Tempeste di sabbia: convergenze di lotta contro la ripartenza del capitale Un contributo di Lorenzo Feltrin sulle giorne di sciopero e mobilitazione del 26 e 27 marzo

Tempeste di sabbia: convergenze di lotta contro la ripartenza del capitale Un contributo di Lorenzo Feltrin sulle giorne di sciopero e mobilitazione del 26 e 27 marzo

Il 23 marzo 2021, la Ever Given – una nave portacontainer lunga 400 metri e pesante oltre 200.000 tonnellate – è stata colpita da una tempesta di sabbia di potenza anomala mentre attraversava il Canale di Suez. Il mezzo – reso ingovernabile dal forte vento – si è arenato di traverso, bloccando agevolmente la principale arteria del traffico marittimo tra Asia ed Europa. Man mano che diventava chiaro che il viavai non sarebbe ripreso per giorni, forse settimane, le catene logistiche globali venivano percorse da un moto di convulsione. I prezzi del petrolio salivano, enormi navi si accalcavano agli ingressi del canale e altre cambiavano rotta per circumnavigare l’Africa. Intanto, nel Matrix di internet, la Ever Given diventava rapidamente virale come simbolo tragicomico di un sistema scricchiolante. Dopo oltre un anno di pandemia, infatti, i valori di borsa crescono mentre la produzione cala e i timori dell’esplosione di una nuova bolla finanziaria e di un’impennata di inflazione si fanno più insistenti.

Epperò non è solo il tempo inclemente – un altro sintomo del cambiamento climatico? – a gettar sabbia negli ingranaggi dell’accumulazione di valore. C’è anche il vento del rifiuto a piegarsi docilmente agli imperativi del capitale, in un’epoca nella quale ciò vorrebbe dire scendere alquanto in basso. Nulla di nuovo, certo, è il capitalismo stesso a vivere di crisi. Ma c’è modo e modo di uscire da una crisi. Tre giorni dopo la debacle della Ever Given, i molti spifferi della lotta per una vita degna hanno materializzato anche in Italia la tempesta di una convergenza di mobilitazioni intersettoriali su scala nazionale.

Il punto di produzione: Oltre l’opposizione tra reddito e salario

Nei dieci anni trascorsi dalla Primavera Araba, gli Indignados e Occupy, i già osceni livelli di disuguaglianza sociale sono aumentati e la crisi del Covid-19 sta approfondendo ulteriormente la voragine. Se il 2019 aveva visto una nuova ondata globale di mobilitazioni, la pandemia ha favorito il riflusso o la repressione in certi contesti, la moltiplicazione del dissenso in altri. Per quanto riguarda il punto di produzione – ovvero il lavoro che crea beni e servizi mercificati – abbiamo visto una dinamica tipicamente contraddittoria. Da un lato, si sono diffuse vertenze in difesa della salute e per la protezione del reddito, inteso sia come denaro che come erogazione demonetizzata di beni e servizi. Dall’altro lato, però, interventi regressivi attraversati da fantasiose ma efficaci teorie del complotto hanno chiesto che si permettesse “all’economia” di funzionare senza ostacoli: «Vogliamo essere liberi di lavorare!». In questo senso, la pandemia è una manifestazione globale del “ricatto occupazionale”, rifiutarlo significa rifiutare la nocività stessa della produzione per il profitto.

Le mobilitazioni dei riders, dei lavorator* della logistica e dei trasporti e delle maestranze dello spettacolo che abbiamo visto il 26 e il 27 marzo hanno dimostrato con forza l’esistenza di una composizione di classe disponibile a battersi – nonostante tutte le difficoltà del caso – per una redistribuzione della ricchezza dall’alto verso il basso e per tutele universali, invece che per un’esclusione dai diritti delle componenti razzializzate e femminizzate della classe. Si tratta di segmenti accomunati da diverse forme di precarietà lavorativa: il sistema degli appalti nella logistica, il lavoro autonomo fittizio per i riders, il lavoro intermittente per le maestranze dello spettacolo, contratti interinali e a tempo determinato un po’ dappertutto, ecc.

Tuttavia, la categoria della precarietà – per quanto sempre utile nell’indicare un interesse comune per un sistema di tutele universali – diventa ottusa se oscura le profonde differenze oggettive e soggettive che caratterizzano i vari settori in lotta. Lo sappiamo, il capitalismo è una macchina di unificazione e frantumazione della classe in configurazioni sempre in movimento. Unificazione per garantire la cooperazione necessaria alla produttività, frantumazione per far sì che l’unione non diventi forza. Alcune fratture interne alla classe sono le “solite note” – settori economici, “razza”, “genere”, nazionalità, polverizzazione del posto di lavoro, ecc. – ma la pandemia ne ha creata un’ulteriore: quella tra settori “in quarantena” (come turismo, spettacolo, ristorazione) e settori sovrastimolati dalle misure di contenimento (come sanità, hi-tech, logistica, riders, ecc.).

Tale diversità richiede percorsi di lotta, forme organizzative e piattaforme rivendicative distinte. Se la pratica dello sciopero e la forma-sindacato si sono rivelate più attuali che mai nella logistica, percorsi più movimentisti hanno invece dato prova di maggiore efficacia per categorie più “diffuse”, come quella delle maestranze dello spettacolo. Ma, una volta assunte queste specificità, i rapporti di forza impongono di farle anche convergere in momenti di generalizzazione come è accaduto negli ultimi giorni. La convergenza è possibile proprio sui punti di una redistribuzione della ricchezza – tramite una combinazione di aumenti salariali e potenziamento del welfare che vada oltre il vicolo cieco dell’opposizione tra salario e reddito – e una riduzione dell’orario lavorativo che riduca la stessa necessità di creare nuova occupazione a tutti i costi.

Il punto di riproduzione: Rompere la subordinazione

Nel capitalismo, il posto di lavoro – e quindi la nostra sopravvivenza – dipende dalla crescita infinita del Pil, che però è proprio il motore dell’attuale crisi ambientale, la crisi della riproduzione socio-ecologica concettualizzata dal pensiero ecofemminista. La transizione “verde” che si prepara con il recovery plan è tutta interna al paradigma che separa la riproduzione della vita dalla produzione di merci e subordina la prima alla seconda. L’opposizione a tale paradigma passa per una convergenza non solo tra diversi settori lavorativi ma anche tra lotte al punto di produzione e lotte al punto di riproduzione. Altrimenti detto, la lotta per una vita degna passa sia per i diritti sul posto di lavoro che per quelli nella sfera domestica e nei territori.

Inoltre, la riproduzione socio-ecologica indica con forza l’esigenza di affiancare alle piattaforme quantitative viste sopra (riassumibili con il vecchio adagio “più soldi, meno lavoro”) rivendicazioni qualitative per trasformare la produzione nel segno di una vera sostenibilità ambientale, vera in quanto inscrivibile in una prospettiva di alternativa sistemica. La connessione tra lotte per il reddito e per l’ambiente mette in discussione la rivendicazione di un reddito finanziato dalla “piena automazione” a prescindere dalle ricadute ecologiche di quest’ultima. La tecnologia capitalista non è un mezzo neutrale. Essa riflette i rapporti di forza che attraversano le società che la generano ed è oggi strutturalmente sbilanciata verso lo sfruttamento del lavoro e l’insostenibile appropriazione di “risorse naturali”. Anch’essa dev’essere negata e trasformata nelle lotte, come le relazioni sociali che l’hanno prodotta.

Una convergenza delle lotte oltre il dualismo produzione-riproduzione può darsi attraverso le mobilitazioni dei soggetti che svolgono lavoro riproduttivo – in particolare lavoro di cura non salariato, sanità e istruzione pubbliche, come abbiamo visto con le mobilitazioni del mondo della scuola – e attraverso l’articolazione tra vertenze territoriali e sul posto di lavoro. Anche in questo caso, convergenza non significa omogeneizzazione: si tratta di percorsi organizzativi distinti e autonomi, che però possono trovare un terreno comune nelle rivendicazioni di redistribuzione, riduzione del tempo di lavoro e trasformazione sostenibile della creazione di ricchezza.

Se una cosa non manca, questa sono gli ostacoli. Le restrizioni legate al Covid-19 pongono l’onere di convincere che essenziali sono anche le lotte per i diritti. La controparte istituzionale è chiusa su sé stessa. La proposta parlamentare di una patrimoniale è stata messa a tappeto senza convenevole alcuno. Renzi – dal basso del suo 3% ma “dall’alto” dell’appoggio di Confindustria, Arabia Saudita e altre entità di salda fede progressista – ha spostato il baricentro del governo ben lungi da aperture a istanze redistributive. Ma erano ormai in poche e pochi a illudersi che qualcosa di significativo potesse arrivare dall’alto. In una situazione assai fluida e volatile come quella attuale, la costruzione di percorsi di lotta flessibili – in grado di rispettare le specificità creando però momenti di rivendicazione in comune – ci mettono nelle condizioni di cogliere le occasioni che si presenteranno. È bene tener sempre presente la possibilità che le tempeste a venire non generino solo grotteschi insabbiamenti, ma anche cambiamenti reali della rotta di navigazione esistente.

Condividi
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •