Note critiche sulla situazione del Venezuela dopo l’aggressione imperiale del 3 gennaio
Riceviamo e pubblichiamo un contributo di alcun_ compagn_ della diaspora venezuelana in Italia che fanno parte del nostro sindacato
Negli ultimi giorni sono circolate prese di posizione che, pur denunciando correttamente l’imperialismo statunitense, finiscono per difendere Maduro come presunto baluardo del processo bolivariano. Allo stesso tempo, a partire dal 3 gennaio, dentro e fuori dal Venezuela, vediamo venezuelane e venezuelani festeggiare il sequestro e l’incarcerazione di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti. È un dato scomodo, ma va affrontato politicamente: non si può ridurre questo fenomeno alla sola destra o ai settori borghesi. Tra chi esprime sollievo e felicità ci sono anche lavoratrici e lavoratori, settori popolari ed ex sostenitori del chavismo, spinti all’esilio da anni di impoverimento, repressione e negazione dei diritti.
Il progetto della Rivoluzione Bolivariana, inaugurato da Hugo Chávez, nasceva da un tentativo reale di rompere con il neoliberismo, redistribuire la rendita petrolifera, combattere la povertà e costruire sovranità nazionale e integrazione regionale. Richiamare quello sforzo storico è corretto e necessario. Tuttavia, è un grave errore politico e analitico identificare la gestione di Nicolás Maduro con quel progetto. Non esiste continuità nelle politiche sociali che ne avevano caratterizzato la prima fase. Negli ultimi dodici anni, il governo Maduro ne ha promosso lo smantellamento attraverso una gestione autoritaria e profondamente inefficiente, attribuendo sistematicamente all’embargo internazionale ogni responsabilità della crisi.


Non è corretta, per esempio, l’affermazione secondo cui in Venezuela la giornata lavorativa di 40 ore settimanali sarebbe stata ridotta. Questa misura faceva parte della proposta di riforma costituzionale promossa da Chávez nel 2007 e sottoposta a referendum popolare, che non venne approvata — l’unica sconfitta elettorale subita da Chávez.
Sotto la gestione di Maduro, i proventi del petrolio non sono stati utilizzati per migliorare le condizioni di vita della popolazione, ma per arricchire una nuova élite interna, intrecciata con settori militari, burocratici e imprenditoriali, oltre che con multinazionali che oggi operano in condizioni persino più favorevoli rispetto al passato. Si è formata una nuova oligarchia, attraverso il saccheggio sistematico della rendita petrolifera, ormai completamente separata dagli interessi delle classi popolari.
È indubbio che settori dell’opposizione di destra abbiano invocato apertamente l’intervento statunitense. Questo va denunciato senza ambiguità, nella piena consapevolezza che gli Stati Uniti non agiscono in nome della democrazia, ma per garantire l’accesso alle risorse, il controllo dei prezzi energetici, l’indebolimento dell’OPEC e la disciplina geopolitica del continente. L’incursione del 3 gennaio va letta come un messaggio all’intera regione: obbedienza o punizione.
Tuttavia, ciò non può in alcun modo assolvere il governo Maduro. Negli ultimi anni esso ha represso, silenziato e incarcerato settori popolari, sindacalisti, lavoratori e lavoratrici, attivisti sociali che erano stati protagonisti del processo chavista e che oggi lottano semplicemente per salari dignitosi, servizi pubblici e diritti fondamentali.
Un errore ricorrente in molte analisi consiste nel ridurre l’opposizione venezuelana a un unico blocco reazionario, cancellando l’esistenza di un’opposizione popolare, sociale e di sinistra che oggi viene repressa dal governo. Non si può assimilare chi lotta per diritti elementari alla destra golpista, né legittimare la repressione in nome dell’anti-imperialismo.
Il regime sanzionatorio e l’embargo degli Stati Uniti rappresentano senza dubbio una delle cause centrali della crisi. Ma il governo Maduro li ha utilizzati sistematicamente come alibi per mascherare corruzione, concentrazione della ricchezza e smantellamento delle conquiste sociali. Un anti-imperialismo ridotto a pura retorica, funzionale alla protezione di una borghesia locale, non è anti-imperialismo, ma una forma di gestione autoritaria della dipendenza.
È corretto ricordare che la controffensiva statunitense non può essere compresa senza richiamare l’autonomia conquistata dal subcontinente latinoamericano negli anni Duemila grazie alla diplomazia chavista. Ma è stato lo stesso governo Maduro a smantellare quell’eredità, distruggendo organismi regionali come UNASUR e CELAC, svuotando l’OPEC, isolando il Venezuela e rendendolo sempre più vulnerabile sul piano internazionale.
Maduro non gode del sostegno popolare che aveva Chávez. Le cifre ufficiali sulla partecipazione elettorale non tengono conto della pesantissima sconfitta elettorale del luglio 2024, mai riconosciuta dal governo, che ha scelto di mantenersi al potere attraverso il controllo delle istituzioni, la repressione e l’uso della forza. I gravi abusi subiti da settori popolari e attivisti, comprese detenzioni arbitrarie e uccisioni, sono documentati da numerose organizzazioni nazionali e internazionali per i diritti umani, tra cui la Missione Internazionale Indipendente delle Nazioni Unite.
Sul piano geopolitico, la denuncia dell’intervento statunitense resta necessaria. Ma il nodo centrale non è soltanto la difesa o meno di Maduro: il problema è che si sta consegnando il Paese e le sue ricchezze strategiche. La politica petrolifera del governo ha un carattere di fatto coloniale, con un ruolo centrale di multinazionali come Chevron, in condizioni che ricordano le concessioni di inizio Novecento. Governo e opposizione di destra appaiono sempre più come due opzioni “entreguiste”, in competizione su chi sappia garantire meglio gli interessi di Washington.
Sostenere che il progetto bolivariano ha retto può risultare consolatorio, ma è falso. È stato lo stesso governo Maduro a distruggerlo. Se vogliamo comprendere la reale resilienza del popolo venezuelano, dobbiamo guardare alle lotte sociali oggi represse: per i salari, per la terra, per i diritti indigeni, per il diritto allo studio, per i servizi pubblici e per i diritti umani. È in questi conflitti che può nascere una ricomposizione popolare, democratica e di sinistra, alternativa sia all’autoritarismo governativo sia alla destra neoliberale.
La rappresentazione della diaspora venezuelana come composta prevalentemente da persone “ben vestite” e privilegiate rischia di occultare le cause profonde e drammatiche della migrazione di massa. La diaspora venezuelana, di cui anche noi facciamo parte, conta oggi oltre otto milioni di persone in meno di dieci anni: una fuga di quasi un terzo della popolazione. Si tratta in larga parte di una migrazione forzata, determinata dal crollo dei salari, dall’impossibilità di soddisfare bisogni essenziali, dal collasso dei servizi sanitari ed educativi, da un’iperinflazione senza precedenti nella storia dell’America Latina, dall’insicurezza alimentare e dal deterioramento generalizzato delle condizioni di vita.
La strumentalizzazione biopolitica della diaspora da parte del governo ha funzionato come una valvola di sfogo delle tensioni sociali interne. Le rimesse inviate dall’estero sono diventate essenziali per la sopravvivenza dei familiari rimasti nel Paese, costretti a vivere con salari e pensioni il cui valore reale oscilla, a causa della volatilità del tasso di cambio, tra uno e tre dollari al mese. Questo ha favorito l’espansione del lavoro informale e l’adozione di una politica dei bonus che ha progressivamente smantellato il sistema di previdenza sociale.
L’esperienza migratoria venezuelana è stata segnata da precarietà, sfruttamento, attraversamenti pericolosi, discriminazioni e violazioni dei diritti, soprattutto per i settori popolari. Se oggi una parte significativa della diaspora proveniente da questi settori finisce per identificarsi politicamente con la destra, questo dato non può essere liquidato o stigmatizzato, ma deve interrogare seriamente le responsabilità del governo Maduro, che ha compromesso e delegittimato, nei fatti, il significato storicamente associato alla sinistra e al progressismo. Riteniamo che costruire una solidarietà internazionale coerente non può significare schierarsi con un governo corrotto ed elitista in nome dell’anti-imperialismo, né contribuire a una lettura distorta del patrimonio della Rivoluzione Bolivariana. Schierarsi con i popoli significa denunciare l’intervento imperialista e, allo stesso tempo, sostenere le lotte che in Venezuela nascono dal basso, spesso sotto una repressione feroce. È da queste voci marginalizzate e silenziate che bisogna partire, evitando ogni identificazione automatica tra governo e popolo.



