Viadana – La vertenza Composad: è una lotta per la dignità sul lavoro

Quella del 31 gennaio è una domenica di lotta ma anche di festa a Viadana.
Decine e decine di persone – i lavoratori e le lavoratrici della Viadana Facchini, ma anche i loro familiari e molti amici o semplici cittadini curiosi e solidali – sono passati nella zona industriale Gerbolina dove da quattro giorni va avanti il presidio di lotta davanti ai cancelli dell’azienda Composad della Gruppo multinazionale Mauro Saviola.
Dalle ore 4 del mattino del 28 gennaio, infatti, è iniziato lo sciopero ad oltranza dei lavoratori della cooperativa viadanase, che vivono una condizione di estrema precarietà, sottoposti al ricatto della perdita del posto di lavoro che li costringe da anni ad accettare un lavoro sottopagato e privato dei più elementari diritti.
È una vicenda tristemente simile a tante altre, ancora una volta nel settore della logistica, ancora una volta a causa del sistema degli appalti alle della cooperative.
Nella storia ultradecennale della Viadana Facchini, la crescita esponenziale della cooperativa, grazie all’ingresso in comparto (quello della produzione industriale di mobili in kit) che ha a che fare con la spietata competitività del capitalismo globalizzato, si è tradotto in una corrispettiva e progressiva privazione dei diritti della forza lavoro – nello specifico impiegata nel reparto imballaggi della Composad (e di conseguenza anche negli altri appalti minori) – e della capacità salariale, tramite l’applicazione parziale del CCNL.
Un situazione che si è resa via via insostenibile, portando all’esasperazione gli uomini e le donne coinvolti in questa vicenda, anche perché la vertenza aperta finalmente lo scorso novembre non ha visto finora uno sbocco realmente positivo. Infatti, nonostante un accordo sottoscritto dalla cooperativa, gli impegni presi sono stati disattesi ed anzi l’incertezza sul rinnovo del contratto d’appalto scaduto a fine anno ha reso il futuro ancora più scuro.
Le responsabilità di questa situazione sono però molteplici. Dalla parte della cooperativa, i problemi di tenuta finanziaria e l’impossibilità di pagare correttamente i propri dipendenti viene giustificata con le condizioni economicamente sfavorevoli dell’appalto con Composad; condizioni che però sono state accettate per anni in una totale assenza di trasparenza e ora la cooperativa non è più in grado di fornire garanzie sul futuro ai propri “soci”: per dare un’idea, in questo momento critico dichiara di non avere in mano alcuna documentazione circa la propria posizione contrattuale nei confronti della committenza!
Dall’altra parte, invece, troviamo una posizione chiara da parte dell’azienda: si è abbiamo pagato quanto pattuito alla cooperativa e quindi se si c’è una condizione di sottopagamento e fuori dagli standard della legalità contrattuale non è loro problema.
In sostanza, i lavoratori si trovano tra l’incudine e il martello di chi, in un modo o nell’altro, scarica le colpe e i costi di questa perversa situazione sulle loro spalle. Ma questo è inaccettabile.
Ecco perché per rompere la gabbia nella quale sono stati obbligati dal rimpallo delle responsabilità, ADL Cobas ha proposto da tempo l’apertura di una tavolo di confronto congiunto tra committenza, cooperativa e organizzazioni sindacali, per ottenere trasparenza, dirimere le questioni più intricate e risolvere l’impasse in maniera meno traumatica possibile ma al contempo riaffermando come ineludibile almeno il rispetto dei diritti previsti dalla contrattazione nazionale. Un tale soluzione sembra chiaramente ragionevole vista la complessità della situazione e non a caso è stata raccolta anche da parte di rappresentanti istituzionali quali l’on. Giovanni Paglia (Sinistra italiana – SEL) che venerdì 29 gennaio ha presentato un’interrogazione al Ministero dell’Interno e a quello del Lavoro per sollecitare l’intervento della Prefettura di Mantova in merito.
Ma sorprendentemente tale indicazione non è stata tuttora assunta dalle controparti. E le motivazioni, probabilmente sono duplici. In primis, il semplice riconoscimento di un salario giusto che consenta un’esistenza degna a queste lavoratrici e questi lavoratori ridurrebbe i lauti margini di profitto di un’azienda (e di conseguenza dei suoi attuali fornitori di manodopera) inserita nella filiera dell’arredamento a basso costo e che non a caso vede tra i suoi più importanti clienti la multinazionale svedese IKEA. In una battuta, siamo di fronte al classicissimo dogma del capitalismo neoliberale: profits before people.
In secondo luogo, ma ma in maniera del tutto organica alla prima, vi è una questione di natura politico-sindacale. Riconoscere come controparti tutte le organizzazioni sindacali presenti e mettere sul tavolo la questione del rispetto dei diritti di chi lavora come “variabile indipendente” significherebbe riconoscere il principio della libertà di rappresentanza sindacale e della responsabilità sostanziale delle committenze nei confronti delle condizioni di lavoro di chi è impiegato per la propria azienda. Al contrario, negare tutto questo significa infatti agire credendo che l’unico comandamento rispettabile è quello del profitto, che l’unica legalità da invocare è quella dell’accumulazione di capitali a qualsiasi condizione. Significa invocare un rapporto di forza tale per cui le uniche controparti riconosciute sono quelle che sottostanno preventivamente a questo schema: mentre si accettano ben volentieri i soggetti docili e collaborativi – siano essi singoli lavoratori, cooperative o organizzazioni sindacali – esiste un vero e proprio disinteresse verso chi richiede salario giusto, diritti e dignità nel lavoro e disprezzo per chi è in grado di organizzare tali rivendicazioni.
Nello specifico, l’attuale elemento di blocco della vertenza Composad risiede nel rifiuto da parte di
Composad di relazionarsi con l’Ass. Diritti Lavoratori – che rappresenta il 75% degli addetti (185 sui 250 totali) – e la sua piattaforma rivendicativa incentrata sul rispetto del CCNL: tale opposizione viene motivata con la scusa che ADL Cobas non è firmataria del Contratto nazionale.
In questo senso è estremamente significativo che anche le Organizzazioni sindacali da anni presenti tra questi lavoratori ma che ormai rappresentano complessivamente qualche decina di iscritti si attestino sulle stesse posizioni. In particolare la FILT-CGIL di Mantova (che parlerebbe anche per la FIT-CISL ma non si riesce neanche a capire se ciò sia vero…), secondo un copione ormai abusato, invoca il rischio della scomparsa di posti di lavoro per attaccare le modalità dell’attuale vertenza etichettandola come “superficiale e masochista” e soprattutto riproponendo l’argomento dell’esclusiva titolarità del CCNL per delegittimare l’ADL Cobas.
Ciò è veramente vergognoso nonché sintomatico: mentre questi funzionari sindacali sono talmente distaccati dal corpo del lavoro vivo da non comprenderne minimamente i sentimenti e le aspirazioni, rivelano che il loro unico e più grande interesse è quello di legittimarsi nei confronti del mondo imprenditoriale.
Infatti, se alziamo un secondo lo sguardo dalla vertenza specifica, vediamo come in Italia l’accelerazione impressa dalla gestione renziana dei rapporti nel mondo del lavoro abbia messo i grandi sindacati di fronte ad un bivio: o divenire definitivamente gestori della forza lavoro per conto degli interessi del capitale oppure autoriformarsi tramite un ritorno all’origine, cioè assumere di nuovo quello della conflittualità come proprio terreno d’azione.
Ritornando a Viadana, la posizione assunta dalla CGIL è chiaramente la seconda. Da un verso cerca infatti di isolare ADL Cobas tramite un“accusa” che non solo non regge, ma anzi si rivela un boomerang: “paradossale” non è tanto che un’organizzazione sindacale non firmataria del CCNL (che continuiamo a credere debba essere di gran lunga migliorato, anche soprattutto tramite le esperienze di lotta) ne chieda il rispetto come standard minimo, ma piuttosto che coloro che di quel Contratto nazionale sono artefici e firmatari poi sui luoghi di lavoro permettano il loro mancato rispetto!stefano 2
Così facendo, però, queste burocrazie sindacali non dimostrano che l’attuale lotta, anche dura e determinata, è “masochista” ma piuttosto che il loro comportamento in questi anni è e continua ad essere sadico nei confronti dei lavoratori. Anche attualmente, invece di riconoscere, la ricchezza dell’esperienza di autorganizzazione che si sta dando tra i lavoratori, i confederali l’attaccano provando ad indebolirla ed esprimono drammaticamente un rigurgito di autoritarismo sindacale che vorrebbe finalizzato ad imporre il dogma del lavoro ad ogni condizione.
Ma anche contro una tale visione si stanno battendo, in maniera a tratti inaspettata e involontaria, le lavoratrici e i lavoratori della Viadana Facchini/Composad ed è proprio da questa consapevolezza che si è voluto nella giornata di sabato 30 gennaio unirsi agli altri lavoratori di ADL Cobas presenti alla manifestazione di Parma, promossa dal S.I. Cobas a partire dalla vertenza Bormioli di Fidenza, e portare la propria solidarietà ma anche con forza e determinazione questa convizione il lavoro non è tale se non è con diritti e dignità garantite, altrimenti è sfruttamento e schiavitù!

La vertenza quindi prosegue nei prossimi giorni, mantenendo lo sciopero e il presidio davanti allo stabilimento, almeno finché non vi sarà una seria e concreta apertura da parte della committenza e della cooperativa, con la convocazione di un tavolo istituzionale che si invoca a gran voce per legittimare un piano di rispetto della legalità e dei diritti sul lavoro in quel territorio.
Proprio per questo, il presidio di lotta della Composad si appella a dimostrare la propria vicinanza a tutti coloro che nel territorio del basso mantovano credono che dalla crisi si possa uscire solo con maggiori diritti e dignità.

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