Pubblico impiego: Chi decide sul nostro contratto?

Pubblico impiego: Chi decide sul nostro contratto?

Ci risiamo: ancora una volta si fanno accordi ed intese sulla testa dei lavoratori e si pubblicizza
un accordo deciso da CGIL CISL UIL senza un confronto con i lavoratori, come se fosse la soluzione di
tutti i problemi, di tutte le criticità, di tutte le carenze del lavoro pubblico.
Si firma una intesa con quel ministro che ci aveva chiamati fannulloni, che voleva a tutti i costi
penalizzare chi si assentava per malattia, con quel ministro che riteneva in maniera assoluta che privato
è meglio, ma che adesso visto il clima diverso dichiara di aver sbagliato e che aver bloccato il turn over è
stato un errore perché chi lavora adesso nella Pubblica Amministrazione è vecchio e non in grado di
dare corso a quanto si richiede di fare per attuare il Recovery Plan.
In questa intesa si parla di aumenti salariali medi di circa 107 euro, di formazione, di inquadramenti,
di lavoro agile, di sblocco dei concorsi e del turn over ma, a nostro parere, il problema è che lo si
fa in primo luogo senza un confronto vero con i lavoratori, senza una proposta costruita sui bisogni e sulle
necessità di chi lavora, senza un reale confronto tra lavoratori, rsu e organismi sindacali.
In secondo luogo si va verso una progressiva privatizzazione del lavoro pubblico, assumendo
concetti e modalità lavorative tipiche del lavoro privato che poco hanno a che fare con i servizi pubblici e
con le necessità dei cittadini.
In merito agli aumenti tanto sbandierati i famosi 107 euro alla fin fine si riducono nella solita
elemosina così come è già capitato anche ad altri contratti (vedi metalmeccanici), infatti quei 107 euro
diventano:
• 97 euro lordi per gli infermieri
• 91.50 euro lordi per i docenti
• 60.30 euro lordi per la categoria A degli Enti Locali
• mentre sono 334 euro lordi per i dirigenti.
Il lavoro agile così come e’ stato concepito nel “lavoro di emergenza” a cui è stata costretta
l’amministrazione pubblica per frenare l’epidemia, in realtà toglie diritti e spazi ai lavoratori e se non si
riuscirà ad imporre un trattamento che veda riconosciuti alcuni diritti fondamentali sarà utile solo agli Enti
in termini di risparmi e non ai lavoratori.
La formazione va certamente sviluppata, infatti come dichiara addirittura il Presidente del Consiglio
Draghi è ridicolo che nel nostro paese si spendano solo 48 euro l’anno per dipendente, l’importante
è che tale formazione venga estesa a tutti. L’ ingresso di nuove forze giovani deve vedere di contraltare
la valorizzazione delle risorse umane esistenti.
Le nuove assunzioni, rigorosamente a tempo determinato, verranno fatte in base ad una puntuale
ricognizione dei fabbisogno legati ai nuovi profili professionali necessari per attuare il Recovery
Plan, ma nulla si dice per quanto riguarda le carenze croniche di profili determinati dal blocco delle assunzioni
per dieci anni.
La revisione degli inquadramenti non può avvenire solo in base alle necessità future, ma deve
veder considerata anche la professionalità acquisita negli anni precedenti, l’esperienza maturata in condizioni
di carenza di mezzi, di personale e di strutture.
La parificazione dichiarata con il privato in merito alle agevolazioni sul salario di produttività e
welfare sono a nostro parere una pericolosa deriva verso la privatizzazione dei servizi, vedi l’incentivazione
a forme integrative di sanità privata quando invece la pandemia ha dimostrato la necessità di un
incremento della sanità pubblica territoriale.
Non ci siamo: questa intesa, non è la partenza giusta per rivendicare
i diritti dei dipendenti pubblici.
La piattaforma del contratto deve partire dai lavoratori, dalle assemblee indette dalle rsu,è questo il percorso
su cui ci riconosciamo.

 

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