Salario minimo orario e la condizione retributiva nell’attuale mercato del lavoro precarizzato. Scheda di ADLcobas

Salario minimo orario e la condizione retributiva nell’attuale mercato del lavoro precarizzato. Scheda di ADLcobas

Note preliminari

1. Nel luglio 2019 l’allora Ministro del Lavoro del Governo giallo-verde Luigi Di Maio annunciava come imminente una legge che avrebbe istituito anche in Italia come in gran parte dell’Europa il salario minimo orario: “se hai un lavoro” dichiarava “non puoi prendere meno di 9 euro lordi all’ora”.

La proposta trovava ferma opposizione da parte del Sindacato Confederale che rivendicava la presenza di un quadro di tutele già garantito dalla contrattazione nazionale di categoria con i propri minimi contrattuali; la proposta del M5s secondo loro rischiava di indebolire l’impianto della contrattazione nazionale. CGIL-CISL-UIL riproponevano, invece, a rinforzo dello strumento contrattuale quale leva per garantire minimi salariali coerenti con la media europea di mettere mano a una riforma della rappresentanza sindacale che garantisse di inquadrare in contratti nazionali più categorie lavorative di quelle attuali (nella sostanza che fornisse ulteriori armi ai Confederati per imporsi come interlocutori privilegiati e concertativi ai tavoli di trattativa con il padronato e il Governo).

Se per quanto riguarda la posizione dei Confederati basterebbe mettere in fila un pacchetto di minimi salariali di contratti nazionali da loro firmati per evidenziare la malafede di queste obiezioni, per quanto riguarda la proposta grillina, attestata sui 9 euro lordi come salario minimo che non grantisce un salario dignitoso, questa scontava l’impostazione ideologica del M5s che attraverso strumenti e misure parziali e dall’impostazione workfare intendeva contrastare e smontare l’applicazione del Job Act renziano.

Le vicende politico-istituzionali successive e lo scoppio della crisi pandemica hanno, nei mesi successivi, messo nel cassetto le velleità grilline mentre gli effetti del Job Act sul mercato del lavoro si sono fatti sempre più sentire sino allo scoppio della crisi pandemica attuale.

2. Nell’ottobre 2020 il Parlamento Europeo e il suo Consiglio, dando seguito a quanto previsto nel Pilastro europeo dei diritti sociali hanno stilato una Proposta di Direttiva relativa ai salari minimi adeguati nell’Unione Europea1 per estendere questa misura a tutta l’Unione. Nel gennaio 2021 il Servizio Studi del Dipartimento del Lavoro ha depositato presso la Camera dei Deputati una ricerca relativa alla possibile applicazione della Direttiva europea.2

La riapertura del dibattito intorno a una strumento di garanzia dei minimi salariali avviene ora in un contesto socio-economico e politico completamente diverso da quello del 2019 e all’interno del pacchetto di iniziative promosse dal Ministro del Lavoro Andrea Orlando, volte a formulare una riforma degli ammortizzatori sociali, anche questa di impronta workfare, universalistica solo nel senso di facilitazioni e sostegni alle imprese (dalle indiscrezioni sulla bozza di riforma questa sembra incentrata soprattutto sull’estensione dello strumento della cassa integrazione a una platea più vasta e completa di aziende, mentre nessun strumento viene riformulato per un reddito garantito in senso universalistico).

Il salario minimo in Europa

3. Se in Italia il quadro del dibattito intorno al salario minimo è a grandi linea questo, nella UE gli Stati che applicano per legge questo strumento sono 21 anche se con differenze molto evidenti l’uno dall’altro. Gli Stati dell’UE che non hanno una legge specifica in tal senso sono 6, oltre all’Italia sono la Danimarca, Cipro, l’Austria, la Finlandia e la Svezia. Tutti questi demandano alla contrattazione sindacale l’applicazione dei minimi salariali con modalità diverse e in base a relazioni e a rapporti di forza tra organizzazioni padronali e sindacali differenti nelle singole realtà nazionali.

Tra gli Stati con un salario minimo definito per legge la situazione è la seguente:

Salario minimo sotto i 700 euro

Bulgaria

332 euro

Ungheria

442 euro

Romania

458 euro

Lettonia

500 euro

Croazia

563 euro

Repubblica Ceca

579 euro

Estonia

584 euro

Polonia

614 euro

Slovacchia

623 euro

Lituania

642 euro

Salario minimo tra 700 e 1.100 euro

Grecia

758 euro

Portogallo

776 euro

Malta

785 euro

Slovenia

1.024 euro

Spagna

1.108 euro

Salario minimo superiore a 1.500 euro

Francia

1.555 euro

Germania

1.614 euro

Belgio

1.626 euro

Olanda

1.685 euro

Irlanda

1.724 euro

Lussemburgo

2.202 euro

4. Come si vede le differenze tra Stati e Stati sono notevoli, andiamo dai 2.202 euro del Lussemburgo ai 332 della Bulgaria (una differenza di 1.870 euro) che rispecchiano la differenziazione retributiva esistente tra Stati dell’est e dell’ovest dell’Europa, situazione questa che ha garantito dagli anni 90 ad oggi la formazione di un mercato del lavoro europeo basato su bassi salari, regimi defiscalizzati a favore di imprese estere anche all’interno della stessa UE, precarizzazione del lavoro, utilizzo di flussi migratori sia extracomunitari che comunitari in settori a basso contenuto tecnologico, molto spesso in condizione semiservile (soprattutto nel settore agricolo e in mansioni legate alla selezione-trattamento e riciclo dei rifiuti urbani).

Un primo aspetto salta, quindi, agli occhi: la misura del salario minimo anche dove stabilita per legge non copre tutte le forme contrattuali e tanto meno tutte le tipologie lavorative nel mercato del lavoro europeo e non garantisce livelli salariali dignitosi. Non basta, quindi, definire per legge una misura come questa ma essa deve essere il frutto di un processo di lotte e rivendicazioni. Per altro senza un aggancio con la riforma del cuneo fiscale nelle retribuzioni a favore dei lavoratori, i minimi salariali sopra descritti risultano nel concreto ancora più miserabili di quello che appaiono.

Prendiamo, ad esempio, il caso tedesco dove l’applicazione del salario minimo è stato introdotto legislativamente a partire dal 2015 in un mercato del lavoro, seppure con le caratteristiche sopra citate, con salari mediamente più alti del resto dell’UE ma in assenza di conflitto operaio. Prima della sua applicazione il 40% dei lavoratori subordinati in Germania non era coperto da contrattazione collettiva: il salario minimo venne fissato per legge a 8,5 euro l’ora (per il tempo pieno corrispondeva a 1.440 euro mensili) con l’obiettivo di revisione ogni 2 anni. Nel 2018 veniva portato a 8,84 euro ma veniva successivamente ritoccato sia nel 2019, portandolo a 9,19 euro che nel 2020, portandolo a 9,35 euro. Nonostante l’introduzione del salario minimo nazionale la quota di lavoratori poco retribuiti in Germania è rimasta invariata al 23% a causa sia dei limiti dello strumento, sia delle azioni messe in campo dalle organizzazioni padronali per limitarne l’applicazione (diradazione nel tempo o interruzione vera e propria della progressione salariale di anzianità).

Va tenuto presente, inoltre, che alcune tipologie di lavoratori sfuggono all’applicazione del salario minimo nazionale proprio per le caratteristiche del mercato del lavoro e questo, soprattutto, in Stati come l’Italia dove proliferano molteplici e differenti forme di precariato o sacche di lavoro sommerso o falso-autonomo.

Situazione in Italia

5. Secondo una stima relativa al 2017 dell’Osservatorio INPS in Italia un lavoratore su 4 percepiva mensilmente meno di 780 euro; Confindustria nello stesso periodo stimava per i giovani under 30 uno stipendio mensile medio intorno agli 830 euro. La situazione era ed è purtroppo anche peggiore se guardiamo alla paga oraria di lavoratori come quelli degli Enti Lirici e della vigilanza privata, coperti da contratti collettivi firmati dai Sindacati Confederati, che supera di poco i 4 euro o se guardiamo ai lavoratori dell’abbigliamento, delle agenzie di viaggi, dell’agricoltura che vanno da poco più di 5 euro a poco meno di 7 euro.

Il quadro che ne esce è quello di una larga fascia di lavoratori coperti da contratti collettivi con salari o stipendi sotto o di pochissimo superiori ai 1000 euro (eroso di un terzo della retribuzione dalle trattenute fiscali),3 spesso inquadrati in contratti che non rispecchiano la loro mansione solo per ragioni di opportunità economica per il datore di lavoro, con compensi che cambiano, spesso al ribasso, nei cambi di appalto (si veda, ad esempio, il recente caso degli stipendi dimezzati per i dipendenti addetti alla vigilanza al Mercato Agroalimentare di Padova grazie al cambio di contratto da quello Vigilanza privata e servizi fiduciari a Commercio operato nel passaggio da Padova Servizi a Civis).4

Nonostante i Contratti nazionali che fissano i minimi salariali e nonostante questi siano spesso minimi da fame, Eurostat nel suo Rapporto 2018 denunciava che l’11,7% dei lavoratori subordinati percepivano stipendi inferiori ai minimi fissati dal contratto base.5

Non a caso l’Italia dal 1999 al 2017 ha registrato la crescita salariale più bassa in Europa (1,6%). Nelle stime di crescita occupazionale la quota di lavoro maggiore e quella a termine: tra il 2008 e il 2020 gli occupati permanenti sono cresciuti di + 155 mila unità mentre quelli a termine di + 415 mila unità (il 72,8% sul totale del numero di nuovi occupati e il 96,4% sull’incremento complessivo). Nella crisi pandemica non a caso sono stati i lavoratori a termine a perdere maggiormente il lavoro (nel 2020 rispetto al 2019 sono diminuiti di – 365,5 mila unità e il trend è continuato anche nel primo trimestre 2021).6

Dall’insieme dei dati occupazionali ISTAT, di quelli relativi ai rapporti di lavoro dell’INPS confrontati con i dati EUROSTAT si desume che sotto la soglia di 21,9 mila euro, corrispondente al salario medio lordo annuale totale, troviamo tutte le posizioni dalla 1° alla 6° riferibili a 9,4 milioni di lavoratori dipendenti; tra questi, 5,2 milioni hanno una situazione salariale ancora peggiore percependo un salario inferiore ai 10 mila euro lordi annui (dalla 1° alla 3° posizione).

6. Il settore pubblico merita una riflessione: sono molti i lavoratori pubblici che percepiscono stipendi sotto o di poco superiori ai 1000 euro netti; molti anche quelli che con i passaggi di qualifica scaglionati in tempi molto lunghi non ricavano miglioramenti economici significativi ma a volte anche peggiorativi (casi in tal senso si hanno nei passaggi dalla qualifica B alla prima qualifica C nell’Università o anche tra i lavoratori regionali). Aggiungiamo a questo, sempre nel Pubblico Impiego, la presenza di una vera e propria giungla di lavoratori in appalto e subappalto o con contratti a termine che percepiscono stipendi ancora più bassi pur svolgendo, spesso, mansioni uguali a quelle del collega assunto a tempo indeterminato.

Molti contratti del pubblico impiego sono non rinnovati da anni con retribuzioni insufficienti rispetto all’andamento del costo della vita; in questo ultimo periodo si sono avuti alcuni aumenti ma va detto che la situazione è molto differenziata da amministrazione a amministrazione, da settore a settore. Diversa è l’attenzione, per esempio, alle Forze Armate e di Polizia da quelle dedicata ai dipendenti regionali, provinciali e comunali o della scuola e del personale amministrativo delle università.

Il Censimento permanente delle Istituzioni pubbliche (i dati censiti sono del 2017) stima in 3.516.461 il personale in servizio nella P.A. di cui 3.321.605 dipendenti; 195 mila circa sono presenti con forme contrattuali specifiche come collaboratori coordinati e continuativi o a progetto, atipiche e temporanee. In sintesi 3.023.901 sono dipendenti a tempo indeterminanto (86%), 297.704 sono a tempo determinanto (8,5%) e 194.856 sono non dipendenti diretti della P.A (5,5%). La maggior parte dei lavoratori a tempo determinato sono nell’Amministrazione dello Stato (il 10% pari a 185.977 unità) mentre il personale non dipendente è collocato per lo più nelle Università (41,8% pari a 69.684 unità) e nell’Azienda o ente del servizio sanitario nazionale (6,1% peri a 42.854 unità).

Grazie alle politiche di contenimento della spesa pubblica e alle limitazioni del turnover dei dipendenti, tra il 2011 e il 2017 non si sono verificate variazioni significative del numero complessivo di dipendenti ma un incremento di quelli a tempo determinato (+ 7,3%). Il calo di dipendenti a tempo indeterminato si è, piuttosto, registrato tra il 2011 e il 2015 con una percentuale dell’1,1% (- 1,7% pari a – 45 mila unità compensate da un + 5,1% di lavoratori a tempo determinato, pari a + 10 mila unità). Dal 2015 al 2017 l’aumento di personale ha interessato soprattutto i lavoratori a tempo determinato aumentati di un + 2,2%. Al fianco di questi sono aumentati i lavoratori non dipendenti (+ 50,6% pari a quasi 65 mila unità), per lo più collaboratori e altri atipici.

7. Un quadro aggiornato a marzo 2021 della situazione contrattuale nazionale viene fornito dall’ISTAT. I contratti in vigore per la parte economica sono 30 e riguardano il 21,5% dei dipendenti, pari a circa 2,7 milioni (il monte retributivo è del 22,3% del totale). Nel primo trimestre 2021 sono stati recepiti 8 contratti – ceramica, trasporti marittimi, telecomunicazioni, editoria giornali, lavanderia industriale, conciarie, grafiche editoriali e servizi portuali – mentre sono in attesa di rinnovo 43 contratti che interessanto circa 9,7 milioni di dipendenti (78,5% del totale). Si tratta di 300 mila lavoratori in meno rispetto a dato di dicembre (pur in presenza di blocco dei licenziamenti). Gli aumenti retributivi tendenziali sono stati lievi – dello 0,9% nell’industria e dello 0,6% nei servizi privati – o nulli come per il Pubblico Impiego. Sono risultati nulli anche in settori industriali come il tessile, l’abbigliamento e lavorazione pelli, l’industria chimica, il commercio, le farmacie private, le telecomunicazioni.

Conclusione in breve

8. Ragionare esclusivamente di salario minimo può risultare fuorviante se non lo si inserisce in un quadro più ampio relativo al concetto di lavoro povero che ormai tocca ampi strati di lavoratori nel privato come nel pubblico. In Europa 1 lavoratore su 6 può essere definito low wage earner, cioè con un salario inferiore ai due terzi di un salario mediano; si devono pertanto rivendicare livelli salariali e stipendiali non semplicemente riferibili a soglie minime come può essere la proposta di 9 euro, per altro lorde, bensì in grado di spostare la condizione retributiva e sociale di una massa enorme di lavoratori ben oltre la soglia di povertà relativa.7

Uno studio recente del Censis dedicato all’impatto della crisi pandemica sulla condizione lavorativa presenta alcuni dati relativi alla condizione di working poor – persona occupata la cui retribuzione non consente di avere una vita dignitosa per sè e per la famiglia.8 Essa riguarda 3 milioni di persone (53,3% uomini, 46,7% donne) che non raggiungono la soglia di 9 euro all’ora di retribuzione. Più di 1 milione sono i lavoratori in questa condizione compresi tra i 15-29 anni e 1,4 milioni quelli tra i 30-49 anni. Il 79% sono operai. Secondo lo studio pesa nella condizione di lavoro povero la differenziazione retributiva tra uomo e donna e la polarizzazione del reddito da lavoro tra diversi settori e diverse categorie. Riferendosi alla retribuzione lorda oraria che lo studio fissa in 14,04 euro nel settore industriale e terziario, la forbice tra le diverse componenti mette in evidenza uno scarto negativo del 6,6% per le donne, del 13,9% per chi ha un lavoro a tempo determinato, del 16,2% per chi è inquadrato come operaio e del 35% per gli apprendisti.

Nel concludere la scheda relativa alla questione del salario minimo ritenuamo che il quadro sopra esposto e questi ultimi dati relativi al lavoro povero evidenzino come si debba affrontare la questione retributiva in una prospettiva che non si limiti alle necessarie rivendicazioni economiche nelle vertenze contrattuali ma affronti insieme anche la questione fiscale come quella degli ammortizzatori sociali (reddito garantito in forma universalistica) e del welfare (servizi, casa, trasporti, sanità ecc.).

9 Giugno 2021

ADL Cobas

1 Testo della Proposta di Direttiva europea in https://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=COM:2020:0682:FIN:IT:PDF La Proposta rientra nella documentazione prevista dal Pilastro europeo dei diritti sociali che richiama gli Stati membri a una retribuzione equa e sufficiente fissando i principi per un salario minimo.

2 Servizio Studi-Dipartimento del Lavoro “Documentazione per l’XI Commissione sulla Proposta di Direttiva realtiva a salari minimi adeguati nell’UE COM(2020) 682”, Camera dei Deputati, XVIII Legislatura, 13 Gennaio 2021. Si può scaricare in http://documenti.camera.it/leg18/dossier/testi/LA0209.htm?_1611189114591

3 Nel 2019 quando a fianco della discussione sulla proposta grillina di salario minimo si accese anche quella sul cuneo fiscale nelle retribuzioni lavorative, il quotidiano La Repubblica (16/09/2019) stimava la differenza tra retribuzioni nette del lavoratorie e costi del datore di lavoro tra le più pesanti al mondo. L’Italia in questa classifica risultava terza dietro a Belgio e Germania, anch’esse Stati dell’UE. Il quotidiano evidenziava che il costo del lavoro di un lavoratore italiano senza figli con retribuzione media (non era specificato quanto fosse) era quasi doppio rispetto al suo salario netto gravando in gran parte sulle detrazioni a suo carcio del totale lordo corrispostogli; se invece si tratta di un lavoratore con 2 figli l’Italia scala la classifica posizionandosi al secondo posto sempre dietro al Belgio. Al lavoratore in media sul totale lordo rimane il 68,6%.

4 “Stipendi dimezzati per i dipendenti Civis addetti alla Portineria del Mercato agroalimentare di Padova…grazie al CCNL Servizi fiduciari” a cura di ADL Cobas, 4 maggio 2021 in https://adlcobas.it/privato/stipendi-dimezzati-per-i-dipendenti-civis-addetti-alla-portineria-del-mercato-agroalimentare-di-padova-grazie-al-ccnl-servizi-fiduciari/

5 Secondo EUROSTAT i lavoratori subordinati in Europa che percepiscono stipendi inferiori ai minimi fissati dal contratto base sono il 9,6%.

6 Nicolò Giangrande “La precarietà occupazionale e il disagio salariale in Italia. Le conseguenze della pandemia sull’occupazione e sui salari”, Fondazione Giuseppe Di Vittorio.

7 In Europa per effetto della liberalizzazione del mercato del lavoro, la sua forte impronta precarizzata che viene ripresa dallo stesso Pnrr e dai provvedimenti dei Decreti sostegli e assunzioni nella P.A., sotto la soglia di povertà relativa è ben il 10% del quantitativo di forza-lavoro (in Italia nel 2018 era l’11,8%) e, aggiungiamo, sono ben di più quanti vi oscillano appena sopra.

8 “Italia sotto sforzo. Diario della transizione 2020-21. 7. Il lavoro inibito: l’eredità della pandemia” a cura del Censis, 29 maggio 2021 in https://drive.google.com/drive/u/0/folders/1GVnBKC8mwVP95HyreCkE3tsCdhNAscFl

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