Perchè siamo contro la proposta di Bonaccini

Restituzione. Bonaccini ripropone questo concetto: chi è in difficoltà e per questo esercita il diritto ad essere sostenuto (in questo caso dal Reddito di cittadinanza) è “in debito” e dunque deve prima o dopo “restituire”; il pericoloso presupposto: “chi non ce la fa da solo/a” è colpevole di un qualche personale fallimento (essere povero) dal quale riscattarsi nei confronti della collettività.
Al contrario noi crediamo che il welfare pubblico (vale anche per altre sfere, come la sanità o l’istruzione) dovrebbe essere quel sistema che mira ad annullare le diseguaglianze e permettere incondizionatamente a tutti di vivere una vita degna.

Agricoltura: molti dei commenti dicono “ma non ha parlato di caporalato? cosa c’entra il caporalato? ovviamente con i contratti!”.
Il problema è proprio qui: non è possibile parlare di agricoltura in Italia senza tenere presente che vi sono diffuse condizioni di sfruttamento, lavoro sottopagato e finanche caporalato e forme di schiavitù. Quel “ovviamente” non è per nulla scontato e spesso anche dietro a qualche seppur minima forma di contrattualizzazione si nasconde una grossa realtà di lavoro grigio e illegalità. Non solo al Sud: il recente caso di Forlì ci dice che anche in Emilia-Romagna è così e le responsabilità sono dell’intera filiera dell’industria agro-alimentare e delle istituzioni troppo spesso inerti.

Condizionabilità: non dimentichiamo che il meccanismo del Reddito di cittadinanza prevede che per mantenere il sussidio è necessario accettare obbligatoriamente le proposte di lavoro offerte, oltre che prestare fino ad 8 ore di lavoro gratuito per Progetti utilità collettiva. Finora si tratta d attività in ambito culturale o sociale, ma il rischio è che a chi governa venga in mente che nel clima di “emergenza nazionale” anche determinati settori produttivi, come appunto l’agricoltura, possa essere fatto rientrare in questa pubblica utilità se le piattaforme di incrocio tra domanda e offerta non producono i risultati sperati.

Il fatto che la manodopera impiegata sia per la maggior parte straniera sta nella condizioni di ricattabilità di questi soggetti, costretti dai meccanismi insitamente ricattatori del mantenimento/ottenimento del soggiorno regolare. Altrimenti vogliamo credere che i migranti accettino tali condizioni per loro libera scelta??
Nella proposta di impiegare in agricoltura i percettori del Reddito di cittadinanza vediamo la volontà di far leva su una simile ricattabilità: essere costretti ad accettare anche condizioni al limite della tollerabilità pur di mantenere un minimo di capacità di sopravvivere.

Offerte di lavoro: infine per inciso, c’è una certa discrepanza tra gli appelli all’emergenza di manodopera e i meccanismi per rintracciarla. Fermo restando che vanno garantite condizioni regolari e rispetto dei contratti, ad oggi, in tanti segnalano e denunciano che queste proposte, presso i Centri per l’Impiego o i portali privati non sono rintracciabili…

Saremmo ben lieti dunque se questa attenzione verso il settore agricolo potesse innanzitutto significare finalmente pretesa anche da parte degli organi di governo di reali condizioni di dignità, giusto salario, tutele e diritti.
Sicuramente far leva su un obbligo “morale” (ma anche molto concreto) per pretendere di mettere al lavoro nei campi chi è in difficoltà, senza proferire una parola e muovere un dito su queste radicate problematicità non è accettabile e significa solo perpetuare un sistema fondato su disuguaglianze e sfruttamento.

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