Assemblea regionale presso la sala del centro commerciale la corte di Mortise a Padova di tutti/e i/le delegati/e di Adl Cobas per costruire una giornata di sciopero, lotta e mobilitazione per il 26 ottobre 2018

In uno snodo strategico della mobilità su gomma e in pieno agosto, crolla rovinosamente un viadotto provocando 43 morti e decine di feriti, in provincia di Foggia a distanza di pochi giorni muoiono 16 lavoratori, tutti di origine straniera, in due incidenti stradali mentre stavano rientrano da una giornata di lavoro a raccogliere pomodori per 2/3 € all’ora stipati in furgoni con delle panche al posto dei sedili; navi mercantili o di associazioni umanitarie, o addirittura navi militari italiane, non possono sbarcare in un porto italiano il carico di esseri umani salvati da sicuri naufragi e dalla morte e vengono tenuti per giorni o settimane in mare dal governo italiano per usarli come ostaggi in una guerra tra i vari paesi europei per imporre una ripartizione degli stessi . Dall’inizio dell’anno vi sono stati oltre 400 morti sul lavoro, senza contare quelli “in itinere” (incidenti avvenuti andando al lavoro o rientrando a casa che hanno provocato altri 200 morti) segnando nel 2018 una netta inversione di tendenza rispetto agli anni precedenti che avevano indicato un leggero progressivo calo, significando questo dato che l’introduzione del Jobs Act e la progressiva riduzione delle tutele ha prodotto un netto aggravamento delle condizioni della sicurezza sul lavoro.
Dal suo insediamento ad oggi, il governo non ha fatto altro, per tramite del ministro degli interni Salvini, che alimentare una campagna di odio contro gli stranieri senza precedenti che ha armato la mano di chi ha sparato contro persone solo perché di colore nero o di chi ha organizzato aggressioni e pestaggi sempre a sfondo razzista e xenofobo. “Prima gli italiani”, “la pacchia è finita” e frasi analoghe, rappresentano il programma di questo governo in materia di immigrazione che si affianca ad un preciso impegno governativo di trasformare il paese in una specie di far west dove ognuno è libero di farsi giustizia da sé. Nel frattempo il parlamento ha trasformato in legge il cosiddetto “decreto dignità” che prevede, da un lato un effettivo miglioramento della normativa sui contratti a tempo determinato ( la riduzione da 5 a 4 delle proroghe , l’introduzione della causale dopo il primo anno e la riduzione da 36 mesi a 24 della durata del contratto con un aumento della tassazione dello 0,5 % ) , l’aumento delle indennità per il licenziamento senza giusta causa che possono andare da un minimo di 6 mensilità ad un massimo di 36 (prima arrivavano a 24,) ma non c’è la reintroduzione dell’art. 18, ed una penalizzazione per chi delocalizza dopo avere goduto di fondi pubblici. Ma a fianco di questi innegabili interventi migliorativi per i lavoratori in materia di contrattualistica sul lavoro, per cercare di rimediare ai mal di pancia denunciati da tutte le associazioni padronali, vengono reintrodotti i voucher ( adesso si chiamano “Presto”) nei settori alberghiero e del turismo, negli enti locali e nell’agricoltura e vengono inoltre garantiti sgravi contributivi fino a 3000 € annui per tre anni per chi assume a tempo indeterminato. Ma la partita più importante che il governo si sta giocando è quella relativa all’approvazione del Consiglio dei Ministri della cosiddetta “manovra del popolo” che introdurrà il “reddito di cittadinanza” ( solo per gli italiani) , la riforma della “Fornero” , l’introduzione della “flat tax” e la “pace fiscale”, che porteranno ad un rapporto deficit – PIL al 2,4 %. Al di là dei singoli punti della manovra che potranno essere oggetto di cambiamenti in corso d’opera e sui quali sarà necessario entrare puntualmente nel merito, risulta evidente che Lega e M5S si stanno giocando fino in fondo la loro partita restando fino in fondo ancorati a ciò che la pancia del “popolo” trasmette, sfidando apertamente i diktat degli organismi centrali europei. E interpretando appunto gli umori del “popolo” la manovra economica non può essere disgiunta dal cosiddetto “Decreto Sicurezza” che ha cancellato il permesso di soggiorno per motivi umanitari, la revoca della domanda di protezione internazionale per i richiedenti asilo dopo una condanna di primo grado, il prolungamento fino a 6 mesi della detenzione nei centri per il rimpatrio, la posssibilitò di revoca della cittadinanza, un cambio radicale del sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati ed in ultimo un pesante aggravio della pena per chi occupa una casa o effettua blocchi stradali con reclusione fino a 4 anni. Inoltre verranno stanziati meno soldi per l’integrazione e allungati i tempi per la cittadinanza. In particolare risulta evidente che l’aggravio delle pene per blocchi stradali è finalizzato espressamente, come ha sottolineato Confetra in un comunicato, a colpire le lotte nella logistica. Alla condanna si aggiunge anche la perdita del permesso di soggiorno e l’espulsione.
Questo in sintesi il quadro dei principali fatti accaduti in questi ultimi mesi che hanno visto il consolidarsi di un nuovo governo, nato dalla convergenza di due forze che in campagna elettorale si dichiaravano in netta contrapposizione, il quale, a fronte della assoluta inconsistenza di una qualche forma di opposizione sul piano istituzionale, potrebbe riuscire a stabilizzarsi raccogliendo le peggiori pulsioni di un “popolo” esasperato dalla incapacità di chi ha governato precedentemente di garantire condizioni di vita dignitose e anche vittima di una rappresentazione della realtà completamente deformata.
Forse ci sbagliamo e magari il governo è destinato a frantumarsi entro breve, a seguito del deflagrare di contraddizioni tra le due forze che lo compongono, o per le pressioni subite dai mercati, ma non si può scartare l’ipotesi che, al contrario, si possa marciare verso una forma di governo di tipo nazional-popolare-populista che riesce a tenere assieme la campagna di odio orchestrata scientificamente da Salvini con le politiche economiche parzialmente in contrasto con gli interessi di un certo tipo di padronato e volte ad introdurre nuove forme di welfare universali, sventolando come scalpo eventuali tagli a pensioni d’oro e ad antichi privilegi. Non ci mancano sicuramente esempi storici di governi che esaltavano il nazionalismo ed il razzismo e allo stesso tempo cercavano di parlare al “popolo” migliorando aspetti importanti della contrattualistica sul lavoro e sul welfare. Certo è che quando questi due aspetti si saldano possiamo dire che non è un bel orizzonte quello che si profila.
Risulta altrettanto evidente che, in una situazione di questo tipo, qualsiasi possibilità di creare un argine a questa ondata di razzismo dilagante, continuamente alimentato dalla Lega di Salvini, non potrà darsi sicuramente sul terreno istituzionale e comunque l’aria che si respira è talmente pesante che, a livello dei cosiddetti “ceti popolari”, è impresa ardua provare ad invertire la rotta per costruire un nuovo immaginario collettivo che sappia individuare i veri nemici ed un nuovo idem sentire fatto di solidarietà di classe e non di divisione su base etnica o razziale. Tutto ciò ci porta a dire che solo a partire dalla costruzione dal basso di movimenti di lotta che riescano a mettere in discussione tutti gli aspetti che riguardano la qualità della vita in questo nostro paese e in Europa, a partire proprio da tutti i punti che abbiamo citato all’inizio di questo nostro intervento che si può pensare di invertire la tendenza. E’ necessario costruire nuovi processi di movimentazione sociale che puntino a ricomporre la lotta per la sicurezza sui posti di lavoro, sulle strade, sulla salute legata alla devastazione ambientale, con le lotte per il diritto al reddito contro la precarietà, per migliori condizioni di lavoro, per avere più reddito e meno lavoro, ma tutto questo deve avere come comun denominatore la lotta senza se e senza ma contro ogni forma di razzismo.
Tutto ciò ci porta a dire che non è sufficiente per chi come noi si occupa prevalentemente delle problematiche legate al lavoro e allo sfruttamento trascurare il problema delle infrastrutture, la cui mancanza di manutenzione ha portato alla tragedia di Genova. Non possiamo più trascurare l’aspetto della devastazione dei territori, della cementificazione selvaggia che porta ad altre tragedie ogni qualvolta piove un po’ di più del previsto. Quanti danni materiali e quante vite sono state sacrificate in nome della voracità di un capitalismo che pensa solo ai profitti immediati, a speculare su tutto pur di garantirsi alti margini di guadagno. Non è accettabile di poter morire mentre si è in viaggio per andare in ferie, o mentre si sta lavorando su un camion o su un qualsiasi altro mezzo, perché un ponte costruito solo cinquanta anni fa e in mezzo alle abitazioni di migliaia di persone crolla rovinosamente, producendo come effetto collaterale l’evacuazione di centinaia di altre persone. E’ evidente che esiste un fondamento criminale in tutto questo. Solo delle menti criminali possono pensare di costruire ponti con nuovi materiali destinati a durare 50 anni. Verranno aperte inchieste giudiziarie per appurare le responsabilità, ma, al di là del fatto che sicuramente ci potranno essere uomini più responsabili di altri per il disastro, la responsabilità maggiore sta in questo modo di produzione che, come nella migliore tradizione degli apprendisti stregoni, mette in moto delle forze che non possono essere governate e controllate. In ogni caso anche le peggiori catastrofi servono poi a creare nuove opportunità per le varie forme associative imprenditoriali di tipo ordinario o di stampo mafioso ( non esiste una sostanziale differenza) per accaparrarsi altre opportunità per ricavare enormi profitti. Lo abbiamo visto anche con i terremoti, dove, dalle intercettazioni telefoniche emergeva la soddisfazione di alcuni “imprenditori” per le nuove opportunità economiche offerte dal terremoto. Quindi non possiamo più lasciare nelle mani di apprendisti stregoni, ma con le tasche piene di soldi, tutto ciò che riguarda i beni comuni, dalla viabilità, alla salute, all’acqua che beviamo, all’aria che respiriamo, alle fonti energetiche, all’istruzione, ecc., dobbiamo avere la volontà e la capacità di pensare e costruire un futuro fuori dalle logiche del profitto per tutto ciò che riguarda i beni comuni.
La lotta sindacale sui posti di lavoro, contro ogni forma di schiavitù, deve trovare nuove modalità per saldarsi con chi oggi nei territori si batte per impedire lo scempio della devastazione dei territori in nome della edificazione delle cosiddette “grandi opere” che sono “grandi” solo perché producono grandi profitti e grandi speculazioni e grandi disastri ambientali.
Con questi elementi di riflessione politica vogliamo provare ad approcciarci ad una nuova giornata di mobilitazione nazionale che alcune forze sindacali hanno proposto per il 26 ottobre. Al di là di ogni logica di scadenza liturgica – qualcuno proclama ogni anno uno sciopero generale – che ci trova totalmente estranei e che ci porta a dire che la possibilità di costruire una mobilitazione che abbia un senso nasce solo dalla capacità in ogni singolo territorio di sapersi rapportare con tutte quelle realtà sociali con le quali si possa interagire per costruire assieme l’inversione di tendenza di cui stiamo invocando la necessità.
E’ con questo spirito che come ADL Cobas ci rivolgiamo a tutte le realtà sociali e conflittuali per costruire assieme nella giornata del 26 ottobre un momento importante di lotta che sappia ricomporre in una o più manifestazioni tutte quelle componenti che si riconoscono nei punti che abbiamo indicato.

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