Primavera 2020: Qualche riflessione intorno al crollo dei prezzi del petrolio

Primavera 2020: Qualche riflessione intorno al crollo dei prezzi del petrolio

di Duccio Basosi*

Il momento attraversato dal mercato del petrolio nella primavera del 2020 si presta a descrizioni ricche di pathos. “Viviamo in tempi senza precedenti, in cui ogni record è infranto”, ha scritto (1) per esempio Bassam Fattouh, direttore dell’Oxford Institute for Energy Studies (OIES). Per gli analisti (2) dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC), “il mercato petrolifero sta attraversando uno shock storico, estremo e globale”. L’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) si spinge ancora più in là in un articolo postato (3) sul web: quello in corso è uno “shock come nessun altro”, che si è abbattuto sul petrolio “con ferocia”. Nell’efficace formula(4) del politologo Alberto Clô, “il mercato petrolifero, come normalmente lo si intende, si è letteralmente dissolto”.

Tali toni appaiono giustificati. A marzo del 2020 i principali prezzi di riferimento mondiali del petrolio greggio sono andati letteralmente in picchiata: secondo i dati raccolti dall’OPEC nel suo bollettino mensile (5) pubblicato il 16 aprile, tra febbraio e marzo i contratti future del Brent e del WTI sono crollati da valori medi mensili intorno ai 50$ al barile a valori intorno ai 30$ al barile, con una perdita secca del 40%. Dalla fine di marzo, poi, le quotazioni di tali contratti hanno raramente superato i 25$ per barile. I due prezzi di riferimento presentano solitamente valori leggermente diversi l’uno dall’altro, in quanto si riferiscono a varietà di petrolio, a contratti finanziari e a piazze di scambio diverse, ma seguono andamenti simili, restituendo nel complesso il quadro del “mercato” mondiale di una materia prima i cui scambi sono ampiamente “globalizzati”. Tuttavia, poiché oltre al mercato finanziario, che si riferisce a scambi con consegna futura, c’è anche un mercato della compravendita “immediata” (on the spot) della materia prima, la data del 20 aprile è entrata nella storia come quella in cui il prezzo “spot” del WTI è andato per la prima volta in territorio negativo, indicando in sostanza che nessuno sapeva cosa fare del petrolio in arrivo al terminale di Cushing (Oklahoma, USA): pur di sbarazzarsene, gli investitori erano disposti a pagare chiunque fosse dotato di qualche capacità di stoccaggio. Al di là della sua eccezionalità (6), l’evento è assurto rapidamente a simbolo dell’attuale fase del mercato petrolifero mondiale.

Per porre la caduta dei prezzi in prospettiva, gli storici Adam Tooze e Nicholas Mulder hanno ricordato in un bel saggio (7) per la rivista Foreign Policy che questo non è certo il primo caso di crollo repentino dei prezzi del greggio. A partire dagli anni Settanta, questi hanno anzi visto un’alternanza relativamente intensa di “shock” e “contro-shock” (8): aumenti radicali si registrarono nel 1973, nel 1979-80 e, con maggiore gradualità, nel 2003-08; cadute rapidissime sono avvenute nel 1986 e nel 2015. I due storici hanno però anche osservato che, in termini reali, il prezzo del petrolio non era mai stato così basso dagli anni Cinquanta.
Al di là delle iperboli, il crollo dei prezzi è questione di primaria importanza nel panorama politico-economico mondiale, per la semplice ragione che fa capo al petrolio circa un terzo (9) dei consumi energetici globali e che, in particolare, una quota stimata intorno al 90% dei trasporti (auto, aerei, trasporto marittimo) viaggia con combustibili derivati dal petrolio. Per chi ama il “capitalismo fossile (10)”, il petrolio è niente meno che la “linfa vitale” dell’economia moderna e delle sue filiere di produzione globalizzate. Ma anche per chi non ha la stessa passione (11) per lo stato delle cose presenti è difficile eludere certi nodi imposti dalla constatazione che, allo stato attuale, il petrolio riveste un ruolo centrale nei processi produttivi e commerciali globali. Le righe che seguono provano a fare anzitutto il punto analitico su quanto è possibile dire in merito alle origini del crollo dei prezzi del 2020, poi a restituire un quadro sintetico di una serie di conseguenze immediate degli avvenimenti e, infine, a tracciare una mappa sintetica di almeno alcune delle numerose questioni aperte dalla situazione attuale per il futuro.
La cronologia della “crisi” appare relativamente semplice da ricostruire. Nonostante una lieve caduta nel 2008 e 2009, nella fase più acuta della “grande recessione”, dal 2010 al 2019 i consumi di petrolio mondiali (12) sono cresciuti costantemente, passando da circa 85 a circa 100 milioni di barili al giorno (mb/g), con Cina e India a trainarne la crescita. Dal lato dell’offerta, tuttavia, si è manifestata nello stesso periodo una decisa tendenza alla sovrapproduzione che ha depresso i prezzi nel 2015 e che è stata contrastata, dal 2016, solo attraverso la cooperazione tra i Paesi dell’OPEC e la Russia (13), il cosiddetto gruppo degli esportatori “OPEC+”. Questi hanno più volte rinnovato una serie di accordi volti a un taglio concordato della produzione al fine di sostenere i prezzi e massimizzare gli introiti da export di greggio, da cui dipendono in buona misura gli stessi bilanci statali dei Paesi in questione. I prezzi si sono così mantenuti in una fascia tra i 55 e i 70$ al barile, con punte fino a 80$, per la maggior parte del recente passato. Tuttavia, all’inizio del 2020 il panorama è mutato, per l’effetto combinato di due dinamiche “strutturali” e di due eventi specifici.
Per quanto riguarda le dinamiche strutturali, a fine 2019 varie previsioni (14) indicavano una situazione incerta per la crescita dell’economia mondiale nel 2020 (dopo il deciso rallentamento dello stesso 2019): nella misura in cui vi è una relazione di relativa proporzionalità in buona parte del mondo (anche se non ovunque) tra crescita economica e crescita dei consumi petroliferi, tali previsioni indicavano quindi incertezza sul futuro prossimo della domanda di petrolio, tanto più se lette in associazione (15)con le preoccupazioni crescenti, in tanta parte dell’opinione pubblica, per il cambiamento climatico connesso alla combustione dei derivati di petrolio, carbone e gas naturale. Sul lato dell’offerta, poi, il mese di gennaio 2020 ha segnato un ulteriore record (16) nella produzione di shale oil negli Stati Uniti: l’estrazione di questo petrolio “non convenzionale” attraverso la costosa e assai inquinante tecnica della “frammentazione idraulica” (il cosiddetto fracking) ha progressivamente preso piede negli ultimi dieci anni, fino a restituire nel 2019 agli Stati Uniti il ruolo, perduto da vari decenni, di maggior produttore mondiale di greggio. Lo shale rappresenta circa il 60% di una produzione complessiva statunitense che a gennaio 2020 ha toccato il massimo storico di 13 mb/g. Tuttavia, trattandosi di una produzione decisamente più costosa di quella del petrolio “convenzionale”, solo un regime di prezzi relativamente elevati può garantirne la viabilità economica. Per essere più precisi: quella di shale oil è una produzione per la quale la maggior parte delle compagnie estrattive è sempre stata in perdita con qualunque livello dei prezzi ma che, con prezzi intorno ai 55-70$ al barile e il sostegno di una parte del mondo politico statunitense (addirittura entusiastico, dal 2017, quello del Presidente Trump), è riuscita comunque ad attrarre finora capitali finanziari in quantità sufficiente da continuare a espandersi. Nei primi mesi del 2020, pertanto, il risultato paradossale di queste dinamiche era che i Paesi dell’OPEC+ limitavano volontariamente la propria produzione per sostenere i prezzi, ma a beneficiare di tale politica erano i produttori di shale statunitensi che sfruttavano quei prezzi per espandere la propria quota di mercato proprio ai danni dell’OPEC+.
In questo contesto, due eventi hanno poi segnato l’inizio del 2020. Il primo è stato ovviamente l’irrompere sulla scena mondiale della pandemia da Covid-19. Secondo i calcoli della IEA (17), già nel mese di febbraio il blocco completo della regione dell’Hubei e le altre misure intraprese dal governo cinese per contrastare la diffusione del virus avevano posto sotto lockdown una popolazione corrispondente al 5% dei consumi energetici mondiali. A mano a mano che altri Paesi hanno posto in essere le rispettive politiche di lockdown, tale quota è cresciuta rapidamente: all’inizio di aprile si trovava così in lockdown una popolazione corrispondente a circa metà dei consumi energetici mondiali. La quantità di energia consumata nel mondo è così caduta del 3,8% nel primo quadrimestre dell’anno, con stime che arrivano a ipotizzare una caduta annua del 6%, mai vista dalla fine della Seconda guerra mondiale. In tale contesto, la domanda di petrolio è caduta del 5% dall’inizio dell’anno, risultando particolarmente penalizzata dalla virtuale chiusura dell’industria turistica con relativi viaggi aerei, nonché dalla riduzione della domanda di combustibile per gli spostamenti privati e da quella di combustibili per il trasporto marittimo per la generalizzata frenata di produzione e commerci.
Il secondo evento ha invece una natura più spiccatamente politica e in una certa misura costituisce il raccordo tra le dinamiche strutturali e l’evento “coronavirus”: il 6 marzo, la riunione periodica dei Paesi OPEC+ non ha prodotto il rinnovo (18) degli accordi di limitazione della produzione, lasciando ciascun Paese virtualmente libero di produrre alla massima capacità. In quell’occasione pare essersi consumato uno strappo tra Russia e Arabia Saudita, le due superpotenze dell’export petrolifero (essendo la produzione statunitense assorbita principalmente dal consumo interno): secondo la puntuale ricostruzione (19) di Tristan Metz, se la prima era entrata nella riunione mettendo in discussione l’opportunità di continuare a perdere quote di mercato a beneficio dello shale statunitense (tanto più in un contesto così incerto), la seconda ha reagito al mancato rinnovo dell’accordo annunciando, l’8 marzo, l’aumento del volume della produzione nazionale fino a 12,5 mb/g (dai 9,7 prodotti sino a quel momento), come a segnalare di essere pronta a giocare, all’occorrenza da sola, anche la partita della competizione per le quote di mercato. Ecco dunque che, ad un enorme shock dal lato della domanda, si è sommato uno shock dal lato dell’offerta, con il paradosso che in un contesto di domanda depressa i principali protagonisti del mercato hanno annunciato l’aumento dei rispettivi ritmi produttivi: il crollo dei prezzi trova origine in questo contesto.
Dalla fine di marzo, tuttavia, il quadro è entrato in una fase più caotica, che ha visto una serie di movimenti anche contraddittori. Questi non hanno cambiato in modo significativo, per ora, il quadro sopra delineato. Tuttavia, è importante prenderne nota per cercare di delineare i possibili scenari futuri. I protagonisti principali sembrano essere stati i governi di Stati Uniti, Russia e Arabia Saudita. Questi, il 12 aprile, a seguito di una serie di scambi in videoconferenza, hanno guidato gli altri Paesi produttori ad un nuovo e teoricamente più impegnativo accordo per tagliare la produzione in eccesso, in vigore a partire dal 1° maggio e “spalmato” sui prossimi due anni: -9,7 mb/g nel periodo maggio-giugno 2020; -7,7 mb/g a luglio-dicembre 2020; -5,8 mb/g a gennaio 2021-aprile 2022. Salutato subito come “storico” da molti commentatori (20), l’accordo presentava in realtà una serie di limiti (21) piuttosto evidenti. In ogni caso, se nell’immediato esso doveva avere anzitutto un effetto psicologico, dopo solo pochi giorni questo è stato completamente annullato dall’episodio, sopra ricordato, dei prezzi negativi del WTI. Ancora alla metà di maggio i prezzi rimanevano pertanto intorno ai 25$ al barile.
Se l’entrata in funzione dell’accordo dal 1° maggio produrrà qualche effetto saranno i prossimi mesi a dirlo. Nel frattempo, tuttavia, è vero che esso ha avuto caratteristiche notevoli da altri punti di vista, che lo rendono un buon punto di partenza per illustrare tanto alcune delle conseguenze immediate della situazione attuale, quanto alcune delle questioni che essa pone per il futuro. Anzitutto il governo russo di Vladimir Putin ha accettato quei tagli che aveva rifiutato solo un mese prima. Poiché Mosca pareva effettivamente disposta (22) a sostenere una guerra dei prezzi di lunga durata contro lo shale statunitense (e ben attrezzata per farlo, pur pagando un prezzo), gli analisti dell’OIES hanno concluso che il ritorno alla limitazione della produzione può essere spiegato solo sulla base di un calcolo politico del Cremlino, possibilmente connesso all’allentamento delle sanzioni statunitensi in vigore contro l’economia russa. Se così fosse, significherebbe che il petrolio sta prendendo in questa fase le forme di merce di scambio diplomatico oltre che commerciale. I prossimi mesi potrebbero aiutare a chiarire la questione.
Più lineare, tutto sommato, l’atteggiamento Saudita. Anche in questo caso è lecito chiedersi se i regnanti Saud abbiano “richiuso le valvole” sulla base di qualche accordo politico-diplomatico con l’amministrazione Trump, o sulla base di qualche messaggio minaccioso ricevuto da questa. Ma attenti osservatori (23) hanno rilevato che Riyadh ha uscite di bilancio molto più alte di Mosca (tali che solo un prezzo del greggio intorno agli 80$ al barile è giudicato adeguato a evitare un deficit) e come, al contrario di Mosca, essa non possa ignorare troppo a lungo la situazione dei suoi soci dell’OPEC, molti dei quali, già in grave difficoltà con i prezzi del recente passato (si pensi al Venezuela o all’Algeria), potrebbero essere messi letteralmente in ginocchio dal protrarsi delle condizioni di mercato attuali.
Il cambiamento di orientamento più radicale è stato però quello del governo statunitense. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è infatti passato, nell’arco di poche settimane, da spensierati tweet in cui celebrava il crollo dei prezzi del petrolio (24) come una manna per i consumatori statunitensi (in linea con le proprie politiche radicalmente anti-ecologiche) ad un frenetico attivismo telefonico con Mosca e Riyadh, e infine a una nuova serie di tweet (25) in cui auspicava la risalita degli stessi prezzi e celebrava il valore dell’OPEC+ per l’economia internazionale (un fatto, questo sì, “storico”, considerato che per almeno quattro decenni (26) le amministrazioni statunitensi hanno indicato l’OPEC come un’entità ostile). Facile spiegare l’inatteso innamoramento di Trump per il mercato controllato e il multilateralismo: nei suoi tweet, il Presidente ha garantito che l’accordo salverà “milioni di posti di lavoro” nel settore dello shale (importanti per lo più in stati come il Texas, cruciali per il suo partito nelle elezioni di novembre). Anche in questo caso, i conti potranno essere fatti solo alla fine.
E proprio con uno sguardo al futuro, è possibile svolgere alcune riflessioni, relative sia all’industria petrolifera in senso stretto, sia ad una serie di questioni di carattere più generale, chiamate in causa dagli attuali sconvolgimenti del mercato del petrolio. Anzitutto, in assenza di un recupero dei prezzi, Trump potrebbe aver ottenuto il peggiore dei mondi possibili (per lui): da un lato la legittimazione dell’OPEC+, dall’altro un accordo che non alzi il prezzo del greggio abbastanza (o abbastanza rapidamente). Gli organi di informazione riferiscono, su base quotidiana, del crollo della produzione statunitense (27), con chiusura dei pozzi convenzionali meno competitivi, stop alle nuove trivellazioni di pozzi da fracking, sospensione dell’estrazione di shale e licenziamento di migliaia di lavoratori nei campi e nell’indotto. Si tratta di sviluppi che, secondo alcuni analisti, potrebbero infliggere una ferita mortale all’intera industria petrolifera statunitense prima che un rimbalzo dei prezzi (da ripresa spontanea della domanda o da limitazione dell’offerta OPEC+) arrivi a salvarla: infatti, se da un lato la chiusura dei pozzi convenzionali ha costi molto alti e può essere in alcuni casi irreversibile, la maggiore elasticità della produzione da fracking potrebbe risultare inutile qualora l’interruzione della produzione si protraesse a lungo, provocando lo sfilacciamento della logistica che sostiene l’attività estrattiva e, soprattutto, il definitivo abbandono (28) di un’attività in perdita cronica da parte dei capitali finanziari che fin qui l’hanno sostenuta. D’altro canto, nel contesto attuale, non appare fantascientifico (29) nemmeno pensare che, in condizioni di perdurante depressione dei prezzi, Washington proceda, in forme più o meno esplicite, al salvataggio di un comparto ormai divenuto too big to fail, non solo per la bolla finanziaria che ha alimentato, ma anche per effetto di cinque decenni (30) di retorica sull’indipendenza energetica nazionale.
A seconda delle dinamiche che si imporranno, si apre quindi un ventaglio di scenari futuri (31) che vanno da un duopolio russo-saudita su ciò che resterà del mercato petrolifero globale, a una competizione senza quartiere tra pochi grandi gruppi (pubblici o privati) protetti dai rispettivi governi nazionali in nome della “sicurezza energetica”, a un non-ordine nel quale i mancati investimenti dei mesi (o degli anni) di prezzi bassi determineranno una “strozzatura” dal lato dell’offerta al momento di un’ipotetica ripresa della domanda. In un contesto reso più fluido dal progressivo affermarsi, almeno a parole, dell’idea di una “transizione energetica” fuori dalle fonti fossili, l’unico punto su cui concordano tutti gli analisti è che al momento è impossibile predire come evolverà la situazione. La più grave depressione economica dagli anni Trenta, l’incertezza sui tempi della fine della pandemia in corso e il mix contrastante di conflitto e cooperazione che, da almeno un decennio, caratterizza i rapporti tra gli Stati Uniti, la Cina e gli altri grandi attori dell’economia politica internazionale, fanno sì che la condizione straordinaria del mercato petrolifero risulti per molti versi un simbolo (32) perfetto dell’attuale fase storica. Ma tale condizione è anche il contesto in cui hanno luogo oggi una molteplicità di fatti, dibattiti e scelte in grado di influenzare il futuro ben oltre i (pur larghi) confini del comparto energetico: si pensi, ad esempio, al profilarsi di una massiccia crisi da indebitamento estero per molti Paesi produttori di petrolio (33), alle proposte volte a utilizzare la crisi come opportunità per “decarbonizzare l’economia”(34) , ai dibattiti in corso (35) sull’opportunità di “de-globalizzare” le filiere produttive e le “catene del valore”, o alle implicazioni di decisioni come quella, annunciata dal finanziere Warren Buffet (36), di disinvestire completamente dal settore del trasporto aereo. Pur senza cadere in rappresentazioni semplicistiche, come quelle che vogliono l’intera storia mondiale degli ultimi cento anni ruotare intorno alla competizione internazionale per un non meglio specificato “dominio sul petrolio”, è facile almeno affermare che oggi non vi può essere dibattito sul futuro del petrolio che non implichi anche scelte impegnative in merito ai modi di produzione e distribuzione della ricchezza, su scala mondiale e all’interno di ciascun Paese. E che, di converso, non vi può essere dibattito (37) sul futuro dei modi di produzione e distribuzione della ricchezza che non implichi anche scelte impegnative in merito al futuro del petrolio.

* Duccio Basosi è docente di Storia delle Relazioni Internazionali all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Curatore, con Giuliano Garavini e Massimiliano Trentin, di Counter-Shock. The Oil Counter-Revolution of the 1980s (London: IB Tauris, 2018)

Note
1) https://www.oxfordenergy.org/publications/oil-benchmarks-under-stress/
2) https://momr.opec.org/pdf-download/
3) https://www.iea.org/articles/the-global-oil-industry-is-experiencing-shock-like-no-other-in-its-history
4) https://www.rivistaenergia.it/2020/04/petrolio-ma-quale-accordo-storico/
5) https://momr.opec.org/pdf-download/
6) https://www.oxfordenergy.org/publications/oil-benchmarks-under-stress/
7) https://foreignpolicy.com/2020/04/23/the-coronavirus-oil-shock-is-just-getting-started/
8) https://www.bloomsbury.com/uk/counter-shock-9781838608248/
9) https://www.iea.org/reports/global-energy-review-2020
10) https://monthlyreview.org/product/facing_the_anthropocene/
11) https://www.jacobinmag.com/2020/04/big-oil-companies-climate-change-pandemic
12) https://www.iea.org/reports/world-energy-outlook-2019
13) https://www.foreignaffairs.com/articles/2020-04-02/oil-collapse
14) https://www.imf.org/en/Publications/WEO/Issues/2019/10/01/world-economic-outlook-october-2019
15) https://www.imf.org/~/media/Files/Publications/DP/2020/English/FOFSGCCEA.ashx
16) https://www.spglobal.com/platts/en/market-insights/latest-news/oil/011520-us-oil-output-averaged-record-13-million-bd-last-week-eia
17) https://www.iea.org/reports/global-energy-review-2020
18) https://www.iea.org/reports/oil-market-report-april-2020
19) https://legrandcontinent.eu/fr/2020/03/31/coronavirus-and-energy-a-sector-challenged-by-geographical-concentrations/
20) https://www.bloomberg.com/news/articles/2020-04-12/oil-price-war-ends-with-historic-opec-deal-to-cut-production
21) https://www.rivistaenergia.it/2020/04/petrolio-ma-quale-accordo-storico/
22) https://www.oxfordenergy.org/publications/the-new-deal-for-oil-markets-implications-for-russias-short-term-tactics-and-long-term-strategy/
23) https://www.oxfordenergy.org/publications/the-new-deal-for-oil-markets-implications-for-russias-short-term-tactics-and-long-term-strategy/
24) https://www.spglobal.com/platts/en/market-insights/latest-news/oil/030920-trump-focuses-on-benefits-of-oil-price-plunge-despite-us-shale-turmoil
25) https://www.washingtonpost.com/gdpr-consent/?next_url=https%3a%2f%2fwww.washingtonpost.com%2fbusiness%2feconomy%2ftrump-celebrates-low-oil-prices-tweeting-thank-you-to-saudi-arabia%2f2018%2f11%2f21%2feda942b8-ed95-11e8-8679-934a2b33be52_story.html
26) https://global.oup.com/academic/product/the-rise-and-fall-of-opec-in-the-twentieth-century-9780198832836?cc=it&lang=en&
27) https://www.nytimes.com/2020/03/20/business/energy-environment/coronavirus-oil-companies-debt.html
28) https://www.nytimes.com/2020/04/10/opinion/sunday/coronavirus-texas-fracking-layoffs.html
29) https://www.nytimes.com/2020/03/10/us/politics/trump-coronavirus-relief-package.html?searchResultPosition=1
30) https://foreignpolicy.com/2012/01/03/energy-independence-a-short-history/
31) https://www.rivistaenergia.it/2020/05/darwinismo-petrolifero/
32) https://www.theguardian.com/business/2020/apr/14/how-coronavirus-almost-brought-down-the-global-financial-system
33) https://foreignpolicy.com/2020/04/23/the-coronavirus-oil-shock-is-just-getting-started/
34) https://www.jacobinmag.com/2020/05/oil-crash-energy-production-economic-crisis
35) https://www.scmp.com/economy/china-economy/article/3081778/coronavirus-how-will-chinas-role-global-economy-change-when
36) https://www.theguardian.com/world/2020/may/03/warren-buffett-dumps-us-airline-stocks-saying-world-has-changed-after-covid-19
37) https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/05/06/planet-of-the-humans-michael-moore-spacca-il-movimento-ambientalista-americano-e-non-solo-ma-dice-cose-importanti/5792899/

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