I predatori in doppiopetto degli schei, di Ernesto Milanesi

Dieci miliardi in fumo e oltre 200 mila soci beffati. Azioni d’oro ridotte a carta straccia. Padri-padroni venerati, padrini insindacabili e la massa di padroncini: tutti bocciati dalle regole di Basilea-3.

Nel Veneto che ancora si crede «eccellente», due storiche banche popolari a Vicenza e Montebelluna hanno certificato la morte del mitico «modello Nord Est». Una parabola sintomatica – conti alla mano – che accomuna la Vandea devota a Mariano Rumor come ad Achille Variati e la «piccola patria» del leghismo trevigiano incarnato da Luca Zaia.

È la fine di un mondo, ma anche di un sistema, quella che Maurizio Crema descrive in Banche rotte. I giorni bui di Veneto Banca e della Popolare di Vicenza (nuovadimensione, pp. 126, euro 13). Il giornalista mette in fila la cronaca della catastrofe, racconta il tradimento della fiducia, documenta l’intreccio tutt’altro che ispirato dal merito o dal mercato. Sono pagine che, se mai, restituiscono una specie di soviet al timone delle due banche venete fondate a fine Ottocento sull’onda della comunità territoriale.

Dalla primavera 2014 fino a poche settimane fa implode il «regno» di Gianni Zonin (37 anni da consigliere, 20 da presidente) nella Popolare Vicenza, mentre in contemporanea salta il tappo di Flavio Trinca & Vincenzo Consoli in Veneto Banca. Un bagno di sangue se gli schei di una vita sono diventati azioni che evaporano d’improvviso: «Liquidazioni e tesoretti per una tranquilla vecchiaia bruciati sull’altare di un’illusione (il forziere blindato sotto casa). Questa è vera democrazia economica: perdite per tutti» sintetizza Crema.

Fra le pieghe della parallela implosione nelle due banche, affiora il profilo del capitalismo cattolico veneto che fa il paio con l’anima omertosa nell’ex «locomotiva» del Nord Est. Nelle pagine di Crema ci si imbatte sempre negli «eletti» per grazia ricevuta, tutti a responsabilità limitata ma con interessi sussidiari, perfino con la presunzione di impunità proprio grazie alle «relazioni personali», comunque spietati con il «parco buoi» tanto da far combaciare il credito con l’acquisto delle azioni.

Guardia di finanza, avvocati e periti oggi lavorano su quelle macerie. Peccato che fosse datato 18 marzo 2008 l’esposto al procuratore Ivano Nelson Salvarani e per conoscenza a Consob e Bankitalia che denunciava alcune condotte illecite in Popolare Vicenza. Evidenzia Elio Lannutti, presidente dell’Associazione difesa consumatori utenti bancari, finanziari e assicurativi: «Il 15 aprile 2009 il sostituto Angela Barbaglio richiedeva l’archiviazione. E il 21 aprile il Gip Eloisa Pesenti emetteva il decreto di archiviazione. Ordinanza annullata nel 2010 dalla Cassazione proprio per aver considerato abusivo da parte del pm l’aver escluso la qualità di parte offesa ad Adusbef prima dell’udienza Gip senza il contraddittorio. Oggi si scopre che le denunce erano tutt’altro che infondate e che la rappresaglia di Zonin verso l’avvocato Lucio Golino con richiesta di 2,5 milioni di euro è stata respinta».

Ma le bancherotte nel Veneto fanno da contraltare alla finanza bianca. Crema riapre l’archivio: nel 1972 il 37% della Cattolica del Veneto viene ceduto dallo Ior di Marcinkus a Roberto Calvi; negli anni ’90 il progetto di Silvano Pontello diluisce la banca di Sant’Antonio nella Popolare Veneta supportato dalle famiglie Benetton, Carraro, Chiarotto, Pagnan, Boscolo e Caovilla; salta, invece, per una questione di poltrone la fusione delle tre popolari (Vicenza, Antoniana e Veneta) caldeggiata da Confindustria; fra 2005 e 2007 si consuma a Padova la speculazione su Antonveneta con Abn Ambro, Popolare Lodi e Montepaschi.

«La fiducia, quello ci hanno rubato… mi ha detto più di qualcuno dei risparmiatori. E la fiducia una volta persa non la ritrovi più. Anche se ti compra lo straniero» conclude Crema di fronte al Nord Est rimasto senza le sue «cassaforti».

È davvero una tragedia, al di là delle inchieste postume e dei danni irreparabili per troppe famiglie. Eppure la fiduciaria Delta Erre o Palladio Finanziaria proseguono imperterrite nel loro business plan. Notai, commercialisti, consulenti architettano le nuove frontiere degli affari dei salotti più o meno «nobili». Nessuno sembra preoccuparsi del commissariamento di EstCapital, la Sgr che ha gestito circa un miliardo di euro di fondi più il «pacchetto immobiliare» del Comune di Venezia. E ormai da dieci anni proprio fra Padova, Treviso e Vicenza opera il Banco delle Tre Venezie: nell’ultimo bilancio ammette 67,8 milioni di «crediti deteriorati lordi».

Magari, qualcuno ci scrive un altro libro.

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