Il lavoro socio-educativo e socio-assistenziale nell’Emergenza Covid-19: educatori e utenti dei servizi abbandonati dalle istituzioni

Con la scorsa settimana sono arrivate oramai a tutte e tutti le buste paga di Marzo e con loro i primi dolori per molti educatori ed educatrici scolastici e domiciliari della Regione Emilia Romagna, tra l’incertezza e il dubbio che hanno caratterizzato quest’ultimo mese, alimentato da un susseguirsi di comunicazioni nelle caselle e-mail: cooperative che dapprima dichiarano di scaricare ferie e permessi e poi di ricorrere al FIS, altre che avvertono con dispiacere di non avere liquidità disponibile e di non poter pagare il FIS nella busta paga di marzo affrettandosi a spiegare ai lavoratori la procedura di anticipazione dell’ammortizzatore sociale da parte delle banche, altre che rivedono le proprie decisioni e anticipano il FIS.

L’unica certezza ad oggi è la disomogeneità che ha contraddistinto la gestione di questa emergenza sia da parte delle Cooperative che dei Comuni del territorio Regionale, tra educatori con buste paga a zero e quelli con retribuzione al 60% .
Non ci sono state regole chiare a livello nazionale per una gestione del lockdown che non facesse ricadere il caro prezzo sulle spalle di lavoratori e lavoratrici e di conseguenza sulle famiglie che normalmente usufruiscono dei servizi. L’unica decisione chiara e tempestiva è stata la chiusura delle scuole che ha di fatto lasciato in balia degli eventi migliaia di lavoratori e lavoratrici in appalto e lasciando campo libero alle Cooperative che gestiscono i servizi del territorio Regionale, che confermano “la regola”, adottando come già citato modalità confuse e contraddittorie nell’organizzazione del lavoro e nelle comunicazioni agli stessi lavoratori.

Ci sono stati servizi che in un primo momento sono rimasti attivi e in seguito chiusi, appelli al buon senso e alla buona volontà degli operatori sociali dei servizi domiciliari che hanno dovuto però richiedere con forza DPI e protocolli di comportamento per continuare a lavorare in sicurezza anche durante le fasi più acute della pandemia. È vero che è un caso di eccezione e mai visto prima, ma essere in continuo ricatto tra lavorare in sicurezza oppure dover sospendere la propria attività, di ricevere lo stipendio come al solito oppure di doversi recare in banca ed entrare nella giungla burocratica per richiedere l’anticipo, cambia di molto per un educatore, lavoratore e cittadino, che come gli altri ha termini di pagamento di utenze, affitto, tasse, mutuo..

E’ evidente anche che i Comuni complicano ulteriormente la condizione degli educatori scolastici tardando l’attivazione del lavoro a distanza (telelavoro/smartworking), chiudendo ogni disponibilità a rivedere la rimodulazione del servizio fissata in un massimo di 5/6 ore settimanali per studente con disabilità, a fronte di 10/15 ore che l’educatore svolgeva a scuola e negando ogni coinvolgimento e confronto con educatori ed educatrici scolastiche, un comportamento inaccettabile per noi.

La disomogeneità dei servizi si è materializzata improvvisando a macchia di leopardo la partenza del telelavoro per gli educatori scolastici, nei migliori dei casi dopo alcune settimane dalla chiusura delle scuole, mentre in altri in tempi più lunghi, a metà aprile infatti ancora il lavoro a distanza per alcune educatrici non era partito.
Una disomogeneità nei tempi e nel ripensamento del servizio che ha pesato sugli stessi lavoratori che si sono sentiti fortunati o meno a seconda del Comune in cui prestano servizio.

L’unica certezza è stata il numero di ore di lavoro a distanza per educatore, mai andato oltre le 6 a studente con disabilità, nonostante le richieste di aumento del monte ore da parte degli stessi educatori e in alcuni casi delle scuole in cui lavorano. Aumento necessario a causa del lavoro non frontale per il coordinamento e la progettazione, come per la preparazione del materiale e delle attività necessarie a far trascorrere il tempo in maniera piacevole ed educativa ai bambini e ai ragazzi con cui si opera.

Forse gli stessi Comuni non hanno capito l’importanza del lavoro a distanza, che oltre ad essere un momento per mantenere la relazione con gli utenti, è anche un mezzo per dare supporto psicologico alle famiglie in questo difficile momento. Ma si tratta anche di stipendi, diritti e sopravvivenza di centinai di lavoratrici e lavoratori.
Il lavoro a distanza permette il pagamento del servizio educativo e dunque consente alle cooperative di pagare all’educatore lo stipendio mensile senza dover ricorrere ad ammortizzatori sociali. Ovvero: il telelavoro permetterebbe il risparmio allo Stato degli ammortizzatori sociali per la categoria di lavoratori e lavoratrici del sociale e consentirebbe all’educatore di continuare a lavorare a stipendio pieno.

Perché allora i Comuni hanno scelto di non percorrere questa strada e di non assicurare il servizio agli studenti con disabilità e il 100% dello stipendio agli educatori scolastici dall’inizio dell’emergenza sanitaria? In fin dei conti i Comuni avevano già messo a bilancio la spesa per il servizio educativo e se le scuole fossero rimaste aperte avrebbero continuato a pagare il servizio alle cooperative appaltanti. Non possiamo dunque girarci dall’altra parte di fronte alle responsabilità delle amministrazioni locali nel contribuito a lasciare gli educatori scolastici senza stipendio o addirittura con buste paga in negativo per il mese di marzo.

La possibilità di rimediare c’è ancora decidendo di applicare l’art. 48 del Cura Italia che autorizza la rimodulazione dei servizi e il pagamento al 100% per i suddetti servizi, superando così le diseguaglianze inaccettabili che si sono verificate sia per gli utenti che per le lavoratrici e i lavoratori impiegate/i nei servizi. L’art. 48 del dl. Cura Italia, applicato a tutti i servizi scolastici e domiciliari, permetterebbe di superare la disomogeneità nella gestione della rimodulazione dei servizi, di garantirne per quanto possibile la continuità e al contempo la garanzia reddituale degli addetti, assicurando i diritti di lavoratori e lavoratrici e di bambin* e ragazz* disabili, perchè in una società che non lascia indietro nessuno non è possibile contrapporre i diritti di uno a quelli dell’altro.

Ora che si avvicina la fase 2 ed il periodo estivo, che prevede l’apertura dei centri estivi, riteniamo che non sia accettabile l’improvvisazione nell’organizzazione dei servizi, mandando allo sbaraglio le educatrici/ori e ottenendo solo il risultato di mero babysitteraggio per poter lasciare liberi i genitori di andare al lavoro.
Crediamo sia necessario, nel tempo rimanente dell’anno scolastico, utilizzare le ore mancanti del monte ore settimanale, per organizzare formazioni specifiche sulla sicurezza e sul lavoro a distanza, su come interagire in modo efficace attraverso il telelavoro con gli utenti, cosa ad oggi totalmente delegata ai singoli operatori senza alcun supporto, sia tecnologico con strumenti adeguati che di organizzazione, vista la conseguenza di non avere più una separazione tra tempo di lavoro e tempo di vita privata.

L’emergenza sanitaria ha fatto emergere l’inadeguatezza dei sistemi di appalto e del mondo cooperativo nella gestione dei servizi di welfare, sia nella frammentazione dei diritti degli utenti che nella garanzia di lavoro dignitoso. Per questi motivi riteniamo irresponsabile persistere con questo sistema di gestione del welfare e riteniamo che sia giunto il momento di dare priorità alla qualità dei servizi alla persona e del lavoro degli operatori sociali, internalizzando tutti i servizi pubblici essenziali che sono in appalto e accreditamento.

*** foto: manifesto della campagna sociale sul lavoro sociale realizzato dalla Rete educatrici/educatori Rimini

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