Siamo lavoratori, non schiavi. Considerazioni di un lavoratore stagionale sul Reddito di Cittadinanza

Gentilissimo Bonaccini,
Sono un residente della regione da lei presieduta e sono rimasto, onestamente, disgustato dalle parole pronunciate nell’intervento alla Bologna Business School. Le riporto:”Essendo andati via per la gran parte i lavoratori stranieri, oggi le aziende agricole ci chiedono come trovare lavoratori che vadano a raccogliere la frutta e la verdura nei campi […] Mi verrebbe persino da dire che chi prende il reddito di cittadinanza può cominciare ad andare a lavorare lì così restituisce un po’ quello che prende”.
Vorrei spiegarle un po’ la mia situazione: dopo anni passati a lavorare nel settore turistico, nella riviera Romagnola, ho deciso che non mi andava più bene farmi sfruttare. Perché spesso il lavoro nel turismo, in particolar modo quello stagionale, è ai limiti (se non oltre) dello sfruttamento e sicuramente oltre i limiti della legalità. So per certo che conosce benissimo la situazione ma, a scanso di equivoci, gliela chiarisco. Contratti a chiamata nonostante lavorassi tutti i giorni, turni che vanno dalle 10 alle 13 ore, assenza di giorno libero, buste paga falsate e stipendi per metà in nero.
Questi sono solo alcuni esempi di come i padroni sfruttano i lavoratori come me, ma bastano per capire che la situazione non era sostenibile.Stanco di dover rinunciare ai miei diritti per far arricchire i soliti che ogni estate piangono ai giornali per “mancanza di lavoratori” ho deciso di richiedere il reddito di cittadinanza.
Non è, come lo chiama lei, un “regalo” dallo Stato ma una misura che permette di non doversi per forza piegare ad un sistema per cui i lavoratori sono carne da sfruttare in nome del profitto.
Le sue parole invece, dipingono chi richiede il RdC come dei parassiti della società senza voglia di lavorare e, così facendo, giustifica tutte le pratiche di sfruttamento che ho elencato prima. Mi sono tornate infatti alla mente le ipocrite lamentele degli albergatori e dei ristoratori (per fare degli esempi) che all’inizio della scorsa stagione si lamentavano che per colpa del reddito di cittadinanza non trovavano più persone disposte a lavorare. O, come sarebbe più giusto dire, disposte a farsi sfruttare. Ma non basta, anche se sarebbe gravissimo già così.
Lei propone di mandare le persone come me a lavorare nei campi, per “restituire quello che prendiamo”, anzi “un po’ di quello che prendiamo”. Come ho scritto prima: sono profondamente disgustato. La sua proposta per ovviare alla mancanza di manodopera straniera non è la creazione di condizioni lavorative legali e sicure ma la riduzione in schiavitù di chi appartiene alle fasce più deboli.
Lei, che solo qualche mese fa ha chiesto la mia fiducia alle urne, presentandosi come unica alternativa ad una destra razzista, oggi parla come il peggiore dei caporali.
Parla esattamente come quella destra che fa finta di combattere.
Parla come quegli sfruttatori che, dai campi al turismo, passando per le industrie, calpestano i diritti e la salute dei lavoratori in nome del profitto.
Solo che lei è il Presidente di questa regione, e dovrebbe tutelare non solo il capitale ma anche le classi meno abbienti dei lavoratori e delle lavoratrici ricattate e ridotte in povertà, quindi non deve permettersi di parlare così. Il reddito di cittadinanza, come un eventuale reddito universale, sono strumenti che rompono il ricatto dei padroni, che garantiscono a chi lo percepisce la facoltà di scegliere di non farsi sfruttare. E non sempre, visto che spesso le somme erogate sono irrisorie.
La soluzione alla mancanza di manodopera sta nella regolarizzazione di chi già ci lavora, e nella creazione di condizioni di sicurezza e salariali degne. Non sta nel creare una nuova platea di schiavi. Le consiglio di rivedere il suo intervento o, per lo meno, di riflettere sulla gravità delle sue parole.
Sono un Lavoratore, non uno schiavo.

Contributo pubblicato sul blog dell’Assemblea territoriale di Rimini per il reddito

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