Comunicato dell’assemblea dei lavoratori e delle lavoratrici licenziati dalla coop. Liberae di Adl Cobas sul verbale di riunione siglato in prefettura il giorno 6 Febbraio 2016

Nella giornata del 6 febbraio, dall’incontro in Prefettura che ha visto la partecipazione del prefetto Vicario, Nek, Libera, di Adl Cobas e di CGIL, è uscito un verbale d’incontro che, come da prassi per noi consolidata, è stato sottoposto nella mattinata odierna alla valutazione delle lavoratrici e dei lavoratori licenziati. I contenuti del verbale sono stati approvati dall’assemblea.

Il documento sottoscritto rispecchia quanto era già stato oggetto d’interscambi informali, avvenuti tra le parti con la mediazione della Prefettura. A questo incontro si è giunti dopo due mesi di occupazione dell’impianto, dopo l’intervento della polizia, dopo che si era rappresentato in forma compatta un blocco di potere composto da Istituzioni, forze politiche e sindacali, volte ad avvalorare la rappresaglia antisindacale messa in atto da Libera. Sul tavolo della trattativa è arrivata la proposta di trasformare in risarcimento economico la perdita del posto di lavoro. A questo punto le lavoratrici e i lavoratori licenziati, arrivati allo stremo delle forze dopo due mesi di occupazione, che hanno comportato un livello molto alto di stress (ricordiamo le aggressioni fisiche e la perdita del bambino per una donna incinta), di comune accordo e in assenza di altre strade percorribili, hanno ritenuto che l’unica possibilità di uscire da questa situazione fosse di accettare il confronto sulla proposta di un equo risarcimento economico.

E’ risultato chiaro, a un certo punto, che la strada della revoca totale o parziale, su base volontaria, dei licenziamenti, veniva totalmente respinta da Libera, poiché un eventuale progetto di vendita dell’impianto presupponeva l’allontanamento delle/dei 26 lavoratrici/tori. Questo, anche a costo di dover tenere chiuso l’impianto per mesi con relativo danno economico. Sulla base di questa consapevolezza si è valutato che il presidio avrebbe potuto durare anche molti mesi senza che si producesse alcuno sbocco alla vertenza. Fatte queste considerazioni, “obtorto collo”, si è giunti a ricercare una soluzione che garantisse una buonuscita dignitosa sul piano economico, con tutte le garanzie del caso e con la cancellazione di ogni pendenza giudiziaria.

Siamo riusciti ad evitare che un’operazione di “pulizia” con connotati anche etnici, passasse in modo indolore. Siamo riusciti ad evitare che l’applicazione di normative del tutto legittime, quali l’esclusione da socio e relativo licenziamento, passasse sotto silenzio. Abbiamo fatto emergere come la legislazione sulle cooperative sia sinonimo di grandi ingiustizie e come solo la lotta, a volte considerata illegale, possa produrre giustizia. Nel collegarci con la lotta dei lavoratori del Prix di Grisignano abbiamo fatto emergere come queste situazioni rappresentino le due facce della stessa medaglia. Da una parte l’esclusione da socio che produce automaticamente il licenziamento, dall’altra il cambio di appalto che produce l’esclusione di tutti i lavoratori perché hanno osato rivendicare migliori condizioni di lavoro.

Queste due vicende ci insegnano che, a partire anche dall’approvazione del Jobs Act, nell’intreccio mortifero con il mondo delle cooperative, si apre uno scontro durissimo che vede il padronato, assetato di profitti facili, alla ricerca di uno scontro volto ad aprire la strada a nuove forme di schiavitù. Questo infatti produce, ma senza esagerazioni, il combinato disposto tra applicazione del Jobs Act e mondo degli appalti. Pensiamo solo a cosa significhi un’operazione come quella messa in atto in Prix: cancellare in un solo giorno 70 posti di lavoro di lavoratori con livelli medi d’inquadramento, anzianità di servizio e tutela dell’Art. 18, con lavoratori assunti in una prima fase con contratti a tempo determinato, con il livello più basso, senza anzianità e sottoposti successivamente al cosiddetto “contratto a tutele crescenti”. Lo abbiamo visto e assaporato a Grisignano, ma anche a Fidenza cosa vuol dire cercare di applicare il Jobs Act: significa militarizzare i luoghi di lavoro, usare le forze dell’ordine per garantire il flusso delle merci, criminalizzando chi cerca di opporsi alla barbarie che si sta introducendo con le nuove normative volute da Renzi e dal PD.

Stiamo attraversando una fase molto dura che vede l’accorpamento di potentati economici, istituzionali e sindacali attorno ad un blocco di potere che ha come unica finalità quella di spianare la strada alla cancellazione di qualsiasi forma di diritto all’interno dei posti di lavoro. Il documento uscito il 19 gennaio dall’incontro in Regione presieduto dall’Ass.re Donazzan che ha visto la partecipazione dei padroni della grande distribuzione agroalimentare in Veneto, di Legacoop, Confcooperative, delle cooperative MG e della società di autotrasporto Romagna e di CGIL Cisl e Uil, sta a dimostrare che la cancellazione dei diritti passa attraverso la creazione di una nuova corporazione del lavoro che chiede espressamente l’uso della forza pubblica per rimuovere ogni ostacolo alla realizzazione del progetto neocorporativo.

Il lavoratore può esistere solo come singolo e si vuole l’individualizzazione del rapporto di lavoro, dove le capacità vengono misurate solo in termini di totale subordinazione alla logica aziendale. Chi si pone fuori da questa logica deve essere messo fuori gioco.

La lotta delle lavoratrici e dei lavoratori dell’impianto Nek, così come quella tuttora in corso dei lavoratori Prix ci insegnano che dobbiamo contare solo sulle nostre forze, che lo scontro è molto duro, ma che non possiamo mollare.

In particolare dobbiamo riuscire a costruire un grande movimento di lotta che sappia porre al centro la necessità, per quanto riguarda il settore della grande distribuzione e non solo, di smantellare il sistema delle cooperative e degli appalti per imporre con la lotta tutti quei diritti che vogliono cancellare.

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