da parte delle imprese; addirittura, a carico di un sindacato di base (UISB) è stata avviata una procedura di infrazione per avere proclamato, per gli stessi motivi, uno sciopero simbolico della durata di sessanta secondi nei servizi essenziali. Si noti, non si parla di vertenze sindacali su salario, orario, condizioni di trasporto, ma per la sicurezza, cioè per un corretto funzionamento della lotta alla pandemia. Qualcuno ha scorto in tale comportamento in palese conflitto con l’obiettivo stesso del lockdown, «una politica attuata dai funzionari di governo a discapito dei deboli e a vantaggio del profitto, elevato al rango di bene comune prevalente»[11]. Cosa ancora più grave, potremmo leggervi indicatori di una sorta di colpo di Stato strisciante, dal momento che detta Commissione si è appropriata di poteri che palesemente non le competevano, approfittando del clima creatosi con la pandemia.

Spostando l’attenzione sul settore dell’agroindustria, emergono ormai dati, acclarati, del come il lockdown si sia sommato a forme già gravissime di discriminazione: proprio l’assenza quasi totale di controlli, prolungatasi per mesi in relazione allo svolgimento delle attività agro-industriali, non diversamente da quanto si è visto essere accaduto in altri comparti [12], ha reso ingestibile la situazione: nei confronti (anche) delle vittime italiane delle mafie e dei caporalati, ma prevalentemente nei confronti di immigrati, regolari come irregolari [13]. Resta, ad avviso di chi scrive, che, se è assodato come tali politiche siano comunque andate a discapito dei deboli, appare troppo semplificativo parlare tout court di “vantaggio del profitto”, dal momento che interi settori capitalistici, sotto i nostri occhi, sono entrati in grave sofferenza.

Recentemente intanto, a proposito di agro-industria, il Veneto ha offerto una clamorosa conferma di comportamenti dell’autorità amministrativa e politica in profondo contrasto con la narrazione pandemica. La centrale di produzione di una nota impresa di macellazione, confezione e distribuzione di polli è stata individuata come centro di un clamoroso cluster (oltre 100 lavoratori su settecento positivi, e in più le loro famiglie), senza che venisse decretata alcuna misura di chiusura. A parte la disgustosa giustificazione [14], i casi in questione hanno reso evidente come la massa di ragazzini (e quindi di familiari, per lo più donne) chiusi in casa, di pensionati con difficoltà di approvvigionamenti etc., oltre alle lavoratrici ed ai lavoratori comandati, siano davanti al Covid figli di un dio minore. Altro che Pandemia che pone fine alle discriminazioni, azzerando le differenze, come qualche sciocco aedo dell’emergenza permanente ha proclamato! Il Covid-19 produce davvero distanziamento sociale, nel senso più letterale del termine: solo che tale distanziamento è pluri-sfaccettato, non si limita a contrapporre, piattamente, lavoro dipendente a profitto.

Da qui – e a questo punto la similitudine formale con l’altro negazionismo, da cui siamo partiti, va proprio abbandonata – l’evidenza di letture e interpretazioni assai diverse delle discrasie presenti negli atteggiamenti istituzionali da parte dei soggetti sociali ugualmente penalizzati da queste [15]. È un fatto rimarchevole, ove si rifletta sulla lettura mono-centrata che, non va dimenticato, ci è stata scagliata addosso per lunghi mesi con un quotidiano lavaggio del cervello dai TG di guerra. Scusandomi per un approccio forse troppo piattamente sociologico, mi pare vada colto un radicale contrasto tra il comportamento degli strati di lavoro dipendente pubblico e privato per educazione storica abituati a certo realismo, ma anche intersecati dalla presenza all’interno dei nuclei familiari o di comunità di personale (medico e) paramedico, infermieristico, inserviente, che ha contribuito da subito a fornire un quadro realistico della situazione negli istituti di cura e nelle case di riposo, portando quindi a porre immediatamente richieste, largamente non rispettate, di condizioni lavorative di sicurezza.

Nel mondo del piccolo commercio e degli ambulanti, un mondo già poco poroso di suo, e che risulta tra i più colpiti dal lockdown, le discrasie sono state lette come indicative di un comportamento scorretto e al limite criminale da parte delle istituzioni: per la prima volta, al passare delle volanti abbiamo visto reazioni simili a quella che in circostanze analoghe è storicamente propria di alcuni quartieri di città del sud. In questi strati è largamente passata la tesi della montatura, della congiura, della negazione. Perfino l’odio tradizionale verso gli stranieri del profondo Veneto è via via passato in secondo luogo. «La pandemia l’hanno portata i cinesi» è stato in effetti uno slogan che ha avuto “mercato” all’inizio [16], ma se l’hanno portata i cinesi, vuol dire che comunque c’è. Al contrario la negazione, e quindi la congiura dei poteri forti, sono via via apparsi con il trascorrere dei mesi ipotesi più gettonabile, e in effetti gettonata.

Il negazionismo insomma ha prevalso perfino sulla xenofobia e il razzismo che governano il Veneto: non è cosa dappoco! In questo modo però una fetta della critica “di movimento” possibile alle politiche emergenziali si è auto-eliminata dalla scena. L’egemonia politica e culturale delle forze para-naziste sul versante negazionista è netto, non diversamente da quanto si è visto a Berlino. In tal modo però, mi scuso per la ripetizione, tutti i critici della medicina ufficiale, tra i quali anche amici, vecchi sodali delle lotte di mille anni fa, rincorrendo la lotta ai vaccini si sono tagliati fuori da soli dalle possibilità di capire, e criticare le politiche di potere che si vengono sviluppando all’ombra del governo della pandemia.

Per motivi che ho già avuto modo di indicare [17], non credo alla presenza di un complotto a monte [18], ma a tanti piccoli complotti in atto sì, alcuni dei quali probabilmente vincenti. Con ciò intendo dire che è in corso, all’ombra della pandemia, un riassestamento del potere su scala internazionale, europea, nazionale, che avrà vincenti e perdenti sul piano economico e politico: insomma la società capitalista che emergerà dalla pandemia con assetti assai diversi da quelli con cui vi è entrata. 

Questo non è il tema del presente contributo. Vorrei rimanere concentrato, nella parte conclusiva, sulla struttura di discorso di questo negazionismo. Sappiamo che non vi è negazionismo senza grande congiura. All’inizio erano i laboratori di Wuhai: aleggiava lo spirito (anni ’30) dei malvagi esperimenti del dott. Mabuse. In realtà era incredulità, mancanza di comprensione dell’orrore in cui siamo ormai immersi, della distruzione quotidiana del mondo della vita che la globalizzazione sta in atto sviluppando, con le decine di miliardi di animali uccisi ogni anno al termine di una vita-non-vita sempre più breve (per loro fortuna) tra allevamenti, mattatoi, esperimenti, contaminazione ambientale. Ma fate caso alle prime proposte quando durante l’estate si è parlato di ripresa. Nuovi allevamenti intensivi, nuovi macelli, uomini immersi nel sangue e nelle frattaglie animali [19].

Con il Covid la realtà del mondo che abbiamo costruito ci appare davanti nella sua chiarezza, forzando le difese ideologiche prodotte dal neo-liberismo, ormai penetrate in profondità se è vero che risulta più facile pensare alla fine del mondo, addirittura all’estinzione della specie, che all’andare oltre il capitalismo. Donde quel diffondersi della fuga nel mito che in altro contesto risulterebbe divertente. Fino a poco tempo fa eravamo in presenza di una ampia letteratura centrata sulla lode del buon tempo antico, sulla riscoperta dei suoi linguaggi (mogli e buoi dei paesi tuoi etc.) che esaltavano la sedentarietà, la lentezza, contro il mondo contemporaneo della velocità, la sua leggerezza, l’assenza di radici, etc. Orbene, sono passati solo pochi mesi e leggiamo di crescenti lamenti sulla fine della civiltà occidentale decretata «da una pandemia di asintomatici vallata da una massa di ipocondriaci egoisti, che spacciano la loro paura per senso civico»[20], mentre altri aggiunge che c’è qualcosa che non va «quando il numero dei contagi in Amazzonia impatta direttamente sull’opinione pubblica della Val d’Aosta»[21].

Sono affermazioni pesanti, su cui bisogna soffermarsi. Nel primo caso abbiamo rivalutazione nostalgica della globalizzazione economica tout court, identificata con la buona vecchia civiltà occidentale d’un tempo. Possibile che nessuno noti cosa hanno significato il blocco per pochi mesi del trasporto aereo e delle grandi navi in termine di salute e di vivibilità? Evidentemente no, al punto che i viaggi verso il nulla, le crociere fisiche verso nessun posto ottengono successo, siamo sicuri che chi sceglie uno di questi viaggi sia alla fine più vivo dei morti viventi che si fanno ibernare?

La seconda affermazione riportata è sconcertante nel migliore dei casi. A parte l’effetto farfalla di Lorenz [22], quanto avviene dall’altra parte dell’oceano rileva da almeno tre secoli in termini immediati (nel XIX secolo questo significava: il tempo strettamente necessario perché un vascello partisse da un porto inglese sull’Atlantico per giungere alle coste orientali degli Usa, o viceversa).  sulla nostra vita. Dobbiamo rispolverare il vecchio Marx per ricordare l’influenza della produzione di cotone nel sud schiavista sulla borsa di Liverpool e, per tal via, sulla vita di borghesi e proletari dell’Europa? Quando le navi negriere riuscivano a aggirare il blocco e ad attraccare ai porti dell’Atlantico con carichi abbondanti di merce fresca, Liverpool era subito informata, gli effetti sulla Borsa garantiti: insomma, quei carichi di orrore svolgevano la loro parte nel mantenere in vita e far prosperare la, chiamiamola così, civiltà occidentale.

Il soggetto ideale del grande complotto, se non è la versione cinese del dottor Mabuse, è Big Pharma; un soggetto – va concesso – che per molti aspetti si presta allo scopo. Tuttavia siamo sicuri che le grandi case farmaceutiche [23] abbiano così tanta voglia di impegnarsi su un vaccino nuovo, che per la complessità della ricerca coinvolta – si tratta di trovare un punto medio di convivenza tra due soggetti, uomini e virus, di ampie dimensioni numeriche – ben difficilmente potrà essere messo in commercio, con ragionevole sicurezza, prima di cinque anni? Con il rischio, come è capitato in passato, che nel frattempo l’epidemia sia passata. Le Big non amano queste situazioni: amano i vaccini che vanno ripetuti periodicamente, possibilmente se resi assurdamente obbligatori da un potere pubblico asservito  (siamo anche stati informati di come non disdegnino la somministrazione di vaccini scaduti dove politicamente possibile, in zone del Terzo Mondo), ma certo non amano mettersi in una gara difficile e in cui si rischia di arrivare tardi: tanto più che questa pandemia non ha un tasso elevato di letalità, e come sappiamo il vaccino va inoculato su persone sane! Qui si parla, tra giornalisti e pseudo-scienziati, della possibilità di disporre del vaccino magari già nel 2021 e nella gara al decisionismo tra politici qualche governatore annuncia perfino che lo renderà subito obbligatorio! Non c’è bisogno di chiamare in aiuto i No-Vax per denunciare la necessità di rifiutarsi a ciò.

Insomma, pur condividendo l’avversione a Big Pharma, ed esprimendo la piena disponibilità intellettiva ed emozionale a farmi convincere, purché con motivazione fondate, che le case farmaceutiche siano già state protagoniste di comportamenti gravemente illeciti in varie aree del mondo, mi permetto di dubitare che ci siano le grandi case farmaceutiche dietro questo delirio emergenziale. A Big Pharma, anzi, probabilmente non sarebbe dispiaciuta l’interpretazione iniziale secondo cui si trattava di una forma giusto giusto più aggressiva e pericolosa di influenza; potendosi così presentare, dottor Dulcamara di turno, con l’elisir pronto in quattro e quattr’otto…in questo senso, certo, un vaccino pronto entro il 2021, da rendere obbligatorio per il genere umano.

Ma le cose sono andate troppo avanti, la narrazione dell’emergenza si fonda sull’irruzione sulla scena, con il Covid, di un virus nuovo, difficile tornare indietro e dire che era un errore. Insomma, Big Pharma è un cattivo plausibile, ma mi sorprenderebbe molto se fosse davvero dietro quanto avviene.

Sul negazionismo non ho proprio altro da dire. Credo invece che, lasciatici alle spalle questo fenomeno, sia possibile approfondire una indagine critica partendo dai dati – per quanto riguarda il nostro Paese – che l’Istituto superiore di sanità ci fornisce. C’è molto in quei dati, a leggerli in profondità. Confrontandoli con altri, sarà forse possibile produrre una lettura radicalmente critica di quanto stanno mettendo in atto i grandi poteri internazionali [24].

Resta che di fronte alla pandemia il negazionismo, a parte l’imprinting politico intollerabile, si presenta teoricamente debole, soprattutto dove vorrebbe apparire forte: mancanza assoluta di immaginazione realista (apparente, solo apparente ossimoro!) capace di leggere il mondo spaventoso in cui siamo immersi, prima che mancanza di prove del complotto gridato a gran voce.

già pubblicato in Dialoghi Mediterranei, n. 46, novembre 2020

 Note
[1] Nel famoso film Vincitori e vinti il pubblico accusatore americano in uno dei processi tenutisi a Norimberga (quelli successivi al maxi-processo contro i maggiori criminali) afferma amaramente essersi trattato evidentemente di una cospirazione di eschimesi: costoro avevano occupato in segreto i posti di potere chiave in Germania, dando vita all’Olocausto alle spalle dei pacifici quanto ignari abitanti della Germania stessa.
[2] A parte l’ultima affermazione, sul popolo tedesco completamente all’oscuro, che in realtà fa fatica ad imporsi pur in una versione manipolata degli eventi: il troppo è troppo, invero.
[3] Richiamo Zagato L., Candiotto L., (a cura di), Il genocidio. Declinazioni e risposte di inizio millennio, Giappichelli, Torino, 2018.  V. In particolare, ai fini del discorso sviluppato nel testo, il contributo di De Vido S., On the ‘Specific Intent’ of the Crime of Genocide, ivi: 47-69.
[4] V. Husson E., Heydrick e la soluzione finale, Einaudi, Torino, 2010. Riportiamo dalla pregevole prefazione di Ian Kershaw (Un. Sheffield), la valutazione condivisibile secondo la quale Husson dimostra in modo incontestabile l’esistenza «di un pensiero intrinsecamente genocida a partire dall’estate del 1940, nel capo della Polizia di sicurezza, allorché pianifica la deportazione verso l’est degli ebrei d’Europa». Husson individua correttamente i verbali della riunione di Wannsee come prova fisica del momento in cui il progetto genocidario trova la sua definitiva articolazione, ma ciò pur sempre all’interno di un progetto già in corso di svolgimento.  
[5] In realtà nel corso del 1944, dopo la deposizione del precedente regime, le Croci Frecciate ungheresi organizzarono con i tedeschi la deportazione in massa a Birkenau-Auschwitz, di 4 milioni di ebrei, dei quali si salvarono all’incirca 10 mila. L’ultima atrocità, mentre i nazisti erano ormai in rotta, fu compiuta dalle croci frecciate tra novembre 1944 e gennaio 1945, con l’uccisione di circa 15 mila ebrei presi dal ghetto di Budapest (non c’era stato tempo di portarli ad Auschwitz), e portati sulle rive del Danubio: i prigionieri venivano sparati e poi gettati nel fiume, praticamente si trattò un atto pubblico …
[6] Certo, in una indagine scientifica bisognerebbe distinguere i vari gradi di responsabilità: i soldati italiani della Armir, come anche la c.d. Falange azzurra spagnola, al momento dello spostamento sul fronte russo non erano certamente a conoscenza dello sterminio in atto; diverso è il caso delle truppe inviate da alcuni Stati balcanici (Bulgaria, Romania, Ungheria) molto caratterizzate politicamente, e al cui interno operavano reparti – come dire? – in viaggio d’istruzione. Ma ai fini del presente discorso il punto è un altro: dopo un po’ di mesi lo sapevano tutti, o comunque erano in grado di saperlo tutti.
[7] «Porrajmos in lingua romani significa divoramento»: così si apre il contributo di Cermel M., “Porrajmós: un olocausto dimenticato?”, in Zagato L, Candiotto L. cit.: 347-356. La popolazione rom e cinti sterminata tra il 1943 e il 1945 ammonta ad oltre mezzo milione di persone.
[8] Riporto la definizione offerta dall’Enciclopedia Treccani: «Epidemia con tendenza a diffondersi ovunque, cioè a invadere rapidamente vastissimi territori e continenti. La p. può dirsi realizzata soltanto in presenza di queste tre condizioni: un organismo altamente virulento, mancanza di immunizzazione specifica nell’uomo e possibilità di trasmissione da uomo a uomo». V. Enciclopedia Treccani, https://www.treccani.it/enciclopedia/pandemia_%28Dizionario-di-Medicina%29/. Non è previsto lo sforamento di alcuna soglia minima di mortalità. Anche secondo la definizione dell’OMS tra le tre condizioni per il verificarsi di una pandemia – comparsa di un agente patogeno nuovo rispetto al quale non vi sono cure note, capacità di tale agente di colpire gli umani e di diffondersi rapidamente per contagio – non rientra la gravità delle conseguenze. È ben vero che ciò ha suscitato forti critiche a livello internazionale nei confronti dell’OMS, ma l’Organizzazione non ha realmente cambiato il suo approccio, se non per fornire una più articolata differenziazione di fasi, per cui la pandemia conclamata sarebbe anticipata da una fase di “all’erta pandemica”. Quella in corso è la prima pandemia dichiarata dovuta a corona-virus. V. WHO, The Classical Defnition of a Pandemic is not Elusive, consultata al sito https://www.who.int/bulletin/volumes/89/7/11-088815/en/ .  
[9] Carrera A., “Covid e la fine del sogno americano”, in Doppio zero, 16 luglio 2020, consultabile al sito https://www.doppiozero.com/materiali/covid-e-la-fine-del-sogno-americano. Sono debitore a questo scritto, al di là della vivida descrizione (siamo in Texas) dei parenti che vanno in terapia intensiva a trovare i familiari che stanno morendo, ma rifiutano duramente di mettere le mascherine perché si sa, è accertato che il covid è una bufala. A me era parso, in una prima fase, di scorgere nelle manifestazioni dei negazionisti, strumentalizzazione politica a parte, uno slancio vitalistico, una sorta di inquietudine futurista, come quella destinata probabilmente a finire assorbita nel gioco dei grandi poteri, diventandone figura, ma comunque fenomeno caratterizzato da slancio vitalistico in origine. Questo Autore pone piuttosto gli avvenimenti in relazione alla pulsione di morte che «sta devastando gli Stati Uniti» (solo loro?), richiamando il concetto di “apocalisse culturale” dell’antropologo italiano Ernesto De Martino. Lo svolgimento successivo dei comportamenti di massa mi ha convinto che tale lettura sia senz’altro più convincente di quella che provavo ad abbozzare allora, e ritiro dunque le fantasie sul futurismo… 
[10] In Europa la Francia, malgrado il crescere delle preoccupazioni, rimane – temo ancora per poco – al di sotto della quota di 50 morti ogni 100.000 abitanti, mentre l’Italia, lo si è visto, rimane sotto il 60. Oltre al citato Belgio, solo RU e Spagna viaggiano pericolosamente su medie più alte: 65 per 100.000 il primo, già 70 il secondo.
[11] V. Giovannelli G., “Fa’ ‘nu quatt’e maggio”, in Effimera, 14 maggio 2020, consultabile al sito http://effimera.org/fa-nu-quatte-e-maggio-di-gianni-giovannelli/. Il provvedimento è stato preso il 7 aprile dal Commissario incaricato di regolamentare le astensioni dal lavoro, e ciò malgrado la legge istitutiva della Commissione (12 giugno 1990 n. 146) preveda la regolamentazione dello sciopero esclusivamente nei servizi essenziali, intendendo come tali quelli volti a garantire il godimento di diritti costituzionalmente tutelati come vita, salute, libertà, istruzione, sicurezza, assistenza, previdenza sociale, mentre la legge non consente applicazione analogica o estensiva.  Orbene le maestranze di questa fabbrica (Leonardo, ex Alenia) erano, e sono impegnate a costruire caccia F35, produzione per la quale l’impresa ha ottenuto la stabilizzazione di ulteriori settantasei lavoratori precari.  Quanto all’assurdità della seconda – la procedura d’infrazione avviata con delibera 20/89 del 26 marzo contro la UISB – non c’è da spenderci parole sopra; c’è piuttosto da rifletterci, e a fondo. 
[12] Senza dimenticare la (vitale, evidentemente) produzione di caccia da guerra, v. supra, nota precedente.
 [13] V.V. MEDU- Medici per i diritti umani (a cura di), La pandemia di Rosarno. Emergenza sanitaria e sfruttamento endemico, VI rapporto sulle condizioni di vita e di lavoro dei braccianti stranieri nella piana di Gioia Tauro, luglio 2020, consultabile al sito https://mediciperidirittiumani.org/la-pandemia-di-rosarno-vii-rapporto/. La versione consultabile al sito   https://mail.google.com/mail/u/0/#inbox/FMfcgxwKhqlZgCKFlGqlnJbJBSzbsNWL?projector=1&messagePartId=0.1V  contiene anche un contributo di Omizzolo M., “Bracciantato e caporalato in Italia ai tempi del Covid-19” ove l’autore, richiamando (pp. 44-49) i dati forniti dall’Osservatorio Rizzotto, parla di un aumento del 10-20% del numero di lavoratori sottoposti nelle campagne a situazioni lato sensu servili, con aumento ulteriore del numero di ore giornaliere e peggioramento delle condizioni (già precarie) di lavoro. Anche in questo caso, la ragione va cercata nel venir meno dei controlli da parte di ispettorati e forze dell’ordine, in altre questioni affaccendati. Particolarmente interessante il passaggio (p. 45) ove Omizzolo osserva: «L’orario medio nell’Italia del Covid è andato tra le 8 e le 15 ore di lavoro al giorno, registrando un particolare aumento soprattutto nelle aziende agricole ortofrutticole di medie e grandi dimensioni, anche per la loro capacità di intercettare, mediante la grande distribuzione, l’aumento della domanda di tali beni venduti nei grandi centri commerciali e supermercati urbani. Le donne sotto caporale e sotto Covid hanno continuato a percepire un salario inferiore del 20%-30% rispetto ai loro colleghi e connazionali».
[14] È stata addotta a tal fine la rischiata eliminazione di decine di migliaia di animali. Ma quale sensibilità! Per animali che vivono le loro sventurate vite in simili condizioni morire prima del calcolato sarebbe solo una fortuna. Certo, ci sarebbe un costo economico: ma allora, tutte le piccole/piccolissime imprese, i locali, i negozi …?
[15]Nel frattempo, non dimentichiamo, una serie di misure sanzionatorie sproporzionate, quando non cervellotiche, comminate nei mesi del lockdown, nonché di comportamenti lesivi in termini ingiustificati dei diritti umani, assunti dalle autorità anche nei confronti di professionisti, vengono smontati dalla magistratura. Rimando per questo a Zagato L., “L’impatto del sars-Covid-2 sui diritti umani: ritorno alla vecchia normalità o al futuro?” in “Tempi moderni”, 30 luglio 2020, consultabile al sito http://www.tempi-moderni.net/2020/07/30/limpatto-del-sars-covid-2-sui-diritti-umani-ritorno-alla-vecchia-normalita-o-al-futuro/ 
[16] Con conseguenti episodi di persecuzione, e a volte di violenza fisica, nei confronti degli studenti di famiglie cinesi, come la stampa ha ampiamente riportato.
[17] Zagato L., “Virus, imperialismi, strategie: tra meta-complotti (quasi tutti) inventati e complotti reali in itinere”, su “Dialoghi Mediterranei”, n. 43, maggio 2020.
[18] O meglio, una grande congiura a monte esiste, quella che la civiltà dell’Antropocene – ma qui viene a proposito la critica di origine femminista che propone di parlare piuttosto di “capitalocene”. Sull’argomento v. Haraway D., Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto, Nero, Roma, 2019, passim; della stessa autrice “Antropocene, capitalocene, Plantationocene, Chthulcene; Making Kin”, in Environmental Humanities, 6, 2015:159-165, trad. it,. Pampili E., “Antropocene, capitalocene, Plantationocene, Chthulcene: fare parentele” in Euronomade, 18 luglio 2020, 2020, consultabile al sito http://www.euronomade.info/?p=13745  – ha scatenato contro il vivente, posto ormai in stato di stress: l’argomento è approfondito nel contributo citato alla nota precedente.
[19] E non è questa l’altra faccia, il contraltare, dell’ambiente asettico che presiede al mondo degli a-mortali, quelli che si fanno ibernare in attesa di cure il prossimo secolo? Lo scorrere della vita (e la sua logica conclusione) sono il nemico in entrambi i casi.
[20] https://twitter.com/IlariaBifarini/status/1313391268874063872.
[21] Guaino D., “Covid come misura della qualità dell’informazione”, 8 ottobre 2020, consultabile al sito https://www.controradio.it/il-covid-come-misura-della-qualita-dellinformazione/ Per essere corretti, dopo questo terrificante inizio il saggio si sviluppa con argomentazioni plausibili, in vari passaggi condivisibili.
[22] Dal titolo della famosa conferenza di E. Lorenz nel 1972 “Può il battito d’ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas?”. Sull’argomento, già prima di proporre l’immagine della farfalla, Lorenz aveva già pubblicato il saggio “Deterministic Nonperiodic Flow”, in Journal of the Atmospheric Sciences, 20, 1963: 130-141.  All’immagine, come noto, fanno ampio ricorso gli studiosi del caos deterministico.
[23] Come faceva notare il dott. Crisanti, rispondendo ad una domanda del pubblico, nel corso di un dibattito pubblico svoltosi – con la partecipazione di altri medici impegnati in prima linea, e di amministratori locali – a Monselice, parco Buzzaccarini, il 26 agosto, dal titolo ahimè anticipatorio: “Avremo una nuova emergenza virus?”. Lo stesso sottolineava come solo il vaccino dell’Ebola sia stato somministrato alle popolazioni africane interessate entro tre anni dal manifestarsi dell’epidemia. In tal modo si è certo evitato il rischio di diffusione dell’epidemia fuori dall’Africa, ma lo scienziato si è fermato qua, provo a concludere io: dove sono gli studi sugli effetti collaterali? La sperimentazione è avvenuta direttamente sulla popolazione, sul campo insomma, come si dice.
[24] Abbiamo delle guide magistrali: Il giornalista Ezio Mauro, in particolare, denota il rischio di uno stato di emergenza permanente, mentre Giulio Giorello denuncia come la narrazione del virus – controllata da un potere pubblico che possiede «l’arma metafisica e negromantica del disvelamento del male attraverso il resoconto ufficiale del suo procedere che diventa la borsa quotidiana della nostra paura» – abbia attaccato ormai l’organismo sociale. V. Mauro E., Liberi dal male. Il virus e l’infezione della democrazia, Feltrinelli, Milano, 2020; Giorello G., Libertà, Bollati Boringhieri, Torino, 2015. I due testi – il secondo è in qualche modo prefigurativo – sono discussi in Manzotti R., “Una morte un po’ peggiore”, in Doppio zero, 15 luglio 2020, consultabile al sito Https://www.doppiozero.com/articoli-del-giorno/2020-07-15.  

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Lauso Zagato, giurista, già docente di Diritto Internazionale e Diritto dell’Unione Europea all’Università Ca’ Foscari di Venezia, è stato anche titolare del corso di Diritti umani e politiche di cittadinanza presso il Corso di laurea specialistica in Interculturalità e cittadinanza sociale della stessa Università. Si è occupato in particolare di problemi legati ai profili internazionali e comunitari della protezione della proprietà intellettuale, di diritto umanitario e di tutela dei beni culturali nei conflitti armati, nonché del patrimonio culturale intangibile e delle identità culturali delle minoranze e dei popoli indigeni.
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