La debacle USA in Afghanistan. Alcuni spunti. di Beppi Zambon

La debacle USA in Afghanistan. Alcuni spunti. di Beppi Zambon


Il quadrante geopolitico medio ed estremo orientale è stato terremotato dalla cavalcata talebana su Kabul. Non che ci fossero dubbi su chi avrebbe preso in mano le redini del potere in quel territorio, ma tutti, a Doha, hanno brigato per dilatare i tempi e favorire una transizione che permettesse una ritirata, una evacuazione che non si trasformasse in una rotta. I rappresentanti Taliban al tavolo della trattativa sono stati al gioco, per poi avere, indisturbati, libertà d’azione di fronte ad un super attrezzato esercito afghano che si è squagliato, quando non è passato al ex ‘nemico’. Abbiamo visto e stiamo assistendo a una vera e propria ‘deblacle’ politico militare dell’Alleanza Occidentale con in testa gli USA, con tutte le tragedie sociali che ne conseguono per civili e militari, donne e bambini, residenti, fuggiaschi, migranti che siano. In Iran e Pakistan ci sono già oltre 3 milioni di afghani di cui nessuno parla. Siamo dinanzi ad un’ulteriore trasformazione e dislocamento degli equilibri geopolitici in quella che viene indicata come Eurasia. Cerchiamo di delineare per sommari tratti quello che si riesce a cogliere aldilà della cronaca di questo e quel massacro o sopruso che ci vengono raccontati.
La dottrina “prima l’America, prima gli americani” che ha permesso a Trump di ottenere il mandato presidenziale è stata declinata anche sul piano internazionale, non che Obama si fosse allontanato tanto da tale concezione, ma il suo tentativo di generare una pax americana lo aveva fatto mettere in secondo ordine. In estrema sintesi se l’impostazione di Obama per la politica estera è stata caratterizzata dal mantenimento dello status quo ante con lo smussamento dei punti di maggior attrito – vedi Iran, Iraq, ASEAN, Ucraina e i vari trattati internazionali – determinando la riproduzione di una sorta di multilateralismo con lo stabilizzarsi di potenze regionali determinanti negli assetti politici ed economici della globalizzazione, quella del clan Trump ne rovescia l’impostazione cercando di ricostruire la postazione imperiale degli USA, che sta dietro lo slogan “First America”. La stessa ‘trumpiana’ guerra dei dazi con l’Europa e la Cina aveva lo scopo di ridurre la voragine del deficit commerciale degli Stati Uniti nei confronti della Cina e dell’Europa – leggi Germania, Francia, Italia. “Prima L’America” ha rappresentato la scelta di salvaguardare le imprese e l’economia USA, proteggendole dall’invasione commerciale ‘straniera. Ricordiamo il sequestro di Meng Wan Zhou, figlia del fondatore e responsabile finanziario di Huawei o il ricatto nei confronti di Apple se non avesse rinunciato ai prodotti Foxcomm o gli sperticati elogi di Trump verso Salvini, Orban, la Le Pen, a Boris Jonson. Tutti nazional-sovranisti che lavoravano bene allo scardinamento dell’Unione Europea, e un’Europa disarticolata, divisa, indebolita politicamente era ed è molto più sovra determinabile economicamente. Lo stesso ammiccare con Putin, tenendolo sotto scacco in Ucraina e Bielorussia, aveva essenzialmente una funzione anti europea, vuoi nell’approvvigionamento degli idrocarburi vuoi nell’espansione commerciale.

Il turbolento e traumatico cambio alla Casa Bianca connesso alla presidenza Biden, se ci limitiamo ai suoi effetti in politica estera, ha portato ad una distensione dei rapporti con l’Unione Europea, con un contestuale raffreddamento dello storico gemellaggio con l’UK, ma la politica estera verso il resto del mondo ha avuto il segno della continuità. Pensiamo a Cuba, al Messico, al Venezuela, all’area mediterranea, del vicino e medio Oriente, all’estremo Oriente con la Cina in cima ai pensieri. Gli USA – già Trump e Obama, come abbiamo ricordato avevano mostrato i muscoli con manovre navali, commerciali e sociali, pensiamo al sostegno mediatico internazionale al movimento democratico ad Hong Kong – di Biden sono grandemente preoccupati del espansionismo commerciale e politico a 360 gradi della Cina. Tanto più ora che Xi Janpin, in occasione della presentazione del xiv piano economico quinquennale, ha ribadito, proiettando la progettualità economica al 2035, epoca in cui dovrebbe compiersi la lunga marcia verso la modernizzazione socialista. Ed è di questi giorni l’adozione nelle scuole del “Pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una Nuova era” come novello libretto rosso, che forgerà la gioventù cinese, un percorso che verrà assunto nel congresso del PCC del prossimo anno. Di qui il dichiarato impegno politico di Biden al contenimento dell’espansionismo cinese su tutti i fronti e l’accelerazione del ritiro delle proprie truppe ‘boot in the ground’ dai vari quadranti di guerra, dichiarando che “il compito Usa non è ricostruire una nazione ma debellare il terrorismo”, lasciando dietro di se la destabilizzazione dell’intera area di intervento (Iraq, Siria, Libia, Afghanistan).

In Afghanistan la ritirata si è trasformata in rotta disordinata con implicazioni pesanti per tutta l’Alleanza Occidentale, presumibilmente per l’inettitudine e la corruzione del governo Ghani (fuggito), per l’inconsistenza di rappresentatività sociale degli ex, Karzai e Abdullah (arrestati) che hanno partecipato alla trattativa di Doha. Ma anche per le capacità diplomatiche nell’intessere rapporti di scambio dei Taliban con i potenti vicini, Cina e Russia, Pakistan e Iran, nel farsi garanti della lotta al terrorismo jihadista eliminando fisicamente, come lasciapassare, alcuni importanti leader presenti nelle prigioni afghane. Diversi attentati degli jihadisti Isis-K avevano avuto per obiettivo i capi mandamento Taliban, e lo stesso attentato all’aeroporto di Kabul ci mostra quanto feroce sia lo scontro per il potere (il garantirsi agibilità politica e organizzativa) tra le varie componenti islamiche. I talebani non avrebbero ancora tagliato i legami con al-Qaeda, nonostante si siano impegnati a farlo nel loro accordo con gli Stati Uniti. Un rapporto ONU afferma che “le relazioni tra i talebani, in particolare la rete Haqqani e Al-Qaeda, rimangono strette. I talebani si sarebbero consultati regolarmente con Al-Qaeda durante i negoziati con gli Stati Uniti e hanno offerto garanzie che avrebbero onorato i loro legami storici. Allo stesso modo, i talebani hanno anche legami con gruppi terroristici ed estremisti dell’Asia centrale e cinese che sarebbero di stanza in Afghanistan”*.

E’ risaputo che, parallelamente al tavolo di trattativa a Doha, i leader Taliban, con contatti diretti, hanno rassicurato Cina e Russia, Pakistan e Iran di non interferire oltre confine, ma hanno mostrato anche di scalpitare per essere accolti come stato partner effettivo nello SCO (Organizzazione per la cooperazione di Shanghai**). Organismo internazionale di libero scambio, di assistenza anti terrorismo e di cooperazione militare, che unisce ben 18 Stati Euroasiatici, tra fondatori, affiliati, osservatori e partner interessati- dalla Bielorussia India, Kazakistan, Cina, Kirghizistan, Tagikistan, Russia, India, Pakistan, Cambogia Sri Lanka fino all’Armenia e alla Turkia – garantendo di formare così una zona integrata dalle potenzialità globali egemoniche, sotto la conduzione strategica di Xi Jinping e Putin.
Gli Stati Uniti, aldilà della rappresaglia nervosa per onorare i 13 marines morti, tentano la mossa del cavallo bloccando i fondi della Banca centrale afghana, il Fondo monetario internazionale, segue a ruota, sospendendo i suoi fondi per l’Afghanistan vista l’attuale situazione di grande incertezza e tutti sono obbligati a venire a patti, in posizione di debolezza, con gli ex nemici. Ma questo potrebbe portare ad una opportunità in più ai nuovi padroni dell’Afghanistan per accelerare il passaggio – fin’ora bloccato dagli USA – da paese osservatore a membro effettivo dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, congiungendo fattivamente, anche territorialmente, il blocco tra i paesi partecipi allo SCO.
In questa prospettiva, dentro il repentino mutamento degli incerti equilibri internazionali e alla ricerca di una quadro geopolitico di riferimento, si intende meglio il gran lavorio di Draghi, per conto dell’Europa e degli USA, verso i ministri degli esteri russo, cinese e indiano, per dar luogo ad un G20 con il tema specifico del prossimo assetto dell’Afghanistan e dell’intera area medio-estremo orientale.



* https://www.analisidifesa.it/2021/08/il-potenziale-ruolo-della-shanghai-cooperation-organization-in-afghanistan/
** http://eng.sectsco.org/about_sco/


altri documenti utili:
https://iris.unive.it/retrieve/handle/10278/3730883/210272/PI0163.pdf
https://iris.unive.it/retrieve/handle/10278/3730883/210272/PI0163.pdf
https://www.geopolitica.info/lorganizzazione-per-la-cooperazione-di-shangai-come-terreno-per-lo-sviluppo-delle-relazioni-russo-cinesi/

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