La punta dell’iceberg. Alcune riflessioni ed una proposta a partire dagli arresti avvenuti nei magazzini della Gottardo spa

Noi di ADL COBAS il caporalato lo incontriamo, lo denunciamo e lo combattiamo da sempre. Tuttavia, è una cosa ben risaputa che nel segmento della movimentazione della merce, come in agricoltura e in altri settori a basso valore aggiunto, la richiesta di lavori sporchi, pesanti e pericolosi generi le premesse perchè si diano forme di intermediazione illecita della forza lavoro, di grave sfruttamento e violenza. Da questo punto di vista una legge contro il caporalato è stata anche introdotta ed è pure piuttosto dura negli aspetti repressivi. Ciononostante, ed è qui il primo spunto di riflessione che vogliamo evidenziare, il fenomeno persiste, anche con manifestazioni sfacciatamente palesi, quasi che le sanzioni non facessero paura. E non ci riferiamo solo alle tante Rosarno che costituiscono la “fabbrica verde diffusa” del meridione, ma anche alle tante realtà che anche a nord-est continuano tranquillamente a sfruttare i lavoratori per rifornire le catene della GDO. Pensiamo solo all’azienda agricola Tresoldi di Albignasego – fornitrice di ALI, ASPIAG-DESPAR, FAMILA, PRIX, IPERLANDO solo per fare alcuni nomi – che nonostante abbia subito a gennaio un maxi blitz di tutti gli organi ispettivi e delle forze dell’ordine che hanno riscontrato il gravissimo sfruttamento denunciato dai lavoratori per lo più in nero, ci risulta continui a produrre alle stesse condizioni. Probabilmente, con i tempi dell’ispettorato del lavoro e della giustizia, ai titolari dell’azienda arriveranno delle multe e delle diffide accertative con grosse differenze retributive da pagare: per ora, sembrerebbe che a perderci siano stati solo quei lavoratori – legati ad ADL COBAS – che avevano osato pretendere i propri diritti e per questo estromessi in modo molto sbrigativo dal posto di lavoro.

Per affrontare il caporalato è fondamentale un sistema di controlli capillare ed efficiente. Peccato che ciò non si dia: e non solo perché gli organi ispettivi sono drammaticamente sottodimensionati rispetto al numero di aziende e delle stime del fenomeno, ma secondo noi anche perchè non sembra esserci la volontà reale di affrontare gli elementi strutturali e gli interessi economici che creano le premesse, se non la legittimazione, dell’intermediazione illecita. Pensiamo solo al ruolo della grande distribuzione e dell’industria agroalimentare nell’imposizione dei prezzi sul campo o alle lunghe catene di appalti e subappalti nei magazzini della logistica, come nel comparto del tessile-abbigliamento, che con le loro strategie aziendali rendono praticamente impossibile il riconoscimento dei diritti e delle retribuzioni previste dal contratto. Uno stato di cose oramai ben noto a tutti, ma sul quale si continua a sorvolare concentrandosi unicamente sugli ultimi nodi della catena dello sfruttamento. Che vanno colpiti, su questo vogliamo essere chiari, ma non si può più far finta che sia solo la questione di alcune mele marce. Il punto è che a livello politico generale non si vuole mettere in discussione la struttura di alcune catene del valore o l’inclusione subalterna di alcuni lavoratori, ci riferiamo principalmente ai migranti, per i quali si possono tollerare condizioni di impiego substandard. La competizione globale passa anche attraverso questo assetto produttivo e sociale, è chiaro.

La vicenda dell’arresto dei tre responsabili della fornitura e gestione della forza lavoro all’interno del magazzino Acqua & Sapone di Padova ci obbliga però a porre sotto i riflettori un ulteriore fenomeno, questa volta legale e ben più esteso del caporalato di cui è però talvolta la cornice e parte integrante del repertorio di strategie di competizione basate sulla riduzione del costo del lavoro. In riferimento a questo caso specifico ciò che emerge dalle prime indiscrezione che sono uscite dai giornali è che all’interno di Gottardo Spa si sperimentava un complesso sistema di organizzazione del lavoro e di sfruttamento che vedeva un intreccio indissolubile tra il reperimento di forza lavoro straniera tramite il caporalato, una capacità di sfruttare tecnicamente tutte le possibilità lecite e illecite di riduzione del costo del lavoro, ed una fondamentale accondiscendenza del sindacato. Incredibile in questo senso il contenuto delle intercettazioni telefoniche, da cui emerge il tentativo concorde del caporale e dell’azienda di utilizzare la CGIL per arginare la crescita di ADL. Deve essere chiaro, all’interno di Acqua & Sapone questo fenomeno si era di molto ridimensionato con la crescita della presenza di Adl Cobas che ha portato le aziende appaltatrici a sottoscrivere accordi che si muovono nella direzione di rimuovere ogni aspetto di illegalità all’interno del magazzino. E’ importante ribadire questo concetto, in quanto se non si stabilizzano i processi di autorganizzazione, le inchieste della magistratura o le ispezioni degli organi di controllo, superata la fase delle sanzioni passano e rimane sempre il rischio di un ripristino della situazione di illegalità.
Parlando più in generale, crediamo che debbano essere puntati i riflettori sul sistema delle esternalizzazioni – di reparti, di fasi della produzione o della circolazione delle merci – a società per lo più cooperative. Una sorta di caporalato legalizzato che attraverso lo schermo dell’appalto e, nel caso, del fine mutualistico dell’impresa appaltatrice, permette alle imprese committenti di scaricare costi e responsabilità imprenditoriali su gruppi importanti di lavoratori. Questi lavoratori hanno legalmente condizioni di impiego inferiori rispetto ai lavoratori direttamente assunti dal committente, se soci di cooperativa possono essere rimossi anche senza rispettare le procedure per il licenziamento e comunque sono sempre in balia del cambio d’appalto che arriva ciclicamente quando le rivendicazioni di salario e diritti, e quindi il costo del lavoro, superano quanto preventivato dal committente. E’ la regola aurea del cambio d’appalto che regola e scandisce la vita di questi lavoratori e che facilita il sottoinquadramento, la disapplicazione dei contratti collettivi e la diffusione delle buste paga “creative”.
I committenti, bisogna dirlo chiaramente, non si possono nascondere dietro ad accordi commerciali o giocare allo scarica barile quando vengono pizzicati dei caporali o quando le condizioni d’impiego negli appalti sono substandard. Il sistema lo hanno voluto loro sapendo cosa produce e lo possono controllare, se vogliono. Anche nei cambi d’appalto. Per esempio potrebbero cominciare a sottoscrivere clausole sociali o di salvaguardia, che tutelino i lavoratori garantendo la continuità lavorativa e i diritti acquisiti anche in presenza di un nuovo appaltatore. Ad oggi questo “privilegio” ce l’hanno solo i lavoratori a cui si applica il CCNL Multiservizi e grazie alle lotte dei facchini organizzati con ADL COBAS e SI COBAS anche gli operai nei magazzini dei principali operatori logistici.
Negli ultimi mesi come ADL COBAS abbiamo chiesto ad alcuni grandi attori della grande distribuzione – tra cui ALI’ e GOTTARDO SPA – di sottoscrivere questa clausola di civiltà, ma la risposta è stata negativa. Vuoi perché non ne vogliono assolutamente sapere di mettere in discussione un sistema che gli garantisce lauti profitti. O perché, come nel caso del gruppo ALI’, con la complicità di CGIL CISl e UIL, la si vuole depotenziare vincolandola ad aumenti della produttività, alla percentuale di assenze per malattia, alle sanzioni disciplinari ricevute e ad una restrizione del diritto di sciopero che sostanzialmente dovrebbe ricalcare la legge sui servizi pubblici essenziali. Uno scambio per noi inaccettabile…per altre sigle sindacali sembrerebbe di no.

Infine, sentiamo la necessità di condividere un’ulteriore considerazione. Le inchieste sul caporalato, su episodi di grave sfruttamento o sulle varie “cricche della logistica”, quando partono, non nascono nel chiuso di qualche ufficio del tribunale o della questura, hanno sempre alle spalle percorsi di lotta che fanno emergere il marcio e portano i lavoratori ad avere il coraggio di denunciare perché hanno capito che se alzi la testa da solo perdi, ma se lo fai in tanti hai la possibilità di vincere. Appelli e denunce, per lo più rimangono inascoltati, ma possono diventare un elemento dirompente quando sono accompagnati da scioperi e lotte, anche durissime, che i lavoratori stessi pagano in termini di mancato salario, e nel caso dei lavoratori di ADL COBAS anche con aspetti repressivi e criminalizzanti. Le nostre battaglie per il riconoscimento dei minimi diritti contrattuali, un corretto salario, la continuità lavorativa e la dignità non sono mai facili. Nessuno ci regala nulla, anzi, troppo spesso ci dobbiamo confrontare con una “santa alleanza” che qui in Veneto mette d’accordo Regione, aziende committenti, cooperative, sindacati confederali per bloccare chi? Il sistema che oggi è sotto accusa? No, si vogliono colpire quelle forme di autorganizzazione dei lavoratori che cercano di far valere diritti e alzare l’asticella della giustizia sociale e per questo continuano a trovare sempre maggiore seguito nel sistema delle esternalizzazioni e degli appalti. Non si tratta qui solo dei vari tentativi di escludere ADL COBAS da tutti i tavoli sindacali, parliamo anche di dichiarazioni congiunte in cui, come un anno fa in sede regionale, si chiedeva “l’intervento tempestivo delle Prefetture per ripristinare la legalità e l’agibilità dei cantieri di fronte ad agitazioni e scioperi non regolari avvenuti nelle più importanti piattaforme di logistica.

Certo, per noi gli scioperi e le varie iniziative sindacali che con creatività di volta in volta costruiamo non sono un gioco o una semplice routine: o sono efficaci o non valgono la pena. Sono i rapporti di forza che contano, anche quando si tratta della semplice applicazione di norme. Certo, talvolta le nostre pratiche possono infrangere qualche norma. Ne siamo consapevoli, ci mettiamo la faccia e collettivamente ci facciamo carico delle conseguenze, non lasciando nessuno solo ad affrontarle. Così come quando dobbiamo affrontare dei processi (per lo più sempre vinti), così come quando, gli stessi sfruttatori del sistema degli appalti e del caporalato ci chiedono centinaia di migliaia di euro di risarcimenti per i mancati profitti che sarebbero derivati dei nostri scioperi. Ma ci domandiamo: non è la funzione del sindacato quella di far pesare il ruolo del lavoro nella produzione della ricchezza? E poi avevano torto o ragione i tanti lavoratori che hanno infranto norme e divieti per guadagnare l’attuale livello di civiltà giuridica? Avevano torto o ragione gli afroamericani, che come i nostri immigrati, hanno lottato duramente contro la segregazione?
Oggi le nostre pratiche tanto biasimate e represse probabilmente porteranno ad un livello di legalità e giustizia superiore nei magazzini di Padova. Speriamo che qualcuno faccia mea culpa e se lo ricordi quando torneremo davanti a dei cancelli.

La vicenda degli arresti per noi è quindi solo la punta di un iceberg che va visto in profondità. Esistono delle catene del valore in cui il contenimento del costo del lavoro e l’interposizione di manodopera sono strutturali e praticati con mezzi illegali e legali. In assenza quindi di una normativa più stringente sulle cooperative e dell’introduzione di tutele di continuità lavorativa realmente esigibili nei cambi d’appalto anche una battaglia serrata contro il caporalato rischia di essere monca. Spetta a noi, lavoratori e consumatori, imporre alle aziende e alla politica queste trasformazioni. Come ADL COBAS quindi invitiamo tutti ad unirsi a questa battaglia contro lo sfruttamento e per la dignità che il 16 giugno vivrà un passaggio cruciale. In quella data infatti ai facchini della logistica di ADL e SI COBAS che incroceranno le braccia per il rinnovo del contratto nazionale, ai lavoratori di Alitalia in lotta contro spettro di una ristrutturazione fatta a loro spese, e ai dipendenti del trasporto pubblico che si batto contro i processi di privatizzazione, si uniranno anche i lavoratori dei magazzini iscritti ad ADL i quali chiederanno con forza alle aziende committenti di prendersi tutta la loro responsabilità imprenditoriale.

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