Banche da rapina

19 miliardi svaporati dalla Banca popolare di Vicenza e da Veneto Banca, quasi una manovra finanziaria di fine anno, questa sarebbe la somma che le associazioni di difesa dei cittadini – Adusbef e Codacons – affermano sia stata truffata ai soci e ai risparmiatori dai 2 maggiori istituti bancari del Veneto. Una bella magia, Zonin, Consoli & C han fatto meglio di Houdini, tanto che la Banca d’Italia e la Consob – l’organo di vigilanza bancaria – non si sono accorte di nulla o almeno così affermano, quasi indignate, per essere tirate in ballo e per aver finto di non sapere quello che bolliva in pentola da tempo. No, sono tutti complici, tutti mentono sapendo di mentire, per coprire queste operazioni alla Superciuk: rubare ai ‘poveri’ correntisti per dare ai ricchi banchieri.

Tant’è vero che inchieste, denunce, esposti erano stati presentati, per poi essere lasciati marcire negli scantinati dei palazzi di giustizia di Vicenza e Treviso: giudici e qualche investitore sono stati additati come ‘pazzi’. Solo grandi soci, come i Benetton e diversi altri, con rapporti nell’alta finanza, quatti quatti avevano ritirato gli investimenti per tempo. Chissà come, chissà perché?!! Ma tant’è, come si dice da ‘ste parti ‘can no magna can’ e ‘schei xe schei par tuti’.
In vero segnali drammatici, da anni, si sono ripetuti nel Veneto: quanti artigiani, quanti piccoli imprenditori sono stati suicidati dal credito negato, quante semplici famiglie hanno perso la casa per far fronte alla crisi incombente, quanti lavoratori autonomi o dipendenti sono finite nelle grinfie dei cravattari di tutte le mafie. Il movimento dei Forconi, che nel Veneto si è denominato ‘movimento 9 dicembre’, è stato un riflesso distorto di questa realtà sociale; è stato un tentativo, strumentalizzato da frange neofasciste, di trasformare in rivolta un malessere diffuso che serpeggiava nello spaccato sociale che abbiamo ricordato. Uno strato sociale, individualizzato, che con diverse sfumature, si ritrova nella rabbia espressa contro gli istituti bancari che si sono verificati recentemente. Vigilio Cecchetti, 43enne commerciante ed azionista della Popolare di Vicenza, va in banca con una pistola per farsi pagare un bonifico che non riesce a coprire. Il 21 dicembre Ivan Favretto, 35enne meccanico e socio di Veneto Banca, entra nella filiale di Castelfranco Veneto per esercitare con una rapina il diritto di recesso. Il 3 giugno 2016 Claudio Fagan, 60enne pensionato e azionista sempre della banca di Montebelluna, varca l’ ingresso del quartier generale a Trevignano con una siringa con cui minaccia di suicidarsi. Il 10 giugno, all’ ingresso dell’ agenzia di Brescia di Bpvi, viene rinvenuta la bomba a mano abbandonata da un risparmiatore. Le cronache sono state puntellate da un crescendo di tensione, culminata mercoledì sera nel tragico gesto di Montebello Vicentino, dove Antonio Bedin, 69enne ex perito e detentore di azioni di Bpvi, si è tolto la vita. Questi sono gli episodi più drammatici, ma ci sarebbe una storia da scrivere per ciascuno dei 200 mila azionisti delle ex Popolari. La BCE ha «certificato» che ben 58.000 clienti della BPV – e tra questi tra operai, pensionati e casalinghe – sono stati fatti passare nei documenti ufficiali, a loro insaputa, come investitori sofisticati a cui si sono così potuti vendere i titoli della stessa banca, altamente rischiosi. L’abbondanza di risparmio popolare depositato nelle banche faceva la differenza con quell’indebitamento diffuso che è la caratteristica, in specie, dei correntisti americani e nord europei, questa era questa l’anomalia e la forza e la solidità degli istituti bancari italiani vantata dai vari Monti, Padoan, Visco, Saccomanni.

Ora si tenta di addossare proprio alla BCE – a Mario Draghi – la responsabilità di quanto sta accadendo al sistema bancario veneto e italiano, giacché è stato introdotto, a partire dal 1 gennaio 2016 il così detto ‘bail-in’ ovvero la direttiva europea in cui si stabilisce che i salvataggi delle banche non possono più essere finanziati dallo Stato, bensì dagli istituti stessi (cioè in prima battuta dagli azionisti degli istituti di credito coinvolti, poi dagli obbligazionisti, infine, se necessario, dai correntisti con depositi superiori ai 100mila euro (al di sotto di quella cifra infatti vige la garanzia sui depositi). Hei, badate bene non vogliamo difendere la BCE. Ma questa operazione era in gestazione da anni, perché da anni – appunto – gli Stati, in primis, la Germania, la Gran Bretagna, l’Olanda, la Spagna hanno usato montagne di denaro comunitario per salvare i loro istituti bancari, anziché rilanciare l’economia, la produzione, i consumi, la redistribuzione del reddito. L’Italia stessa ha provveduto in tal senso per tamponare le falle della 3^ banca italiana, il Monte dei Paschi di Siena e quelle della 1^, Unicredit, che si era lanciata in azzardate operazioni internazionali, assorbendo diverse banche est europee. Unica variazione in questo contesto è stato il default dell’Islanda. Ripetiamo ‘can no magna can’ e ‘schei xe schei par tuti’ e chi doveva controllare, vigilare, verificare o procedere non lo ha fatto per tutte le implicazioni che attengono alla gestione del potere reale.

La crisi era iniziata all’incirca nella seconda metà del 2006, 10 anni fa, quando cominciò a sgonfiarsi la bolla immobiliare statunitense e, contemporaneamente, molti possessori di mutui subprime divennero insolventi a causa del rialzo dei tassi di interesse. Solo nel 2012 la Federal Housing Finance Agency, l’agenzia di supervisione di Fannie Mae e Freddie Mac, i 2 principali istituti di credito immobiliare, travolti per primi dalla crisi americana, ha avviato un’azione legale in sede civile, verso 12 banche – fra cui Bank of America, JPMorgan Chase, Goldman Sachs e Deutsche Bank – perché non hanno valutato i rischi dei mutui immobiliari concessi a persone insolventi. Anche negli USA è stata una questione di informazione distorta ma indispensabile per la gestione della crisi, tanto che le autorità di vigilanza statunitensi se ne sono ‘accorte’ solo quando gli USA dalla crisi finanziaria ne erano usciti scaricandola addosso all’Europa. Sono dieci anni oramai che il vento della crisi finanziaria soffia sul fuoco che ha bruciato i sistemi bancari internazionali mettendo a dura prova la solidità della circolazione monetaria, la stessa legittimità delle autorità monetarie internazionali e degli Stati, facendo saltare i percorsi di integrazione europei e lasciando sul terreno milioni di correntisti, di semplici cittadini, ridotti – come bene ce lo ha descritto Maurizio Lazzarato nei suoi saggi sulla fabbrica e il governo dell’uomo indebitato, usciti per DeriveApprodi – a uomini e donne indebitati, condizione che garantisce, col capio de debito al collo, la perpetuazione del comando capitalistico sulla società.

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