BRACCIALETTI AMAZON

BRACCIALETTI AMAZON

di Roberto Ciccarelli da ilmanifesto.it

Alla fine di ottobre 2017 Amazon ha depositato due brevetti per un braccialetto che serve a monitorare l’esecuzione dei compiti assegnati a un lavoratore attraverso un sistema di rilevamento a ultrasuoni del movimento delle mani. Il braccialetto emette periodici impulsi sonori e vibrazioni sulla pelle di chi lo indossa. Questi impulsi sono inviati e raccolti da trasduttori posizionati nel magazzino di stoccaggio delle merci. Gli impulsi silenziosi sono inviati da una centrale che governa a distanza e in tempo reale anche questa mansione.

IL SITO GEEKWIRE ha rilanciato la notizia dopo la pubblicazione dei brevetti. Il progetto mira a semplificare l’ evasione degli ordini trasmessi ai computer portatili che i dipendenti dei magazzini Amazon portano con loro. Una volta ricevuto l’ordine i lavoratori dovranno ulteriormente affrettarsi a recuperare il prodotto degli scaffali, confezionarlo in una scatola di consegna e passare alla successiva assegnazione. Sembra che Amazon abbia considerato l’ipotesi di usare i bracciali ad ultrasuoni non solo nei magazzini, ma anche all’aperto e sulle navi da carico.

L’OBIETTIVO non è solo quello di tracciare le spedizioni dei pacchi come già avviene, ma di anticipare e controllare i comportamenti in un sistema dove gli umani sono governati come robot. Anche per questo si parla di «Amabot», cioè umani considerati «robot di Amazon». I lavoratori sono un tutt’uno con il sistema computerizzato, sono quasi cyborg incarnati negli algoritmi. Il neologismo «Amabot» spiega, come le numerose inchieste ormai celebri – J.-B. Malet, En Amazonie del 2013 o quella della Bbc nel 2016 – come l’automazione della fabbrica 4.0 porti alla robotizzazione del lavoro, non alla sua liberazione.

«SUI CONTROLLI la legge prevede un accordo con i sindacati e le autorità competenti. Vale per un drone, vale per una bicicletta e per qualsiasi altra cosa» ha detto il ministro del lavoro Poletti. Vediamo allora cosa dice la «legge»: il Jobs Act ha introdotto il «controllo a distanza» sulle tecnologie aziendali prima vietato dallo Statuto dei lavoratori. La «legge» potrebbe persino permettere l’introduzione del braccialetto.

CERTO, LA LEGGE prevede la negoziazione con i sindacati nei casi in cui un’azienda preveda l’uso di tecnologie invasive per il controllo dei lavoratori, magari per garantirne la sicurezza. Ma le tecnologie a disposizione – basta un pc, un tablet o uno smartphone, bastano per ottenere lo stesso risultato a cui mira il braccialetto brevettato. E questo senza aspettare la sua sperimentazione a Seattle e, a cascata, anche in Italia.

SENZA CONTARE che questo nuovo modo di governare la forza lavoro esiste già, e non solo nell’organizzazione produttiva di Amazon nel nostro e in altri paesi. E la legge ha fatto il suo permettendo alle piattaforme digitali di consegna di cibo a domicilio (Deliveroo, Foodora, ad esempio) di appoggiarsi ai contratti di collaborazione continuativa. Non solo il Jobs Act non li ha cancellati del tutto, ma ha negato ai «gig workers» la norma pre-esistente che impediva di pagare una prestazione meno delle retribuzioni minime previste dai contratti nazionali. Il capitalismo digitale usa gli strumenti legali messi a disposizione dai governi.

LA CAMPAGNA elettorale, ancora reduce dalla sbornia sulle liste elettorali, si è rianimata. È intervenuto anche il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni che ha ribadito l’impegno a creare «un lavoro di qualità, non lavoro con il braccialetto». Impegno lodevole preso all’indomani dei dati Istat sull’occupazione che hanno confermato l’iper-produzione di contratti a termine prodotta dalla «riforma» Poletti. Un modo per fare «quantità», non «qualità».

AMAZON HA CHIARITO che «i brevetti impiegano anni per essere approvati e non necessariamente riflettono gli sviluppi attuali che stanno avendo i nostri prodotti e servizi». A dire dell’azienda le «innovazioni» sono applicate per la tutela dei dipendenti. Una tesi sostenuta anche dagli inventori del braccialetto sostengono che serve a superare la necessità di un monitoraggio «intensivo e costoso» dei lavoratori.

CIO’ NON TOGLIE che le tecnologie già esistenti, e non solo quelle futuribili, possano trasformare i lavoratori digitali nei «gorilla ammaestrati» di cui parlava Gramsci nel caso dell’operaio fordista. Nel precario equilibrio tra gli annunci e la realtà procede la sperimentazione della logica algocratica. È ispirata al «governo a distanza» della forza lavoro e all’estrazione del valore dei dati per anticipare, e non solo etero-dirigere, i comportamenti 24 ore su 24. La sua applicazione è ben più ampia di un ciclo industriale ed è fondata sulle libere scelte delle persone.

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