MAROCCO: solidarietà ai lavoratori MAGHREB STEEL

Oltre 600 operai Maghreb Steel (Casablanca) sono in sciopero da più di sei mesi per il rispetto delle libertà sindacali e della legislazione del lavoro.

Maghreb Steel è un’acciaieria di Casablanca fondata nel 1975, ha oltre 1400 dipendenti diretti e fa parte del gruppo di aziende della famiglia Sekkat. Come molti padroni del paese, i Sekkat non hanno mai tollerato la presenza sindacale in nessuna delle loro aziende. I lavoratori Maghreb Steel hanno tentato di creare una rappresentanza sindacale nel 1984 e nel 2011, ma in entrambi i casi tutti i rappresentanti furono immediatamente licenziati. Il 26 marzo 2015 gli operai hanno nuovamente deciso di fondare una rappresentanza sindacale (in questo caso affiliata alla confederazione Union Marocaine du Travail, UMT) per fare fronte all’abolizione di diversi bonus, a una politica delle promozioni arbitraria e discriminante, all’assenza di un comitato di igiene e sicurezza, al rifiuto della dichiarazione degli incidenti sul lavoro dietro minaccia di licenziamento, al licenziamento ingiustificato di circa 400 operai. Gli incidenti sul lavoro hanno visto anche numerose amputazioni.

Di fronte alla creazione del sindacato, l’azienda ha nominato come direttore Ammar Drissi, già noto per il suo pugno di ferro nei confronti delle organizzazioni dei lavoratori. A fine luglio Ammar ha licenziato quaranta lavoratori tra i più attivi, provocando così uno sciopero di 24 giorni al termine del quale tutti i licenziati sono stati reintegrati e la direzione si è impegnata a rispettare la legislazione del lavoro. Ma dopo la ripresa del lavoro, la direzione si è cimentata in una lunga serie di provocazioni arbitrarie culminate nel licenziamento ingiustificato di sette lavoratori tra cui due rappresentanti sindacali. Il 19 dicembre 2015 è stato così dichiarato un secondo sciopero, che dura fino ad oggi con oltre 600 lavoratori ancora in lotta.
Maghreb Steel ha rifiutato di negoziare con gli scioperanti e ha assunto centinaia di lavoratori temporanei per rimpiazzarli, in violazione del codice del lavoro marocchino che vieta il ricorso al lavoro interinale durante uno sciopero del personale. La direzione ha inoltre accusato alcuni scioperanti di aver rubato una fonte radioattiva, cosa che ha alquanto allarmato le autorità data la pericolosità dei materiali in questione. Ma le indagini non hanno prodotto alcun risultato e le accuse sono cadute.

Dopo il fallimento della conciliazione a tutti i livelli, incluso quello nazionale, gli scioperanti sono passati alla mobilitazione di strada con numerosi presidi di fronte alla prefettura e alle filiali delle banche che detengono quote di Maghreb Steel. È in questo contesto che le forze dell’ordine hanno represso i presidi pacifici del 12 e del 17 maggio, facendo diversi feriti tra i lavoratori. I lavoratori Maghreb Steel richiedono la reintegrazione di tutti i licenziati, il rispetto della legislazione sul lavoro e delle libertà sindacali e l’avvio di negoziazioni serie sulla loro piattaforma rivendicativa per il miglioramento delle condizioni di lavoro.

Il Comitato di sostegno e solidarietà ai lavoratori Maghreb Steel dichiara: “La stessa situazione è vissuta da altri lavoratori in sciopero a livello regionale e nazionale (i lavoratori della raffineria Samir e quelli del conservificio Doha, o gli interinali del settore fosfati e quelli della lavorazione della plastica, o le operaie in presidio nel porto di Tangeri, etc.). Si tratta di una vera e propria offensiva generalizzata da parte di un padronato avido e intento esclusivamente alla difesa dei propri interessi finanziari contro i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, minacciati costantemente di miseria ed emarginazione sociale. È perciò necessario che tutti i sindacati e le organizzazioni del mondo della politica, dell’associazionismo e della comunicazione si attivino urgentemente per solidarizzarsi”.

Essendo Maghreb Steel una delle più importanti aziende manifatturiere del paese, si tratta di una lotta estremamente importante per la libertà sindacale in Marocco, a cui è necessario dare pieno sostegno internazionale.

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