Nel buco nero della democrazia. di Beppi Zambon

Nel buco nero della democrazia. di Beppi Zambon

Non è nella nostra tradizione politica ergerci a paladini della democrazia parlamentare, ma il tenere la democrazia, in specie se diretta o assembleare, quale caposaldo nel nostro agire sociale, si. Con questo principio abbiamo approcciato taluni passaggi elettorali locali o nazionali – remoti e recenti – con distacco, interessati ma non coinvolti. Attenti perché, avendolo sperimentato concretamente nel corso del tempo storico, non è affatto vero affermare che “sono tutti uguali”. Distaccati perché abbiamo esperienza e contezza del “pantano della politica istituzionale, partitica e rappresentativa” e molto spesso la movimentazione sociale che siamo in grado di esprimere non trova il corrispettivo nelle urne. Ma questo non ci esime dal tenere in dovuta considerazione quanto avviene sul piano delle Istituzioni dello Stato, posto che queste permeano la nostra vita sociale e comunitaria.

Il Governo Draghi, che ha, gioco forza, sostituito il Conte bis, per gestire oculatamente i 200 MLD dei fondi europei su mandato dei ‘poteri forti’ nazionali e internazionali, ha piazzato il fisico Cingolani al Ministero della transizione ecologica, dotato di un consistente portafoglio e di un ampio mandato applicativo. Il ministro Cingolani, forte di cotal investitura e assiso alla destra del Padre Draghi, ha, in pochi mesi, espresso la sua – del governo – impostazione politico-imprenditoriale per superare il gap energetico, che si prospetta nel avviare la defossilizzazione della produzione energetica: il rilancio del “nucleare”, quello delle micro-centrali di nuova generazione.

Due referendum antinucleari (1987 e 2011) – costati lacrime e sangue, in specie quello del’87 – espressione massima di democrazia diretta istituzionale, vinti alla grande, sono stati cassati bellamente, senza che si sia udito un belato parlamentare, se non quello di qualche pecora smarrita. Senza che nel dibattito pubblico siano emerse voci critiche, se non in ridotti ambiti di movimento e di informazione specializata. Due referendum che hanno reso l’Italia un Paese diverso rispetto a tutti gli altri paesi altamente industrializzati, per altro senza perdere peso – a dispetto delle cassandre del produttivismo – nel novero delle “Grandi Potenze”. Ora quei 2 referendum rischiano di fare la fine di quello sull’Acqua Pubblica Bene Comune, anch’esso del 2011, vinto, ma inapplicato, anzi trasfigurato in acqua bene privato dei grandi gruppi industriali del settore, con pochi, troppo pochi, inascoltati oppositori.

Di queste espressioni di democrazia diretta siamo stati e siamo sostenitori, anche se siamo consapevoli che solo la forte e costante pressione dei movimenti può trasformarli in conquiste sociali reali, altrimenti e comunque mai definitive. Della ‘nostra’ Costituzione materiale* è questo che ci interessa, non di certo la sua ‘forma’ il cui uso con una applicazione disinvolta ha permesso l’affossamento del ddl Zan. È di questi giorni la consegna di 650.000 firme autenticate per ‘depenalizzare l’uso e la coltivazione’ della marijuana che si propone di legittimare quella che è di fatto è una pratica sociale diffusa, oltre che togliere una fonte di lucro alle mafie e oltrepassare le pastoie parlamentari. Porta questo segno il referendum per l’eutanasia, come anche l’approvazione estiva della sottoscrizione personale volontaria on line sul portale istituzionale dedicato, tramite spid, carta d’identità elettronica o tessera sanitaria validata, delle future proposte referendarie o leggi di iniziativa popolare. Possibilità che dovrebbe tramutarsi a febbraio 2022 in fattivo strumento a disposizione dei cittadini. Una potenzialità legislativa dal basso tutta da sperimentare, tutta da verificare, ma che trasforma l’intuizione del ‘progetto Russeau’ costruito per uso e consumo interno dei grillini parlanti, in uno strumento che può scardinare la cappa impositiva di un Parlamento irrigimentato dalle lobbies dei partiti e di potere. I referendum, come lo sono stati, in un passato remoto, quelli per il divorzio o per la libera scelta di maternità, possono rappresentare un terreno avanzato di conquista dove vengono dislocati i ‘nuovi diritti sociali’ dei cittadini. Vale ricordare che la legge sull’aborto fu approvata il 22 maggio 1978, solo dieci giorni prima era stata approvata la legge 180 per la chiusura dei manicomi e il 9 maggio era stato assassinato Aldo Moro: le forti, reali e innovative spinte sociali, suffragate da referendum, si sono imposte senza essere condizionate dalle pulsioni repressive di ordine pubblico del ‘presidente amerikano’ Cossiga. Insomma le condizioni bio-politiche che pur presenti nella vita reale collettiva, venivano e vengono negate o misconosciute da tutti gli apparati di partito, da tutte le strutture istituzionali, fintanto che questi fiumi carsici della società civile non esondano nelle dinamiche dei movimenti, emergono pubblicamente e si possono trasferire – spesso travisati – anche sul piano legislativo.

Vale la pena considerare che la disaffezione alle urne, così come l’evaporazione della propensione al sentirsi parte comune di un ‘altro orizzonte sociale’ o alle stesse vertenze collettive, negli ultimi 20 anni, in specie dopo Genova 2001***, ha lasciato il passo all’individualismo, alla ricerca di percorsi personali di esodo e di realizzazione dalla e nella realtà sociale, senza, tuttavia, diluire la densità delle mobilitazioni per i diritti civili violati o da rivendicare e ottenere. Non portano con sé questo segno le fiammate di indignazione e mobilitazione di genere, antirazziste, transfemministe, per la difesa ambientale. Una disponibilità esponenzialmente maggiore di quella alla mobilitazione per il reddito, fatte salve esperienze settoriali e/o territoriali. La stessa insulsa, testarda, egocentrica mobilitazione contro il green pass e il vaccino porta con se – al meno per una parte di essa – la cifra distorta di questa individualistica propensione sociale, del cambiamento antropologico intervenuto nella società****. Tanto più, in questo mutato contesto, vale la pena prestare attenzione politica alle potenzialità intrinseche a questi strumenti legislativi dal basso.

Abbiamo appena finito di sorbirci le dichiarazioni post-elettorali di vincitori e vinti delle elezioni amministrative, che hanno evidenziato il distacco, la lacerazione del rapporto di fiducia, e quindi di delega, dei cittadini con l’offerta politica e amministrativa dei partiti politici: solo poco più del 40% degli aventi diritto si è recato alle urne e, dove si è andati al ballottaggio, la percentuale anche sotto il 30%. E queste sono le elezioni sentite più vicine dal comune cittadino. Dove sta la legittimazione degli eletti, dove sta la tanto decantata democrazia rappresentativa?! Forse nel trasformismo para istituzionale di una Repubblica semi presidenziale? Sono solo giochini da interessati imbonitori sociali, da partiti politici, il Presidente della Repubblica impositivo è già tra noi, almeno dal ‘europeista’ Napolitano***** in poi.

* https://www.treccani.it/enciclopedia/costituzione-formale-costituzione-materiale_%28Dizionario-di-Storia%29/

** https://www.davidegiacalone.it/idee-e-memoria/kossiga/

*** https://www.ilpost.it/2021/07/19/g8-genova-venti-anni-dopo/

**** https://www.che-fare.com/e-bifo-carozzi-tecnologia-mutazione/

***** https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/napolitano-il-garante-dellitalia-europa-12259

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