Coca Cola ovvero lo schiavismo del XXI secolo

Coca Cola ovvero lo schiavismo del XXI secolo

Negli anni 90 del secolo scorso quando la globalizzazione cominciava a bussare forte alle porte dei mercati nazionali, l’insieme composito dei movimenti ha attuato in modo variegato la lotta e il boicottaggio contro alcune delle multinazionali più conosciute, individuandole come il simbolo dei principali artefici di un capitalismo di rapina nei confronti delle popolazioni. Pratiche di lotta e intensi dibattiti che hanno attraversato l’intero pianeta. Chi non ha memoria dei contributi di Michael Moore sulla crisi e la delocalizzazione dell’industria automobilistica presenti in ‘Flint’, chi non ricorda la lotta epica delle donne del Kerala [India] contro l’appropriazione delle risorse idriche ad opera della Coca Cola, messa sul banco internazionale degli imputati dalla fisica e ambientalista Vandana Shiva, chi può dimenticare l’impatto di ‘Super Size Me’ di Morgan Spurlock sulla catena di produzione delle carni McDonald e i suoi effetti sulla salute alimentare.

I movimenti ne hanno fatto una bandiera nelle lotte, nell’informazione con cui si intendeva svelare la nocività di una omologazione degli stili di vita che ci venivano e ci vengono propinati: in particolare la contestazione globale si era concentrata su Coca cola e McDonald, assunti quali emblema della devastazione del pianeta per il consumo di terra e acqua e quale causa determinante del dilagare di obesità, diabete, malattie cardiovascolari, tumori per l’ uso smodato di zuccheri e additivi. In quel periodo, chi, nei movimenti, beveva Coca Cola, Pepsi o frequentava i McDonald, era considerato incoerente e guardato male.

Ora, quando molto tempo è passato negli orologi della globalizzazione e l’omologazione culturale e sociale ha prodotto una mutazione antropologica generale se non genetica, quegli approcci, quei comportamenti sociali vengono, comunemente, percepiti come estranei e obsoleti, fuori dal tempo, anche se la Coca Cola continua a consumare 700 litri d’acqua per ogni litro di bevanda, ad ottenere dagli Enti locali tariffe irrisorie [1 centesimo x ettolitro] per l’usufrutto delle sorgenti e falde, a perseguire una politica sindacale da far west nel confronto con i lavoratori, ad evadere, con il sistema delle società a matrioska, il fisco in tutti i paesi in cui hanno sede gli stabilimenti di produzione. Articoli specialistici e la recente [03/04/17] trasmissione Report, bene documentano queste affermazioni. Ora ci soffermiamo solo sulla Coca Cola per il portato della vertenza in corso nello stabilimento di Nogara, nel veronese, dove 45 operai addetti al magazzino sono stati estromessi [licenziati] nel cambio di appalto dalla cooperativa subentrante; la vertenza è tutt’ora in corso.

Lo scontro sindacale che si sta configurando alla Coca Cola di Nogara ci porta a fare alcune brevi considerazioni sulle dinamiche produttive e sulle relazioni in materia di lavoro che ci troviamo davanti. Questa multinazionale, nella sua penetrazione distributiva e produttiva nei mercati mondiali, ha operato secondo i dettami della massimizzazione del profitto, quindi, avendo enormi risorse economiche, la produzione, distribuzione, commercializzazione delle sue bevande è al top tecnologico. Ha sempre investito in strumentazione e ricerca, ha delocalizzato le sedi di produzione in macro aree, nelle sedi di produzione e distribuzione nazionali ha segmentato ed esternalizzato le sue filiere produttive fino al paradossale punto di affermare che gli operai che lavorano a Nogara, in Messico, in Colombia o nelle Filippine non sono suoi dipendenti, perché, appunto, sono amministrati da altre ditte o cooperative committenti. High Tech, delocalizzazione, esternalizzazione sono il vademecum della multinazionale, accompagnato da un raffinato ‘mood’ di commercializzazione a tutto campo: le sue campagne pubblicitarie buoniste ed ammiccanti, ci fanno sentire tutti più umani se beviamo Coca Cola. Da una così oculata ed elegante interpretazione del modo di produzione capitalistico, dovrebbe discendere anche un’impostazione cooperante e partecipativa delle relazioni col mondo del lavoro. Invece no, anzi il rapporto coi lavoratori è privo di dialettica, è violento fino ad esserlo senza esclusione di colpi, qui, in una presunta democrazia fondata sul lavoro, come altrove, dove la democrazia è violata per prassi costante.

In Italia, la Coca Cola minaccia di chiudere tutto polo produttivo di Nogara; viene fatta intervenire, con pressioni e dispacci ufficiali, l’ambasciata USA sul Governo, sul Prefetto per sgomberare l’occupazione da parte dei lavoratori del tetto e del piazzale dello stabilimento di Nogara, dopo che la vigilanza aziendale privata ha usato i manganelli elettrici, dopo che la polizia ha militarizzato per settimane l’area di produzione e distribuzione della Coca Cola, dopo molti incontri di mediazione e raffreddamento tra le parti. In Colombia – invece – sono andati più per le spicce con l’eliminazione fisica di una decina di sindacalisti, così come pure in Messico.

Tutto questo per qualche decina di licenziamenti, di un’opposizione sindacale a fronte dello strapotere di una delle multinazionali? Sembrerebbe privo di senso e di misura. Invece no; in Colombia come nelle Filippine o in Italia, per la Coca Cola, il lavoratore deve rimanere umile e obbediente, come uno schiavo di un padrone buono e progressista, non si riconosce un rapporto di lavoro contrattuale ma un rapporto sociale neocoloniale. E si la globalizzazione ha trasformato e sta modificando in profondità il rapporto di lavoro con i suoi relativi diritti: il rapporto di lavoro servile nel modo di produzione contemporaneo, un tempo presente in quello che veniva indicato come 3° e 4° mondo, ora è imposto, anche normativamente vedi job act e similia, nel cuore dei distretti produttivi e nelle metropoli di tutto il mondo. Accanto al robot, lo schiavo. È così che a Nogara, tra i 45 lavoratori licenziati, c’è una lista di proscrizione di 14 delegati e iscritti all’ADL che sono stati individuati come la nervatura della conflittualità interna allo stabilimento, un nucleo di lavoratori e un sindacato non in vendita, e, quindi, da eleminare, costi quel che costi, il padrone neocoloniale non puo’ perdere la faccia, la fama e il potere di vita e di morte sui propri coloni.

Quella di Nogara, dunque, è una battaglia di civiltà per il riconoscimento della dignità oltre che dei diritti dei lavoratori, che si è trasformata, da semplice vertenza della logistica nel cambio d’appalto nella filiera delle cooperative, dove queste sono attori del tutto secondari, in braccio di ferro tutto politico tra Golia e Davide, una lotta impari contro una multinazionale dal volto benevolo di Santa Claus ma dotata delle unghie e dei denti del peggior capitalismo predatorio. Noi ne siamo pienamente consapevoli. Sulle lotte dei lavoratori della Coca Cola, dei cittadini contro la devastazione dei territori e la rapina delle risorse idriche sono stati scritti molti libri, reportage, ricerche, convegni, pagine di storia del movimento operaio e ambientalista: a noi non interessa entrare in quella grande storia, a noi interessa solo salvaguardare la dignità, i diritti acquisiti di 45 lavoratori, delle loro famiglie, del sindacato.
Qui non si vuole del fare della datata retorica anticapitalistica o una invettiva vittimistica ma sottolineare in termini chiari e semplici quello che è il vero nodo da sciogliere, in modo che nessuno, istituzioni, sindacati, associazioni, movimenti possa nascondersi dietro un dito o affermare che non s’era capito.

Articolo da ‘Internazionale’ > Coca Cola a Nogara

RAI Report del 3 aprile 2017 > Coca Cola dio oro

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