Lottare nella pandemia: Riflessioni operaie sullo sciopero della logistica del 23 ottobre Ezio Rubert, delegato ADL Cobas

Lottare nella pandemia: Riflessioni operaie sullo sciopero della logistica del 23 ottobre Ezio Rubert, delegato ADL Cobas

Compagni e compagne di lotta, noi operai e operaie che “non capiamo un tubo e non contiamo nulla”, noi che condividiamo migliaia di ore di gioia e sofferenza estreme… abbiamo ragione. Il nostro compito oggi risiede nel perseguimento del potere operaio e le nostre rivendicazioni, compresi i contratti nazionali, sono su questo solco. Questo per ora passa attraverso il mantenimento della schiavitù salariale, ovvero della postazione di combattimento acquisita con scioperi, picchetti, cause legali e quant’altro contro la violenza e la guerra del capitale dentro ai nostri posti di lavoro.

Ma… in una situazione in cui vengono meno i margini di mediazione sociale, le classi svelano il loro vero volto, i contrasti balzano in primo piano, lo scontro capitale-lavoro è messo a nudo… anche noi sfruttati ed emarginati manifestiamo, ove più ove meno, la nostra autonomia politica che, inevitabilmente, ci mette in contrasto con l’interesse generale, quello del capitale. Più in generale qualunque aggregazione proletaria che esce dalla logica istituzionale si trova prima o poi a fare i conti con lo Stato e le suo forze repressive, con le buone e con le cattive. E allora, per non finire mazziati e cornuti, ogni lotta – e ne sono un esempio le manifestazioni tenute in occasione dello sciopero – deve sapersi aprire alle differenti esigenze presenti nella nostra società. Sulle piccole come sulle grandi cose, ogni lotta deve diventare un’occasione di aggregazione, di confronto e di unità con le differenti lotte che la crisi del capitale sta suscitando. Giorno per giorno e su ogni aspetto che riguarda la nostra vita quotidiana.

Ora molti soldi sono saltati fuori come per magia, anche se in debito futuro, per affrontare questa crisi. In Italia Confindustria fa la voce grossa a nome dei padroni rivendicando tutti i soldi per loro con il solito slogan, “noi siamo gli unici che possono creare ricchezza e occupazione”. I padroni e lo stato in verità creano solo illusioni, concedendo e distribuendo qualche briciola, mentre contemporaneamente soffiano sulla guerra tra poveri per dividerci. Loro come vediamo sono sempre più ricchi, mentre noi che produciamo la ricchezza siamo sempre più poveri. Per loro sono in gioco colossali investimenti e la scusa offerta dall’esplodere della pandemia ha rappresentato immediatamente, come abbiamo visto, una ancora più drastica ridefinizione del comando sul lavoro, della limitazione dei diritti sindacali e del costo del lavoro.

Ora scatenano un’autentica corsa al rilancio delle grandi opere inutili e dannose e al rinvio al futuro, più lontano possibile, di qualsiasi norma riguardante la tutela dell’ambiente. Il finanziamento pubblico è destinato con copertura politica a portare nelle tasche degli im/prenditori denaro fresco, a interesse basso o nullo, con cui attueranno in tutti i modi possibili un’autentica politica di aggressione economica e repressiva nei confronti di noi salariati, disoccupati e di tutte le categorie sociali più deboli e ricattabili, come e più di prima, lo stiamo già vedendo. Assisteremo in breve tempo ad un autentico assalto a ciò che rimane delle garanzie sociali e lavorative: la gestione della crisi per loro significherà la disciplina autoritaria e l’esclusione.

Cosa chiediamo, come rispondiamo e in che modo? Intanto chiediamo e pretendiamo il reddito garantito, la redistribuzione del lavoro necessario e una vita dignitosa. Per ottenere questo dobbiamo partire da un punto di forza come lo è l’unità della forza lavoro, ponendo da subito il problema dei rapporti tra lavoratori occupati (salariati garantiti o precari) e disoccupati. Il solo modo di superare questa divisione è di porre subito, già da oggi e nel corso delle lotte che andremo a sviluppare, misure comunitarie che sopprimano la base stessa di queste divisioni. Dovremo stare con i senza risorse (e tra questi alcuni di noi lo sono già e alcuni lo diventeranno)… In generale va comunizzata l’alimentazione, l’abbigliamento, l’alloggio, i mezzi di trasporto, la scuola, la sanità e quant’altro.

Certo questa attuazione richiede passaggi organizzativi verso forme di autogestione difficili ma indispensabili per non finire nel tritacarne di una catastrofe, con l’inevitabile guerra di tutti contro tutti. Abolire dei rapporti sociali e costruirne altri è una faccenda alquanto materiale. La produzione di rapporti nuovi tra gli individui coincide, lo ripeto, con le attività di sciopero, picchetto ma anche con il mantenimento dell’abitare, della fruizione dell’acqua, del cibo, del vestire. Queste appropriazioni sono indissolubilmente e simultaneamente compenetrate le une nelle altre nel loro atto sociale, le dovremo cioè tenere insieme tenendoci uniti. Dovremo insomma difendere il diritto di ciascuno a partecipare ai benefici della società, anche se lui o lei non riesce a vendere la propria forza-lavoro.

La produzione di rapporti nuovi coinciderà con le misure che dovremo e sapremo adottare per far fronte alle necessità imposte dalla lotta per un mondo degno di essere vissuto. Che cosa bisogna dire di una strategia che si impone per la sua efficacia, al di là della volontà dei singoli, se non che si impone con la forza di una legge di natura? La nostra natura, quella umana, che oggi qui si riconosce nelle differenze a partire da quella di genere, ma anche nel nostro essere uguali e nel sentirsi forti… perché uniti.

Questa crisi “covid” ci dimostra che tutto è possibile. Abbiamo visto fermarsi treni, aerei, fabbriche… il mondo, dove prima ci dicevano che non ci si può fermare. Vediamo oggi inondare l’economia con fiumi di denaro laddove prima non c’erano soldi per comprare il latte per i nostri figli e dove regnava solo la politica dei tagli, a partire da quelli alla sanità che ci portano all’oggi e alla sua crisi. Oggi noi non possiamo lasciare la soluzione del problema al capitalismo e ai suoi alfieri, gli imprenditori, “di fronte alla cui sede oggi siamo venuti a manifestare”. Non ne sono in grado, loro sono il problema. Tocca a noi risolvere questa crisi, siamo chiamati a farci comunità e carico di una trasformazione necessaria a salvare il futuro. Oggi noi siamo proiettati su uno stretto sentiero evolutivo in bilico tra gli splendori della nostra creatività (nell’essenza piena di questa parola “creare”) e l’abisso dell’autodistruzione di un sistema già fallito, che ripropone la solita politica suicida di sfruttamento e crescita infinita. Oggi noi siano chiamati a farci carico della comunità umana e del suo universo, prima che sia troppo tardi. Non dimenticando mai che uniti siamo tutto… divisi siamo e saremo niente.

 

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