Molto fumo, poco arrosto, ma molte polpette avvelenate!…Altro che statuto del lavoro autonomo

Il 28 gennaio il Consiglio dei Ministri ha approvato il Disegno di Legge sul lavoro autonomo non imprenditoriale. Un provvedimento atteso da una platea di circa 3 milioni di lavoratori indipendenti che svolgono attività professionali in presenza di un ordine o da free-lance e attorno al quale molti nutrivano grandi aspettative, non fosse altro perché in questi mesi numerosi commentatori e politici sono arrivati a parlare addirittura di “Statuto” del lavoro Autonomo.
Il disegno di legge partorito dal Prof. Del Conte – consigliere giuridico della Presidenza del Consiglio – dovrebbe essere uno dei tasselli del progetto di riforma complessiva del mercato del lavoro del governo Renzi assieme al “Jobs Act” e alla regolamentazione sul pubblico impiego inserita nella legge delega sulla Pubblica Amministrazione. Un piano di portata strategica al punto che il Presidente del Consiglio ha sostanzialmente esautorato il Ministro del Lavoro e affidato la regia al suo “cerchio magico” di consulenti.
Da ormai diversi anni dal mondo del lavoro indipendente si chiedeva un intervento normativo che rompesse i due schemi ideologici che fino ad oggi hanno orientato la regolamentazione del lavoro autonomo. In base al primo gli autonomi sono stati storicamente inquadrati come imprese – seppur micro – e considerati tendenzialmente ceto medio naturalmente sensibile alle sirene dell’evasione fiscale. In base al secondo, l’esistenza di partite IVA con redditi bassi ed unico o pochi committenti i partiti, per lo più di sinistra, e i sindacati confederali hanno considerato complessivamente questi lavoratori come vittime delle trasformazioni dell’organizzazione della produzione, a prescindere dalle scelte individuali, della percezione soggettiva e delle specificità professionali. Si tratta di due impostazioni speculari che alla lunga hanno prodotto gravi storture, nuove diseguaglianze, vessazioni e una moltitudine di lavoratori senza tutele nel mercato e dal mercato.
Certo i finti lavoratori autonomi esistono, ma qui il problema è quello di garantire l’esigibilità della subordinazione, non cercare di riportare tutto dentro l’alveo della dipendenza. Nessun governo tra quelli che si sono succeduti negli ultimi anni ha pensato di considerare gli autonomi, senza o con minima organizzazione, come lavoratori che erogano la propria prestazione in forma diversa e che per questo necessitano di tutele, diritti e agevolazioni.
Negli ultimi mesi invece, complice un certo interessamento alle istanze dei free-lance e dei lavoratori autonomi da parte di settori del partito democratico e del governo, in molti si aspettavano un provvedimento in grado di dare finalmente una adeguata cittadinanza sociale a questo “quinto stato”. Alla luce del testo approvato dal Consiglio dei Ministri è evidente che ai partiti di governo interessava costruire un’operazione di marketing politico più che intervenire sulla statuto professionale e di vita del lavoro indipendente.
Certo non si può dire che nel disegno di legge non vengano riconosciute, seppure in maniera blanda, alcune tutele e agevolazioni che da anni il movimento dei lavoratori autonomi chiede. Ci riferiamo all’estensione dei congedi di paternità, l’equiparazione delle cure oncologiche alla degenza ospedaliera, la deducibilità di alcune spese di formazione, la facoltà di astensione dal lavoro per l’accesso all’indennità di maternità, o alla sospensione della contribuzione in caso di malattia infortunio grave. Peccato che il fumo sia più dell’arrosto. Se pensiamo ad esempio alla sospensione della contribuzione, non possiamo non notare la sproporzione di trattamento con gli sgravi concessi dal Jobs Act alle imprese. Quest’ultime avranno 12 miliardi di euro sgravi contributivi in tre anni, mentre i lavoratori autonomi che si ammalano gravemente e che non solo non potranno lavorare, ma rischieranno di perdere numerosi clienti, dovranno ad un certo punto cominciare a versare a rate tutto quello che non hanno precedentemente pagato. Non proprio un grande sostegno. Così le tutele dalle clausole o le condotte abusive, e le norme sull’accesso alle informazioni, l’orientamento e l’accesso agli appalti pubblici, sembrano di dubbia efficacia e di difficile implementazione.
Molte invece le polpette avvelenate che ci lascia questo provvedimento. Innanzitutto, una nuova segmentazione del mondo del lavoro indipendente. Come riconosciuto dallo stesso Governo, il disegno di legge riguarderà infatti solo i 200.000 mila free-lance iscritti alla gestione Separata Inps, e questo nonostante un articolo 1 di tutt’altro tenore. I professionisti degli ordini restano fuori, che tanto a loro pensa la corporazione che regolamenta le casse di appartenenza. Eppure basta sfogliare qualche ricerca sui redditi e le condizioni di chi esercita quelle che una volta si chiamavamo professione liberali per capire che i “notabili”, sono sempre meno e i giovani professionisti hanno difficoltà addirittura a pagare i minimi contributi delle casse. Il testo ribadisce inoltre che gli autonomi sono delle imprese – al massimo start-up come piace all’ideologia meritocratica di governo – per cui il welfare è lasciato alle assicurazioni private e nei rapporto con le aziende clienti sono trattate da pari. Non si parla quindi di equo compenso, né di strumenti a tutela dei crediti come il riconoscimento del privilegio nel caso di fallimento, l’istituzione di un fondo di garanzia , né del rinvio al processo del lavoro per tutto ciò che è compatibile. L’impostazione bismarkiana nel regime di welfare italiano non viene scalfita: non solo non si parla di tutele in caso di redditi insufficienti a garantire una vita dignitosa (e ovviamente nemmeno di reddito minimo), ma l’accanimento verso i free-lance che devono pagare il 27,72% di contributi per non avere delle tutele vere, garantire il pagamento delle pensioni d’oro mentre avranno pensioni da fame, a nostro parere assomiglia più ad un furto che ad un istituto di solidarietà sociale.
Infine che dire del secondo titolo del disegno di legge? La provocazione dell’introduzione del c.d.“ lavoro agile” è notevole e deve essere denunciata. Non paghi dello smantellamento del lavoro a tempo indeterminato, è stato inserito in un testo di legge che viene propagandato come “lo statuto del lavoro autonomo”, un secondo titolo dedicati a quei lavoratori subordinati che lavorano alcune ore della settimana fuori dai locali dell’organizzazione aziendale. Si tratta di una serie di norme che a nostro avviso introducono surrettiziamente una nuova tipologia di lavoro precario che andrà a minare completamente le tutele dal licenziamento ingiustificato. Dietro la retorica della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, della flessibilità buona, leggendo non si può non riconoscere che con l’articolo 14 si tenta di far rientrare dalla finestra il vecchio licenziamento ad nutum, quello libero con solo obbligo di preavviso, riportando così le lancette indietro a prima della legge 604 del 1966 quando un nascente ciclo di lotte operaie è riuscito ad imporre il primo sistema risarcitorio in caso di assenza di un giustificato motivo.
Il disegno di legge del Conte ci lascia molto fumo, poco arrosto e troppe polpette avvelenate per questo non c’è spazio per un suo miglioramento. Come lavoratori indipendenti dobbiamo essere consapevoli che le tutele che verrebbero riconosciute sono frutto del crescente processo di soggettivizzazione e coalizione dei lavoratori indipendenti, pur tuttavia non possiamo accettare le briciole di un governo che interviene solo per cercare di colmare il divario – sempre più un abisso – tra una narrazione fatta di autoimprenditorialità, creatività, merito, competizione, rifiuto dei corpi intermedi e la condizione di impoverimento e precarietà di un pezzo della base sociale che questi partiti aspirerebbero a rappresentare.
Se il governo avesse veramente a cuore i diritti, il reddito e la reale autonomia dei lavoratori indipendenti non dovrebbe sforzarsi molto o tirare fuori dal cilindro il consulente di turno, potrebbe partire dalla Carta della Coalizione 27F, un’ottima base di partenza, per dare una concreta cittadinanza sociale a questo “quinto stato”.

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