Il lavoro tra il patto neocorporativo, la contrattazione e la questione democratica di Sergio Bellavita

Il lavoro tra il patto neocorporativo, la contrattazione e la questione democratica di Sergio Bellavita

Premessa

Questo contributo alla discussione ed al confronto in merito alla durissima fase che attraversiamo non ha alcun carattere esaustivo rispetto a una analisi approfondita delle vicende sindacali e sociali a cavallo tra lo scorso e l’attuale secolo.
E’ semplicemente una elaborazione molto sintetica e schematica delle principali tappe del processo di degenerazione del sindacalismo confederale ( in particolare della Cgil) che, obtorto collo, definisce un quadro normativo con il quale, dalla posizione di chi giustamente intende rompere le subordinazioni imposte al mondo del lavoro, occorre purtroppo misurarsi.
L’approccio con il quale ho costruito questo contributo si sofferma esclusivamente sulla progressiva manomissione del modello contrattuale e di relazioni sindacali con la personale consapevolezza che le modifiche sistemiche innescano processi reali sulla condizione dei lavoratori salariati.
Ed è, a mio avviso, un errore sottovalutare la gravità e la portata di queste tappe.
Il movimento operaio del secolo scorso ha condotto dal dopoguerra una battaglia durissima per liberarsi dal modello corporativo fascista, dalle gabbie salariali alla paga di posto. I contratti nazionali del 1969 hanno rappresentato la vittoria di qella lunga battaglia e la liberazione dal quel residuo del fascismo.
Avere consapevolezza della brutalità del processo inverso che, attraverso la politica sindacale del gambero, sta riconducendo il lavoro in una condizione di sempre maggiore subordinazione e impoverimento è utile e necessario.
Ciò non significa che nella stagione migliore del sindacalismo confederale la classe lavoratrice fosse pienamente rappresentata. Tutt’altro. Il movimento dei consigli di fabbrica si è imposto sbaragliando le vecchie commissioni interne davanti ad una cgil che ha resistito al crescente protagonismo operaio sino a quando ne ha compreso le potenzialità e lo ha accolto cercando di controllarlo.
Tuttavia non esisteva all’epoca un quadro normativo che impediva la libera contrattazione sui bisogni dei lavoratori. La stessa rappresentanza interna ai luoghi di lavoro era libera da vincoli associativi. Tutt’altra cosa rispetto al modello attuale delle rsu, sempre più fiduciarie del sindacato che rappresentanti dei lavoratori proprio in virtù degli accordi interconfederali che ne hanno stravolto ruolo, senso e natura.
Ovviamente ogni tappa della degenerazione sindacale si inseriva in un preciso contesto economico, sociale e politico. Per scelta e per necessità di sintesi ho preferito sterilizzare da questa cronologia ogni altro fattore più o meno condizionante.

L’accordo di Melfi: una maquiladora nel cuore del sud italia

Gli anni ’90 del secolo scorso hanno rappresentato un vero e proprio spartiacque nella storia sindacale e sociale del nostro paese. L’ingresso nell’Europa di Maastricht con i suoi rigidi parametri di bilancio e il mutato contesto politico a livello internazionale costruirono le condizioni per una svolta profonda e radicale delle relazioni sindacali innescando un processo di progressiva svalorizzazione del lavoro.
Nel 1990 l’allora Fiat decise di costruire uno stabilimento nel sud più a sud d’Italia, la Basilicata. L’investimento era condizionato all’ottenimento di condizioni di miglior favore rispetto agli altri stabilimenti. Oltre alle prebende statali la Fiat ottenne da Fim.Fiom-Uilm un accordo in deroga al contratto nazionale di gruppo grazie al quale ai lavoratori ed alle lavoratrici della Sata ( denominazione del nascente stabilimento) si sarebbero applicati minimi salariali inferiori rispetto ai lavoratori degli altri stabilimenti italiani, un modello organizzativo del tutto innovativo (Toyota), una metrica del lavoro massacrante (TMC) e una turnistica pesantissima.
Non a caso lo stabilimento Sata venne, giustamente, paragonato ad una maquiladora, ovvero le zone franche del Messico che per attirare investimenti concedono condizioni speciali alle imprese.
Ci vorranno le straordinarie mobilitazioni del 2004 a far saltare in parte l’accordo e a allineare le retribuzioni dei lavoratori Lucani al resto dei dipendenti Fiat, tuttavia, dal punto di vista sindacale, l’onerosa e inaccettabile concessione con la quale i sindacati confederali avevano omaggiato la famiglia Agnelli aprì, nei fatti, quel processo, tutt’ora in corso, di involuzione della contrattazione e di subordinazione della stessa ai bisogni delle imprese.

Gli accordi del luglio ’92 e ’93

Con le intese del biennio ( che non riprenderemo in quanto non sono il focus di questo contributo) la contrattazione venne ingabbiata dentro obbiettivi più generali del paese, dal contenimento dell’inflazione al risanamento del debito pubblico.
Nacquero le cosiddette “regole” della contrattazione, nelle quali durata dei contratti, distinzione dei temi e salari ( nella forma variabile al secondo livello) erano predeterminati dalle intese confederali.
Un colpo mortale alla libera e autonoma contrattazione dei lavoratori.

Il patto neocorporativo e la concertazione

Le intese del biennio istituirono un vero e proprio sistema triangolare per la cosiddetta concertazione degli obbiettivi. Padroni, governo e sindacati confederali rappresentavano il tavolo trilaterale del nuovo patto neocorporativo che assumeva come prioritari gli obbiettivi di fondo di imprese e governo e in subordine quello dei lavoratori.
Ovvero ci fu il rovesciamento delle priorità che il sindacalismo conflittuale dal dopo guerra aveva sostenuto, i bisogni dei lavoratori non erano più la leva degli interessi generali del paese.
Un capovolgimento politico epocale, si accettava infatti la tesi di fondo che l’economia di mercato generasse di per se benessere e redistribuzione escludendo il ricorso al conflitto sociale.
Il salario e la prestazione lavorativa divenivano pertanto variabili dipendenti dei bisogni del mercato.
In cambio della storica concessione sindacale, Cgil Cisl Uil ottennero un sistema che formalmente assegnava loro un ruolo di codeterminazione delle politiche economiche e sociali insieme a governo e padronato.
La tristemente famosa “politica dei redditi” venne istituita al fine di controllare che l’andamento dei prezzi restasse in linea con la nuova e condivisa politica di moderazione salariale. I prezzi delle merci e dei servizi tuttavia salirono liberamente mentre i salari restarono al palo,
La concertazione, sulla quale si avrebbe avuto comunque un giudizio negativo, in realtà non nacque mai, quantomeno per quanto attiene la codeterminazione delle scelte di governo e imprese. La concertazione si ridusse ad una sorta di sudditanza del sindacalismo confederale nei confronti delle altre parti. L’idea di essere parte del governo del paese divenne subito l’espressione di una pura illusione dei gruppi dirigenti sindacali, illusione che tuttavia agiva in profondità nel processo di trasformazione della natura stessa del sindacalismo confederale.
A sinistra il termine concertazione è divenuto ( a ragione) sinonimo di passività, subalternità e riduzione/ cancellazione del ricorso al conflitto, ben altro significato rispetto a quello originario.
Per quanto possa non essere così chiaro a sinistra, il sistema di relazioni non è mai stato e non è attualmente un sistema concertativo. Cgil Cisl Uil non partecipano alla definizione a valle delle politiche economiche e sociali. La loro azione ai tavoli del governo è molto più vicina a quella classica delle lobbies che a quella di rappresentanza sociale degli interessi del lavoro.
Ma c’è un salto, un altro salto epocale, in questa lunga storia di involuzione e degenerazione del sindacalismo confederale dopo che il modello del ’93 saltò per la rottura padronale.

2010: dalle illusioni concertative alla complicità sindacale

Fiat, sempre Fiat. Questa volta si chiama FCA. E’ Marchionne, amministratore delegato assurto a salvatore della vecchia Fiat con le sue operazioni a livello internazionale, ad incaricarsi di rompere con le vetuste liturgie sindacali. Pretende e ottiene, per mantenere le produzioni della panda a Pomigliano, un accordo in deroga al contratto nazionale in materia di orari di lavoro, diritti individuali, limitazione del conflitto e sistema di rappresentanza sindacale. Per fare ciò esce da
Confindustria, risolvendo così l’obbligo di applicare il CCNL Federmeccanica, e si costruisce un contratto nazionale di gruppo da applicare ai circa 90.000 dipendenti divenuti così ex metalmeccanici.
La Cisl, la cui egemonia nell’ambito del sindacalismo confederale è ormai un fatto concreto, inaugura, rivendicandola esplicitamente, la stagione della complicità sindacale.
Il sindacato non rappresenta più un punto di vista in un sistema formalmente concertativo ma diventa complice ( termine che rimanda ad un atto criminale) nelle relazioni con l’azienda.
Si tratta ora di sistematizzare il modello Marchionne in tutto il mondo del lavoro.
Cgil Cisl Uil, formalmente allo scopo di far rientrare la FCA nel sistema di confindustria, sottoscrivono l’accordo del 28 giugno 2011, il primo passo verso l’accordo interconfederale chiamato “testo unico sulla rappresentanza” del 10 gennaio 2014 che definirà il modello derogatorio ( in peggio ) del CCNL a favore della contrattazione aziendale.
E’ la flessibilità contrattuale che da tempo rivendicavano le imprese, destinata a sconvolgere il senso stesso della contrattazione.

La lunga stagione della desindacalizzazione e della restituzione

C’è un prima e un dopo. L’affermazione del modello derogatorio al quale anche la Fiom, dopo una strenua resistenza si è piegata, ha innescato almeno due processi che riguardano direttamente la natura del sindacato e la contrattazione.
Il sistema contrattuale e delle relazioni sindacali, unitamente alla legislazione di sostegno che i diversi governo hanno prontamente predisposto, hanno rafforzato il modello corporativo e accompagnato la progressiva liquidazione dello stato sociale del nostro paese. Il sindacato confederale è sempre più soggetto para istituzionale la cui legittimazione non nasce dal proprio livello di rappresentatività ma dal riconoscimento e patrocinio di governo e imprese.
E’ un errore denunciare il tentativo delle imprese di liberarsi del sindacato. Il padronato ha un bisogno assoluto di un sindacato, ma di comodo e complice, a cui affidare il compito di facilitare le perenni ristrutturazioni aziendali nel rapporto con i lavoratori.
Successivamente all’affermazione del modello Marchionne la quasi totalità dei grandi gruppi manifatturieri ha, in evidente accordo preventivo con Cgil Cisl Uil, disdettato tutta la contrattazione integrativa allo scopo di ricontrattare a loro favore le condizioni contrattuali.
E’ utile sottolineare che le imprese non possono autonomamente modificare salari e condizioni normative di miglior favore senza la sottoscrizione di un accordo sindacale, l’approvazione per via referendaria da parte dei lavoratori e in alcuni casi la conciliazione tombale.
Esemplare il caso dell’acciaieria di Piombino ex Lucchini. Un fantomatico imprenditore algerino per acquistare lo stabilimento pretese e ottenne la cancellazione integrale della contrattazione di secondo livello accumulata in 40 anni di storia contrattuale. Fim-Fiom-Uilm firmarono l’intesa e imposero ai circa 2200 lavoratori la sottoscrizione di un atto conciliatorio formale che accettava la spoliazione di circa 300 euro medi mensili dalle retribuzioni. Senza l’accordo e l’attivismo complice di Fim Fiom Uilm il padrone non avrebbe potuto togliere neanche un centesimo.
Gli accordi che hanno trasformato salario strutturale in salario variabile sono innumerevoli da questo punto di vista e rientrano anch’essi nel processo di desindacalizzazione.
E’ la stagione della restituzione.
In sostanza in questo decennio ai lavoratori è stato chiesto di restituire una parte delle condizioni conquistate con l’iniziativa sindacale dagli anni settanta in poi.

Esternalizzazioni: una parziale inversione di tendenza

Il combinato disposto tra la conquistata flessibilità contrattuale, la cancellazione dell’art.18, il blocco salariale de facto, la complicità delle categorie di Cgil Cisl Uil e il crescente conflitto sociale interno alle imprese appaltanti è parte di una parziale ma significativa inversione di tendenza rispetto ai processi di esternalizzazione, in particolare in quei casi nei quali la scelta era di pura natura economica e non produttiva.
A ciò si aggiunge un’altra importante osservazione. Gran parte dei gruppi nazionali e delle multinazionali hanno accordi di secondo livello, spesso sottoscritti in sede nazionale senza alcuna partecipazione dei lavoratori dei singoli stabilimenti, che regolano anche la rappresentanza
sindacale interna e i rapporti con le organizzazioni sindacali.
Il modello è quello costruito intorno ai diritti delle organizzazioni firmatarie delle intese nazionali, con la conseguente esclusione del sindacalismo conflittuale non firmatario e non solo per una sua legittima scelta.
Qualora un sindacato conflittuale volesse sottoscrivere un accordo nazionale vedrebbe, in gran parte dei casi, rifiutata la firma in quanto subordinata al parere vincolante degli attuali firmatari.
Ciò apre ad un vero e proprio cortocircuito rispetto ai dettami del TU del 10 gennaio 2014 in quanto l’intesa prevede che la rappresentanza sindacale sia limitata alle organizzazione che soggiacciono ( mai termine fu più appropriato) alle regole li definite.
Un corto circuito che andrebbe approfondito allo scopo di ipotizzare vertenze legali pilota.
Pertanto la parziale inversione di tendenza rispetto alle esternalizzazioni e agli appalti può essere agita dalle imprese anche allo scopo di cancellare il sindacalismo scomodo dalla sfera delle proprie attività.

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