La nuova “legge sugli schiavi” dell’Ungheria spinge i lavoratori sull’orlo del baratro

Pubblichiamo questo primo contributo di Tibor T Meszmann sulle mobilitazioni che stanno animando le piazze ungheresi nelle ultime settimane. L’autore è un attivista e un ricercatore Ungherese che si occupa di studi sul lavoro e relazioni sindacali in particolare nei paesi ex-sovietici.
Nelle prossime settimane, qualora ci siano sviluppi nelle mobilitazioni gli abbiamo chiesto di inviarci ulteriori report.


Il 12 dicembre 2018, il Parlamento ungherese ha modificato il Codice del lavoro del 2012 aumentando drasticamente il numero di ore di lavoro e alleggerendo le regole per il pagamento degli straordinari. Ciò significa che dal 1 ° gennaio 2019, il lavoro straordinario potrà essere richiesto fino a 250 ore all’anno o fino a 300 ore in presenza di un contratto collettivo, al quale si potranno aggiungere ulteriori 150 ore all’anno con un accordo tra dipendente e datore di lavoro. Tutto questo per un periodo di 3 anni in cui i datori di lavoro potranno posticipare il calcolo e il pagamento di queste ore, senza alcuna garanzia che sarà effettivamente pagato come straordinario. L’effetto netto di queste complesse misure è una combinazione di salari più bassi, maggiore precarietà e maggiore dipendenza dei lavoratori dai datori di lavoro – vale a dire: quello che le grandi aziende promuovono come “flessibilità” dei lavoratori.

Sia il disegno di legge sia l’emendamento che alla fine è stato approvato sono stati decisamente controversi sin dalla loro presentazione, sia da un punto di vista procedurale che di contenuto. Colpisce soprattutto che vi sia stata alcuna consultazione o condivisione di informazioni con le parti sociali o il pubblico in generale. Il disegno di legge è stato presentato improvvisamente da due parlamentari del partito FIDESZ il partito di destra al governo guidato da Orban. Il ragionamento fornito per il disegno di legge e il nuovo emendamento era o molto vago e addirittura arrogante. Nel difendere la legge, i parlamentari della coalizione di governo hanno tentato di ribaltare il senso del discorso, attaccando la relazione dei partiti all’ opposizione o affermando che i lavoratori vogliono lavorare e guadagnare di più e che questo atto legislativo consente loro di farlo. Il disegno di legge passato in Parlamento in una situazione in cui i parlamentari dei partiti di opposizione hanno dichiarato il voto illegale, in quanto il sistema di votazione permetteva di votare senza la normale procedura di inserimento delle schede parlamentari per mostrare una piena partecipazione. Il tentativo dei parlamentari dell’opposizione di interrompere il voto non è riuscito, ma ha dato un’ulteriore iniezione al movimento di protesta che era già in atto.

Dal punto di vista dei contenuti i problemi con la nuova legislazione sono ancora più importanti. I rappresentanti sindacali hanno rapidamente calcolato che, in pratica, con la nuova normativa un dipendente può lavorare in media legalmente 48 ore settimanali, senza essere compensato alla fine del mese o dell’anno per il lavoro straordinario: il pagamento finale per gli straordinari potrà essere atteso solo alla fine del terzo anno e quindi senza alcuna garanzia che le ore supplementari siano conteggiate come straordinari in quanto distribuite in così tanto tempo. Non sorprende quindi che i sindacati siano stati pronti a contestare il nuovo atto legislativo, la c.d. “legge sugli schiavi”. Insieme ad altri gruppi sociali, i sindacati hanno mobilitato un movimento di protesta che è ancora attivo nelle strade al momento della stesura di questo articolo. I sindacati hanno espresso con fermezza un concetto: i lavoratori ungheresi hanno bisogno di salari più alti e non di più straordinari. La flessibilità già esistente dell’orario di lavoro che consente 250 ore di lavoro straordinario all’anno, infatti, ha già compromesso seriamente l’equilibrio tra lavoro e famiglia dei lavoratori e ha portato a seri e crescenti problemi di salute e incidenti sul lavoro.

In altre parole, i lavoratori sono già schiacciati da norme che si fondano su un’ideologia neoliberista di governance del mercato del lavoro. Il Codice del lavoro del 2012 ha aumentato l’esposizione dei dipendenti alle forze del mercato dando alle aziende più grandi o a quelle che sono ai vertici delle catene di produzione ancora maggiore libertà nella regolamentazione del proprio mercato del lavoro. Una pietra angolare del Codice del lavoro del 2012 era il principio secondo cui i singoli dipendenti e datori di lavoro sono uguali, allo stesso livello, nascondendo così l’asimmetria di potere esistente. In una situazione in cui le retribuzioni, in particolare i salari di base, sono relativamente bassi, i dipendenti si sentono obbligati a svolgere il lavoro straordinario, cementando in questo modo il dominio indiscusso del datore di lavoro. Usando strumentalmente la necessità dei lavoratori a breve termine di guadagnare soldi extra, i datori di lavoro sono stati in grado di mettere a repentaglio gli interessi dei lavoratori a lungo termine, a cominciare dalla riproduzione stessa della forza lavoro. Se da questo punto di vista la situazione era già problematica, l’attuale nuova legge ha creato ora una situazione in cui sembra che le forze produttive siano sistematicamente spinte da un precipizio ad un abisso e l’esistenza stessa dell’intera società sembra in pericolo. Specialisti del diritto del lavoro con posizioni critiche hanno aggiunto le loro osservazioni, sottolineando come le già scarse tutele giuridiche presenti nell’applicazione degli orari di lavoro flessibili, con la nuova legislazione non solo non vengono risolte, ma sono portate ad un livello decisamente più basso. Ultimo ma non meno importante, l’amministrazione della giustizia del lavoro è diventata più difficile e costosa per i dipendenti. La ciliegina sulla torta è la recente centralizzazione dei tribunali, in base alla quale anche i tribunali specializzati in materia di lavoro cesseranno di esistere.

È poi importante comprendere il contesto economico del nuovo emendamento. Dal 2016 il mercato del lavoro ungherese sta già fronteggiando una grave carenza di lavoratori e tornando alla crisi finanziaria globale, e sta prendendo piede uno schema generale di flessibilizzazione del tempo di lavoro, guidato dall’oscillazione del fabbisogno di manodopera delle grandi multinazionali dell’industria automobilistica e dell’elettronica, i cui cicli produttivi si muovono tra picchi e flessioni. Queste società multinazionali e i loro subappaltatori, in particolare in campo automobilistico, hanno investito in questi anni sempre più massicciamente in Ungheria sperando di approfittare dell’offerta di operai di produzione semi-specializzati a basso costo. I lavoratori ungheresi, tuttavia, sono sempre più attratti dai salari più alti e dalle migliori condizioni di lavoro disponibili in altri paesi dell’UE (soprattutto Austria e Germania) ed è per questo i numeri dell’emigrazione sono cresciuti enormemente. Queste compagnie incapaci di impiegare un numero sufficiente di lavoratori locali, si sono mano a mano affidate a lavoratori extraeuropei, in particolare gli ucraini, sfruttando l’estrema flessibilità del lavoro assunto attraverso agenzie di lavoro temporaneo. Anche così, tuttavia, permane una carenza di forza lavoro, motivo per cui un aumento radicale delle ore di straordinario è apparso come una soluzione praticabile dal punto di vista di questi grandi datori di lavoro.

Mobilitazione

I sindacati hanno organizzato la prima protesta l’8 dicembre a Budapest a pochi giorni dalla prima pubblicazione sul sito web del parlamento del disegno di legge. La protesta si è verificata in una situazione di crescente paura e malcontento a causa delle misure autoritarie del governo prese in particolare contro le università, l’Accademia delle Scienze ungherese, i tribunali, i media e altre istituzioni pubbliche. Un forte contributo al successo della prima protesta è venuto da gruppi di studenti critici, associazioni e cittadini preoccupati. Si è trattato di raduno di 10.000 persone, con duri interventi da parte dei partecipanti, una marcia festosa che ha attraverso il centro di Budapest e che è terminata con i discorsi di sindacalisti di fronte al parlamento.Incredibilmente, anche i rappresentanti dei partiti di opposizione sono apparsi tra la folla.

Gli sforzi infruttuosi dei rappresentanti dell’opposizione in parlamento di bloccare l’emendamento e la sua stessa accettazione il 12 dicembre hanno portato ad una fase successiva in cui gli stessi hanno cercato di prendere l’iniziativa del movimento di protesta. I membri del partito di opposizione hanno inoltre cercato di ottenere l’accesso alla stazione televisiva pubblica per leggere le loro richieste e lo scandalo creato dalla loro violenta espulsione ha dato un’ulteriore spinta ai partiti ma anche al movimento. Nei tre giorni seguenti, una folla crescente ha protestato di fronte al parlamento, aggiungendo nuove richieste: non solo l’abolizione della “legge sugli schiavi” ma anche tribunali liberi, media liberi, e anche il risarcimento per lo straordinario fatto dai poliziotti che erano stati chiamati a difendere alcuni luoghi in cui si sono date le contestazioni.

Il 16 dicembre i sindacati si sono di nuovo mobilitati: tuttavia le loro bandiere erano nascoste da quelle dei partiti di opposizione. All’interno del movimento questo ha determinato un aumento della richiesta di autonomia a causa del crescente timore che i partiti possano soffocare l’ulteriore sviluppo del movimento. Nel frattempo la protesta si è diffusa anche in altre città ungheresi e più recentemente anche nelle capitali europee, dove gli ungheresi sono emigrati. In generale, i sindacati sono stati in prima linea nel movimento di protesta nelle città al di fuori di Budapest: i metalmeccanici sono stati particolarmente attivi, rallentando il traffico su molte strade in più di dieci città di provincia. Un numero più piccolo ma crescente di proteste si è verificato anche in altri luoghi in Europa, dove hanno attirato l’attenzione utilizzando pratiche creative per esprimere l’opposizione alla nuova legge.

Prospettive future

Il movimento di protesta in Ungheria è ancora in formazione e la risposta del governo e dei media ufficiali e controllati dal governo è stata sprezzante e ostile: nonostante ci siano stati solo scontri minori con la polizia, decine di manifestanti sono stati arrestati e multati, e alcuni sono ancora in attesa di condanne piuttosto severe.

In generale lavoratori dell’industria non si sono ancora mobilitati in maniera massiva, ma i sindacati hanno annunciato e avviato la preparazione di scioperi che dovrebbero svolgersi a gennaio. Sebbene esista un grande potenziale per questo movimento, sono visibili anche alcuni rischi e problemi: i canali di mobilitazione dei sindacati sembrano arrugginiti, privi di energia, di un potere di agitatazione tale da coinvolgere chi è stato più sistematicamente oppresso negli ultimi 30 anni di transizione al capitalismo: cioè gli stessi lavoratori. Se il movimento dovesse mantenere le sue promesse , il movimento di protesta che si sta dando potrebbe potenzialmente portare a cambiamenti in alcuni dei nodi strutturali della vita politica ungherese, compresa una ridefinizione del ruolo dei lavoratori nella società

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