La crisi venezuelana tra disinformazione e amnesie giornalistiche

La crisi venezuelana tra disinformazione e amnesie giornalistiche

Petrolio e pericolo cinese

Sono ore drammatiche quelle vissute dalla popolazione venezuelana di fronte all’accelerazione impressa agli eventi dall’autoproclamazione a presidente di Juan Guaidò e dall’immediato e aggressivo sostegno fornitogli dagli USA, da buona parte dei governi latinoamericani e dall’Europa. Da settimane, intanto, si è messa in moto la grancassa informativa massmediatica a favore di questo violento e arbitrario cambio di governo, proclamando “unto del signore” Guaidò, dichiarando di converso “dittatore” il legittimo presidente in carica Maduro e offrendo agli occhi dell’opinione pubblica mondiale le immagini a senso unico di un popolo da troppo tempo oppresso e affamato, comunque indomito, che guidato ora da un leader giusto e determinato ritorna a mobilitarsi per la democrazia. Non si senta altro che questo nei notiziari televisivi, nei quotidiani di maggiore diffusione nazionale, nella maggioranza dei social. Ma prima di cercare di districarsi da questa massa di notizie, informazioni e “autorevoli” commenti a senso unico è bene tenere sempre presente quando si parla in questi giorni di Venezuela che:
1. è la maggiore riserva mondiale di petrolio e i profitti derivati dalla sua estrazione e raffinazione con l’arrivo al governo di Chavez sono stati sottratta dalle mani delle multinazionali petrolifere;
2. in questo paese la Cina ha importanti e sostanziosi investimenti e rappresenta uno dei maggiori acquirenti di greggio.
Ciò avviene nel “cortile di casa” statunitense e in un momento di scontro globale tra USA e Cina. Capiamo tutti che si tratta di due “questioncine” poco raccontate in questi giorni ma che hanno e hanno avuto nel ventennale confronto tra Venezuela a guida Chavez (e ora Maduro) e USA un peso rilevante per l’ostilità di quest’ultimo a questa esperienza governativa (dal sostegno al tentato glope del 2002 su cui torneremo sino al sostegno dell’opposizione durante i diversi tentativi anche violenti di provocare un cambio di governo). Non è un caso, infatti, che il Consigliere per la sicurezza dell’amministrazione Trump, John Bolton, parli esplicitamente del ritorno dei pozzi petroliferi venezuelani nelle mani delle multinazionali una volta ristabilita la “democrazia”.

Excursus elettorale sulle elezioni venezuelane

Memorizzate queste due questioni, torniamo su quanto sta avvenendo con un exscursus elettorale: Hugo Chavez divenne presidente del Venezuela nel 1998 vincendo le elezioni con il 56,2% dei voti; da quel momento ha governato, vincendo le successive competizioni presidenziali e persino un referendum sulla sua destituzione, sino al 2013 quando è morto. Nicolàs Maduro succedutogli ad interim, nello stesso anno vinse le elezioni presidenziali con il 50,62% dei voti e una partecipazione dell’80% degli aventi diritto. Maduro vinse anche le elezioni del 2018 con il 67,84% ma con un calo sensibile della partecipazione al voto (46%). In Venezuela dal 1999 al 2018 si è votato 25 volte. Tutte queste elezioni sono state monitorate da occhiuti osservatori di commissioni internazionali che non le hanno mani invalidate anche se, in ogni occasione, le opposizioni di destra le hanno sempre dichiarate illegittime. Perchè parlare allora di dittatura nei media nazionali? Il Venezuela potrà essere una democrazia imperfetta, anzi loè certamente come lo sono tante altre in quel continente e nel mondo, dove non sempre la partecipazione al voto è alta ma non certo una dittatura. Se poi la scarsa partecipazione al voto nell’ultima elezione, la più contestata, diventa la cartina di tornasole per la patente di democrazia di uno stato allora alcune delle democrazie nord occidentali dovrebbero preoccuparsi; non parliamo poi delle accuse di brogli visto la non edificante elezione a presidente degli Stati Uniti di Bush junior nel 2001.

Il golpe contro Chavez nel 2002

Un fatto passato relativamente importante quando si ragiona sul Venezuela e che è scomparsa dalla memoria giornalistica nazionale e non (salvo poche voci indipendenti come quella di Luciana Castellina in un articolo del 7 febbraio su Il Manifesto) è il golpe contro Chavez del 2002. Molti dei protagonisti venezuelani e statunitesi che oggi circondano di elogi e sostengono Guaidò erano tra i sostenitori di quel golpe contro il lettimo presidente del Venezuela. Insieme a loro c’era quell’Elliott Abrams, anima nera delle amministrazioni Reagan, Bush senior e junior e ora Trump, che dal lontano debutto a sostegno dell’indifendibile macellaio Somoza nel carnaio del Salvador, ora guida i paladini degli “aiuti alimentari” al popolo venezuelano lungo il confine colombiano. Il golpe del 2002 contro Chavez fallì grazie alla mobilitazione popolare che sosteneva e legittimava in questo modo le politiche chaviste di nazionalizzazione del complesso industriale estrattivo, la riforma agraria e le campagne a favore del miglioramento delle condizioni economiche e sociali delle fasce di popolazione più povera delle favelas e del paese. In quell’occasione – ho buona memoria – di fronte al golpe non vi furono le stesse indignazioni internazionali dei governi democratici di questo periodo.


Chi si è indignato per i brogli elettorali in Honduras?

Altro excursus elettorale, questa volta relativo all’Honduras. Nel 2017 vi si sono tenute le elezioni generali vinte grazie a evidenti brogli dall’attuale presidente il conservatore Osvaldo Hernandez (lo spoglio iniziale che dava vincente lo sfidante di centrosinistra Salvador Nasdralla è stato interrotto e proseguito poi per ben 3 settimane sino a dare esiti diametralmente opposti). Le dimostrazioni di piazza contro questo risultato, evidentemente fasullo, furono represse violentemente con tributi di sangue da parte dei manifestanti ma non mi risulta vi sia stata una mobilitazione democratica internazionale come quella attuale per imporre nuove elezioni e, tanto meno, per contestare la “legittimità” a governare di Hernandez. L’Honduras ora è ben allineato con i governi di destra e conservatori del centro e sud america, ammicca verso l’amministrazione Trump e persino verso Israele sulla vicenda del trasferimento delle sedi diplomatiche estere a Gerusalemme, mentre il paese vive una vera e propria migrazione di massa verso gli Stati Uniti. Trump attacca oggi Hernandez accusandolo di non fare nulla per interrompere questo esodo migratorio verso il confine tra Messico e Stati Uniti, non certo sull’andamento e l’esito del voto del 2017.

Gli effetti dell’embargo economico e chi è e da dove arriva Guiadò

Due ultime osservazioni. La prima: i media internazionali stanno enfatizzando e dipingendo un Venezuela percorso da un lato da mobilitazioni popolari a favore di Guaidò e dall’altro da esodi verso i confini di pezzi di popolazione prostrata dalla fame e dalla mancanza di ogni sorta di bene essenziale. Effettivamente beni essenziali, medicine e molto altro manca in tutto il Paese o è di difficile reperimento ma questo è solo in parte dovuto al colpevole ritardo del governo Maduro nella diversificazione della produzione del paese, rimasto troppo dipendente dall’esportazione di greggio, mentre è molto determinato dall’embargo economico e finanziario imposto dagli USA. Un’arma questa degli embarghi economici già vista e utilizzata per affossare esperienze non subordinate agli Stati Uniti: dalla Cuba dei “barbudos” al Cile di Allende per arrivare al primo Nicaragua sandinista o all’Iran khomeinista ma i cui effetti sulla vita quotidiana delle popolazioni civili colpite nessun opinionista o esperto di turno ha mai ritenuto di evidenziare negli approfondimenti televisivi o con articoli nei maggiori quotidiani nazionali. L’enfatizzazione delle mobilitazioni pro Guaidò ha come contraltare la marginalizzazione delle notizie sulle mobilitazioni a favore di Maduro e del governo. Solo qualche accenno dei corrispondenti ma senza soffermarsi troppo; piuttosto si insiste con una lettura della realtà distorta che vorrebbe contrapposti all’opposizione “democratica” di Guaidò e al popolo solo il dittatore Maduro, il suo partito e l’esercito come nelle più classiche raffigurazioni di uno stato latinoamericano alla vigilia di una guerra civile.
La seconda: per conoscere chi è Guaidò e da dove spunta siamo costretti ad affidarci a due giornalisti statunitensi Max Blumenthal e Dan Cohen che hanno pubblicato un’inchiesta in The Grayzone Project, portale di giornalismo investigativo indipendente (ne ha dato conto opportunamente il 7 febbraio Il Manifesto). I due giornalisti ci informano che il piano di autoproclamazione a presidente di Guaidò è stato concepito nel dicembre 2018 in incontri avuti a Washington, in Colombia e Brasile. Guiadò, personaggio politico poco conosciuto nello stesso Venezuela, militante di una piccola formazione di estrema destra, Voluntad Popular, era stato sino a poco tempo fa, emarginato insieme al partito di cui fa parte, dalla stessa Mesa de Unidad democratica, cioè dalla coalizione dei partiti di opposizione a Maduro. Un personaggio politico di piccolo-medio calibro Guaidò che aveva ottenuto nel 2005 per il rotto delle cuffia e in una circoscrizione tra le meno popolari l’elezione all’Assemblea nazionale mentre dai notiziari televisivi, dai social e dalla maggior parte dei quotidiani italiani, ci è stato presentato come ne fosse alla guida da sempre. Nessuno, salvo i due giornalisti americani, ci ha informati che Guaidò non è stato mai eletto presidente dell’Assemblea nazionale, vi si è semplicemente insediato dopo che, appunto nel dicembre 2018, venne concepito il piano per destituire Maduro. Scrivono a questo proposito Blumenthal e Cohen che erano state previste massicce manifestazioni proprio in occasione delle cerimonie di insediamento della nuova presidenza Maduro e nell’occasione Guaidò fu invitato a procedere così come ha fatto da telefonate di appoggio del vice presidente USA Mike Pence e dalla Ministra degli Esteri canadese Chrystia Freeiland. Bel pezzo di democratico e che bella compagnia di sinceri democratici!


Conclusioni

Detto della evidente faziosità della macchina massemediatica a favore di Guaidò non ci si può schiera contro tutto ciò semplicemente annullando ogni critica, anche dura e profonda, dell’esperienza del governo Maduro. Il chavismo e la sua prosecuzione decisamente mediocre con Maduro, come le tante esperienze di governo progressiste e/o delle sinistre popolari e sindacali a cavallo del passaggio di secolo – dall’Argentina al Brasile, dall’Uruguay alla Bolivia ecc. – hanno avuto a loro favore la tensione e di larghe masse popolari a mobilitarsi per un miglioramento concreto delle loro condizioni di vita in un continente dove le élites di centro e di destra – possidenti terrieri, padroni della finanza, predatori delle risorse naturali – hanno sempre perseguito un sistema neoliberista brutale di sfruttamento delle persone e delle risorse intriso di razzismo e xenofobia violenta contro le popolazioni indigene, ricorrendo quando ritenuto necessario a crudeltà incredibili ma drammaticamente reali. Questa tensione positiva e partecipativa delle masse proletarie latinoamericane per un cambiamento radicale delle diverse situazioni nazionali i governi dei Chavez, dei Lula, dei Kirschner, dei Morales e di altri presidenti di sinistra e/o progressisti di quel continente, compresa la recente indecente deriva autoritaria dell’esperienza sandinista, l’hanno progressivamente dilapidata per limiti politici, per errori e incapacità, per corruzione e burocratizzazione dei gruppi dirigenti e dei partiti di governo, per aver creduto di poter iniettare gocce di socialismo in una macchina mantenuta a direzione comunque neoliberista.
In Venezuela, in particolare, non aver costruito una alternativa economica alla dipendenza dall’esportazione del petrolio e avere, piuttosto, irrigidito le fila della repressione di fronte alle difficoltà, ai dissensi, anche provenienti dalla propria sinistra, ha corroso il consenso – la drastica riduzione del numero di partecipanti al voto del 2018 ne è stato un segnale – e fiaccata la partecipazione che, comunque, ancora tiene. Ma ora il governo deve fare i conti con l’embrago economico durissimo che gli blocca persino l’accesso ai fondi depositati all’estero, che affama e impoverisce la popolazione, che erode il consenso e gli impedisce di progettare riforme e provvedimenti che sarebbero necessarie.
Nel difendere il Venezuela, quindi, non possiamo nasconderci il fallimento di queste esperienze e le ragioni di questo loro esito. Non possiamo neanche limitarci a constatare che a dettare legge in questo periodo per conto degli interessi capitalistici, finanziari e predatori, messi in parte all’angolo da esperienze come quella chavista, sono i Guaidò, i Bolsonaro, i Macri o i volti “nuovi” di Lenin Moreno in Equador e di Nayib Bukele in Salvador. Perchè la partita che si gioca in Venezuela riguarda tutti, anche noi; riguarda il vento sovranista che, partito con l’insediamento di Trump alla Casa Bianca percorre l’Europa, dalla Polonia all’Ucraina, dall’Ungheria all’Italia trovando adesioni anche negli altri continenti.
Probabilmente nello specifico venezuelano, come sostiene l’ex presidente uruguayano Muijca, si dovrà necessariamente passare per un ennesimo confronto elettorale, difficile e molto insidioso per le forze di sinistra stante le condizioni del paese, gli errori accumulati dalla gestione Maduro e la pressione internazionale a favore delle destre, se si vuole evitare un golpe violento verso cui i più sembrano, invece, spingere. Una controinformazione che faccia affiorare la reale situazione del Venezuela e i termini esatti della questione in campo è assolutamente necessaria per rompere l’uniformità informativa giornalistica a favore di Guaidò e del progetto USA di sovvertimento violento dell’attuale governo di Maduro. Ma è sull’analisi di come si è giunti a questa situazione, lì come nel resto del continente sudamericano e anche da noi, che diventa urgente per tutti interrogarci come solo in pochi stiamo facendo, per capire come siamo giunti in questa situazione. Prima lo si comincia a fare veramente, evitando rigidità dottrinarie e scorciatoie populiste di sinistra, meglio sarà. Quanto avviene in Venezuale e la drammatica urgenza di mobilitarsi contro il possibile golpe contro il legittimo governo può essere un’occasione importante per riflettere su questo momento storico e politico e trovare/praticare nuovi percorsi e soluzioni.

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