AL G20 DI ROMA E AL COP26 DI GLASGOW VA IN SCENA LA FALSA TRANSIZIONE ECOLOGIA di Paolo De Marchi

AL G20 DI ROMA E AL COP26 DI GLASGOW VA IN SCENA LA FALSA TRANSIZIONE ECOLOGIA di Paolo De Marchi

Le transizioni ecologica e digitale nella dominante impostazione neoliberista, ispiratrice dei piani nazionali di realizzazione (per l’Italia il Pnrr), dei programmi comunitari e di quelli dei maggiori Stati capitalistici, non rappresentano un passaggio necessario, da realizzare in tempi brevi, di uscita dalla dipendenza dalle fonti fossili a favore di quelle rinnovabili per fermare l’inquinamento del Pianeta e invertirne il processo. Queste transizioni, secondo i governi e le loro classi dirigenti, devono essere funzionali principalmente al rilancio del sistema capitalistico, colpito nei processi di accumulazione dalla pandemia mantenendo allo stesso tempo inalterate le sue caratteristiche predatorie e estrattive, contribuendo anch’esse al salto in avanti del comando sulla forza-lavoro e dell’estrazione di valore.

Parafrasando Greta Thumberg, con questi presupposti la prossima Conferenza delle Nazioni Unite Cop26 di Glasgow non sarà altro che l’ennesimo appuntamento per un bla-bla-bla tra potenti. Che si tratterà di un ennesimo incontro incocludente per affrontare prioritariamente gli obiettivi di contrasto ai cambiamenti climatici lo confermano le ultime dichiarazioni del segretario generale della Nazioni Unite, Antonio Guterres, lo confermano: “A meno di una settimana dalla Cop26 di Glasgow siamo sulla buona strada per la ctastrofe climatica”.1

Intanto l’estrazione delle risorse fossili e la loro centralità nella produzione, circolazione e finanza mondiale rimarrà tale, così rimarranno inalterate in quanto pilastri per la ripresa del funzionamento del sistema neoliberista tutte le cause che hanno favorito lo scatenamento del covid-19, delle epidemie che si sono susseguite negli ultimi decenni e che seguiranno quella in corso e che hanno reso la terra un pianeta irreversibilmente infetto. 

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Tutti i rapporti scientifici internazionali e gli studi sul deterioramento del pianeta presentano un quadro chiaro e drammatico che sostanzia la necessità di una transizione breve e radicale dall’attuale modello produttivo, distruttivo e predatorio, a uno radicalmente diverso di produzione, comportamenti, stili di vita e di utilizzo delle tecnologie e della ricerca scientifica. L’Agenzia meteorologica dell’ONU, in previsione del Cop26 ha stilato un bollettino della situazione dei gas serra che certifica come, nonostante il rallentamento della produzione causa la pandemia, si sia verificato nel 2020 un loro ulteriore picco di incremento e un tasso annuo di incremento superiore alla media 2011-2020. Nemmeno la riduzione complessiva delle emissioni di CO2 (- 5,6%) dovuta al rallentamento della produzione mondiale ha avuto, quindi, effetti positivi sui livelli atmosferici del gas serra in quanto, dichiarano gli scienziati meteorologi che hanno steso il bollettino, le emissioni si distribuiscono per metà in atmosfera e per l’altra metà negli oceani e negli ecosistemi terrestri e questi ultimi non potranno “agire come pozzi” all’infinito. Per cui gli scienziati avvisano ancora una volta i negoziatori climatici che si riuniranno a Glasgow che le loro politiche sono “molto fuori strada” e che siamo di fronte al rischio concreto di un aumento della temperatura molto superiore agli obiettivi prefissati nell’Accordo di Parigi con conseguenze drammatiche per la vita nel Pianeta.2 Nonostante tali evidenze, il mantra neoliberista della ripresa produttiva e dello sviluppo illimitato procede spedito. 

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In una recente intervista al settimanale L’Espresso, Gael Giraud, ex banchiere diventato gesuita, direttore dell’Enviromental Justice Program della Georgetown University e estensore nel 2013 di un interessante libro dal titolo “La transizione ecologica. La finanza al servizio della nuova frontiera dell’economia”, pur da un punto di osservazione molto diverso da chi scrive, demolisce la retorica nazionale e europea sulla sincerità dell’impegno dei Governi nazionali e dell’UE nel perseguire una reale transizione ecologica.3

Secondo Gael la transizione ecologica dovrebbe poggiare su 4 assi: sostituzione dei combustibili fossili con fonti di energia rinnovabili; rinnovamento termico degli edifici; mobilità verde; trasformazione dell’industria e dell’agricoltura verso modelli meno energivori. Fare questo costa molto: Gael stima per l’Europa un costo di 500 miliardi di euro l’anno e per l’Italia, di 70 miliardi l’anno. Per recuperare ogni anno dal bilancio europeo queste risorse ritiene si debba mettere una tassa carbonio o tassare le transazioni finanziarie o mettere una tassa sul capitale e regolare i paradisi fiscali. Non si dovrebbe, invece, stanziare miliardi a debito per gli Stati membri come ha fatto l’UE. I soldi del fondo Next Generation Eu non dovrebbero essere rimborsabili e si dovrebbe secondo Gael “non computare nel calcolo del 3 per cento di rapporto deficit/pil tutti gli investimenti necessari alla transizione ecologica” e lo si potrebbe fare senza cambiare i trattati.

Gael inoltre evidenzia nell’intervista come “tutti i ministri dell’Ecologia in Europa rallentano invece di accelerare” i provvedimenti per la transizione ecologica e questo perché le banche, comprese quelle italiane, detengono nei loro bilanci molti attivi finanziari legati alle energie fossili. Con uno studio del giugno 2021 sulla situazione di 11 principali banche europee (fra queste anche Unicredit e Intesa Sanpaolo) Gael ha riscontrato da parte di queste il possesso complessivo di 500 miliardi di attivi finanziari legati alle energie fossili (in media per ognuna di esse il 95% dei loro fondi).

Il ruolo della finanza, delle banche in particolare, risulta quindi centrale sia nel sostenere l’attuale produzione basata sulle risorse fossili che nell’influenzare le scelte governative su che tipo di transizione ecologica si voglia operare e con quali tempi di realizzazione. Il supporto finanziario al carbone non è infatti diminuito e si attesta su 100 miliardi di dollari di investimenti a gennaio 2021; lo stesso avviene per il sostegno al comparto del petrolio e del gas, responsabile del 55% delle emissioni globali di CO2 del settore energetico: sono 3.800 i miliardi concessi nel 2016 dalle principali banche mondiali.

Le cento più grandi banche mondiali detengono circa 94.000 miliardi di dollari di asset legati ai combustibili fossili; le principali banche europee detengono 532 miliardi di euro (il 95% del loro patrimonio); Unicredit nel 2020 ha stanziato 5 miliardi di euro per l’esplorazione e la produzione di petrolio e gas proveniente dai nuovi giacimenti Eni, Total e Repsol mentre Intesa Sanpaolo, tra il 2016 e il 2020, ha avuto una esposizione al settore di 44,8 miliardi di euro, permettendo lo sfruttamento delle risorse naturali nel Permian Basin statunitense e nell’Artico; Intesa Sanpaolo è inoltre legata a Sace, agenzia di credito all’esportazione, che tutela i rischi di una parte dell’industria fossile italiana.4

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Se si tiene conto di questo denso coinvolgimento della finanza nella produzione di carbone, gas e petrolio e dell’intreccio di interessi tra sistema bancario, finanziario e l’industria delle fonti fossili si capisce perché il varo della parte del Pnrr riguardante la transizione ecologica sia stato anticipato da una serie di incontri del Ministro con i responsabili dei principali gruppi energetici italiani; si capiscono il richiamo del Ministro Cingolani all’idrogeno blu e al nucleare e l’interesse concreto verso progetti come quello Ccs dell’ENI;5 si capisce, infine, quale somma di interessi sostanzino l’intento esplicito del Governo Draghi per una transizione ecologica al servizio della ripresa della competitività del Paese all’interno della cornice neoliberista.6

La gran parte delle informazioni che vengono fornite e molte delle dichiarazioni ufficiali relative ai dati del disastro ecologico incombente, sui tempi della transizione ecologica, sul grado di sostenibilità del passaggio dalle fonti fossili a quelle rinnovabili, sulle soluzioni di transizione praticabili e persino sulle cause dei vertiginosi aumenti del prezzo del petrolio, del gas e delle bollette energetiche sono infarcite di bugie, raggiri e bufale, per altro lautamente finanziate dalle lobby interessate al mantenimento dello status quo. Gli interessi in campo, abbiamo visto, sono tanti. 

Non deve destare particolare stupore, quindi, la recente denuncia di Greenpeace e Bbc delle forti pressioni esercitate da alcuni Paesi e gruppi industriali nei confronti degli scienziati che, in previsione del prossimo Cop26, devono stilare il rapporto dell’Ipcc – gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico – per annacquarne le conclusioni.7 Secondo Greenpeace e Bbc si tratta di Stati aderenti all’Opec, tra questi, Brasile, Argentina, Australia, Giappone, Arabia Saudita e di organizzazioni come quella dei produttori di petrolio, tutti interessati chi a limitare al massimo provvedimenti e strategie che possano danneggiare l’estrazione, la produzione e la commercializzazione del petrolio, chi la chiusura della produzione di carbone, chi la produzione intensiva di carne e degli alimenti necessari al loro sostentamento nei grandi allevamenti, chi le opportunità energetiche del ritorno alla produzione nucleare (oltre che per scopi civili, concretamente per scopi militari).8

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Su scala europea e nazionale le medesime distorsioni informative riguardano la paventata impossibilità di sostituire le fonti energetiche fossili con le rinnovabili a causa della supposta loro instabilità (il vento che c’è e non c’è; il sole che può essere coperto da nuvole ecc. ecc.) e le vere ragioni dell’aumento dei prezzi delle fonti fossili – gas, petrolio, carbone – e delle bollette, soggette alla speculazione finanziaria. Sarà pur vero come sostiene sul “Foreign Policy” Jason Bordoff, uno dei maggiori esperti statunitensi di politiche energetiche, che la convulsiva ripresa produttiva dalla fase acuta della pandemia da covid-19 ha impennato le richieste e quindi contribuito ad aumentare i prezzi, che il mercato del gas è talmente interconnesso globalmente da subire ogni pressione o operazione dei produttori (vedi la ridotta garanzia di forniture da parte di Gazprom alla UE) ma si tratta di una lettura che glissa sulle concause geopolitiche dell’aumento dei prezzi e, appunto, come detto poc’anzi, sulle speculazioni finanziarie sul mercato energetico.9 Ad esempio, il calo in Europa dei contratti a lungo termine con Gazprom, determinato dalle pressioni USA sull’UE e sui singoli Stati dell’Unione perché contrario alla “dipendenza energetica” dell’Europa dal gas russo, ha favorito gli acquisti sul mercato spot o cash dove le partite di gas si pagano nella giornata a prezzi volatili e decisamente più alti che nei contratti a lungo termine; inoltre questi acquisti sul mercato cash sono maggiormente soggetti alla speculazione di Borsa che sta garantendo a grandi gruppi finanziari profitti enormi. Si tratta di operazioni speculative favorite della guerra commerciale per la sostituzione in Europa del gas russo con quello statunitense, la cui estrazione è, per altro, più inquinante delle forniture attraverso viadotti sotterranei e sottomarini, così come più inquinante e costoso è lo stoccaggio e il trasporto su grandi navi gasiere.10

La paventata insufficienza delle fonti rinnovabili a sostituire da subito quelle fossili completa il quadro delle leggende che favoriscono la rilevante preminenza degli investimenti sulle fonti fossili e sulla loro dipendenza. Con buona pace dei cittadini europei costretti a pagare gli aumenti delle bollette energetiche per i prossimi anni nonostante i tanti buoni propositi dichiarati dai governanti per contenerli o calmierarli (i provvedimenti presi o previsti per limitarne l’impatto sulle famiglie meno abbienti non sono altro che piccoli palliativi, per altro a breve termine, mentre le bollette energetiche, già di molto aumentate durante l’estate, sono destinate a subire ulteriori speculazioni finanziarie sul mercato).

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Come denunciato dal rapporto “Production Gap Report” del 2021 la produzione fossile è in deciso aumento e non potrebbe essere così per Stati che hanno abbracciato in pieno la formula neoliberista: i vantaggi economici dal punto di vista capitalistico sono evidenti. La transizione ecologica, l’intero settore della green economy rappresentano in questo quadro una occasione in più allargare le possibilità di profitto per le imprese, svolgendo, allo stesso tempo, un ruolo di rassicurazione dell’opinione pubblica per interventi di contenuto green, anche se marginali e senza una reale capacità di incidere realmente su processi radicali di cambio di prospettiva.11

Le opportunità, sulla carta positive, fornite dalla transizione ecologica diventano, all’opposto, opportunità per incrementare la produzione e per mantenere la preminenza delle fonti energetiche fossili sulle opzioni rinnovabili con la scusa della loro incapacità di sostituire le fonti fossili; una vera e propria bufala che maschera invece la tendenza in atto di riduzione degli investimenti nelle rinnovabili. La situazione è ben diversa: fotovoltaico e eolico s oprattutto sono in Italia in stallo almeno da 7 anni con tassi di crescita inferiore a 1GW di nuova capacità di installazione all’anno. La realtà nazionale è talmente indietro rispetto all’obiettivo europeo che per raggiungerlo da qui al 2030 bisognerebbe installare ad un ritmo di 7 o 8 GW all’anno per incrementare la potenza complessiva di installazione di 70 GW o giù di lì.

Invece Cingolani favorisce la progettazione di nuove centrali a gas – vedasi il caso della riconversione della centrale a carbone di Civitavecchia12 – e sta predisponendo a favore di questo tipo di impianti incentivi che, invece, andrebbero spostati sulle rinnovabili, sui pompaggi idroelettrici e sugli accumuli elettrochimici di supposto alla produzione energetica da rinnovabili (in specifico energie solari e eoliche).13

Un altro esempio viene dalla diffusione della mobilità elettrica che se, come appare dagli andamenti del mercato, si baserà sulla semplice sostituzione dei veicoli alimentati a benzina, gas, metano con quelli elettrici, mantenendo inalterato il sistema della mobilità, senza quindi favorire il trasporto pubblico e forme alternative di mobilità insieme ad una riduzione dei veicoli in strada, non potrà nè reggere nè risultare una soluzione veramente sostenibile e ecologica. In questa prospettiva si configura soprattutto come una opportunità di rivitalizzazione del settore automobilistico e della componentistica, ovviamente, come stiamo vedendo in Italia e in Europa, attraverso processi “lacrime e sangue” per i/le lavoratori/trici. Non certo un segno di transizione ecologica. Governando in tal modo l’avvento sul mercato di auto, moto e bici e persino monopattini elettrici si forniscono, inoltre, altri argomenti a favore di quanti hanno interesse a mantenere per un tempo (indeterminato?) medio-lungo la compresenza di fonti fossili e rinnovabili con stock di produzione e vendita decisamente a favore delle prime.

Altro esempio ancora più eclatante viene dal fabbisogno energetico delle infrastrutture dei colossi digitali, interlocutori privilegiati delle transizioni digitali nelle singole nazioni. Nella sola Irlanda per effetto del regime fiscale facilitato per le multinazionali e per l’atteggiamento tollerante in particolare nei confronti dei data centres dei colossi digitali sono attualmente in funzione circa 70 mega centri di elaborazione dati e altri 8 sono in costruzione, proprietari in particolare Amazon, Google, la piattaforma Zoom. Il loro scopo è l’assemblaggio dei dati raccolti e la loro elaborazione a fini commerciali. Il loro fabbisogno energivoro è enorme in termini di consumo di energia e di acqua per il raffreddamento dei sistemi e delle batterie sia dei centri operativi che di quelli di riserva, collocati a fianco dei primi e anch’essi sempre in funzione per evitare buchi da blackout energetico. Questa massa di data centres assorbono l’11% del consumo energetico dell’Irlanda e si presume possano presto, visti i piani espansionistici dei colossi digitali nell’isola, raggiungere il 30% del consumo complessivo. La maggior parte del consumo di energia in Irlanda come nel resto del mondo è fornita dalle fonti fossili; inoltre questi centri consumano al giorno mezzo milione di litri d’acqua. Guai a dire che questo dispendio di energia e risorse non produce né occupazione – bastano dai 30 ai 50 dipendenti per la manutenzione e la gestione di uno di questi mega centri – tanto meno servizi essenziali in quanto gestiscono e elaborano dati per scopi commerciali e consumistici privati.14

L’insieme delle tecnologie digitali, la loro pervasività nella mobilità automatizzata, nei servizi robotizzati domestici così come nella sempre più raffinata capacità di elaborazione derivata dalla gestione e interpretazione dei dati (al punto che si parla ormai di connessioni tra macchine e macchine) o attraverso la preponderanza del cloud nella gestione dei dati consuma ormai il 10% dell’elettricità prodotta nel mondo e si calcola possa essere responsabile di quasi il 4% delle emissioni globali di biossido di carbonio, poco meno del doppio di quelle prodotte dal comparto dell’aviazione civile mondiale. Secondo Guillaume Pitron, autore di un approfondito articolo su questo tema pubblicato da Le Monde diplomatique, “l’internet delle cose […] accelera l’attività non umana” a vantaggio sostanzialmente degli interessi delle multinazionali digitali scaricando sul pianeta i costi della loro voracità di risorse energetiche.15 I loro interessi si combinano perfettamente con quelli dei grandi gruppi industriali delle fonti fossili e dei gruppi finanziari e speculativi.

In questo modo la transizione digitale, l’aumento delle operazioni immateriali, l’espansione dell’e-commerce, diventano volano per una maggiore produzione di merci, per una maggiore loro circolazione, per più raffinati sistemi di stoccaggio e logistica, per un aumento delle tecniche di controllo e una intensificazione dei tempi e dei ritmi di lavoro, grazie anche all’aumento della produzione di energia da fonti fossili necessaria a tutte queste funzioni e innovazioni, trovando alleati in questi settori industriali, dati troppo prematuramente per obsoleti, così come in quelli della cosiddetta green economy.

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Di che transizione ecologica ci stanno parlando i nostri governanti se non di una finzione che persegue, attraverso spizzichi di provvedimenti green, il mantenimento dell’impianto neoliberista dominante e il riallineamento del sistema produttivo e finanziario su livelli ancora più alti di profitto del periodo precedente alla pandemia.

A pagarne i costi sarà il Pianeta, le sue risorse naturali e animali e con esse le popolazioni umane e in misura maggiore quelle del sud del mondo.

Denunciarne la falsità è fondamentale come i nuovi movimenti ecologisti e ambientalisti, guidati dalle più giovani generazioni, stanno facendo ma bisogna saperne cogliere la centralità anche nelle lotte sociali e, soprattutto, in quelle sindacali e lavorative e per un nuovo welfare che garantisca reddito e servizi per tutti. La manifestazione che si tiene sabato 30 ottobre a Roma contro il G20 può essere una occasione in tal senso per unire le diverse esperienze di lotta in un obiettivo unificante con al centro la questione e la giustizia ambientale.

 

1 Luca Martinelli “L’Onu: <Procediamo sulla buona strada. Verso la catastrofe” in Il Manifesto del 27/10/2021

2 Il “Production Gap Report” evidenzia come i Governi stiano pianificando un aumento di produzione di combustibili fossili entro il 2030 del 110% in più rispetto al quantitativo di produzione che sarebbe coerente con il raggiugimento dell’obiettivo prefissato nell’Accordo di Parigi di limitazione del riscaldamento globale a 1,5° C. L’”Emission Gap Report” del 2021, che riprende i dati riportati nel precedente rapporto, spiega che allo stato attuale gli sforzi dei singoli Stati porterebbe solo a una riduzione del riscaldamento globale del 7,5% delle emissioni annue di gas serra mentre ci sarebbe bisogno di una riduzione del 55% per limitare l’aumento della temperatura globale sotto il limite fissato a Parigi.

3 L’Espresso n. 44 del 24/10/2021. “Rivoluzione verde vs. finanza” colloquio con Gael Giraud di Stefano Liberti.

4 Per i dati relativi alle banche si veda Simone Ogno “La finanza frena la transizione, mille miliardi di dollari d’investimenti nel fossile”, in Il Manifesto del 02/10/2021.

5 Ccs o carbon capture and storace, cattura e stoccaggio di anidride carbonica è un progetto che punta a catturare il gas serra delle attività industriali nei sottofondi marini. L’ENI è molto coinvolta in questo progetto in corso in Inghilterra nella baia di Liverpool, a Abu Dhabi e al largo di Ravenna in Adriatico. Per ENI si tratta di un progetto strategico, puntando ancora sul gas, visto il suo piano di investimenti quadriennale 2020-2024 che stanzia 24 miliardi per il settore degli idrocarburi di cui il 70% è destinato alle fonti fossili e il 7% a quelle rinnovabili. Il progetto in Adriatico è tra quelli possibilmente finanziati dal Pnrr.

6 Sulla parte del Pnrr riguardante la transizione ecologica rimando ad una dichiarazione del 23/05/2021 del portavoce nazionale dei Verdi Angelo Bonelli che riassume la mancanza della destinazione “ecologica” della “transizione: “Il problema del Pnrr, scritto dal ministro Cingolani per quanto riguarda la parte sulla transizione ecologica è che la transizione non c’è perché si rinuncia a finanziare il trasporto pubblico, i depuratori, le reti idriche che perdono il 41% di acqua potabile e oggi che è la giornata della biodiversità ricordo che il Piano di resilienza destina solo lo 0,8% delle risorse totali. L’avversione del ministro alla mobilità elettrica a cui destina solo 750 milioni di euro e il poco impulso dato alle rinnovabili favorendo invece l’idrogeno alimentato a gas spiega che l’impostazione è nei principi vicina alla transizione ecologica ma nei contenuti assolutamente lontana. […] In più si dice Si al ponte sullo stretto di Messina in un’area ad alto rischio sismico: dovè la transizione ecologica?”. Per una prima valutazione sul Pnrr e in particolare sulla parte riguardante la transizione ecologica rimando al documento “Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza: la ricetta neoliberista per l’uscita dalla crisi pandemica” del 03/06/2021 in www.adlcobas.it.

7 Si vedano sui tentativi di pressione delle lobby inquinanti nei confronti degli scienziati che devono stilare il rapporto dell’Ipcc Luca Martinelli “Una lobby di Paesi inquinatori per <annacquare> la Cop26” e Stella Levantesi “<Climate leaks>: governi e aziende provano a influenzare i documenti sul clima” entrambi in Il Manifesto del 22/10/2021.

8 Sui risvolti dello sviluppo del nucleare militare si veda Manlio Dinucci “Miliardi di euro per <innovare> la Nato nucleare” in Il Manifesto del 26/10/2021

9 L’analisi di Jason Bordoff “Questa crisi è diversa” è possibile leggerla in Internazionale n. 1432 del 28/10/2021.

10 Si veda Manlio Dinucci “Esplodono i prezzi nella battaglia del gas” in Il Manifesto del 12/10/2021.

11 Si veda l’articolo di Luca Martinelli “Aumenta la produzione di carbone e petrolio” in Il Manifesto del 22/10/2021 anch’esso riferito ai dati raccolti dal “Production Gap Report”. Nel Rapporto si rileva come i Governi, piuttosto che agire per una reale e massiccia riduzione delle emissioni, stiano pianificando di produrre entro il 2030 molto più carbone, gas e petrolio (+ 240% carbone, + 57% petrolio, + 71% gas). Il divario di produzione con il 2019 e il 2020 è rimasto sostanzialmente invariato; inoltre il Rapporto riferisce che per quanto riguarda il gas, i Governi stanno pianificando un aumento di produzione almeno sino al 2040. Altro che transizione ecologica verso le fonti rinnovabili!

12 Si veda per il caso della centrale di Civitavecchia e dello scontro tra intento della proprietà ENEL di riconvertire l’impianto a gas contrastato da un movimento popolare per una riconversione da fonti rinnovabili, Mario Agostinelli e Giudo Viale “Dal carbone alle rinnovabili: il caso di Civitavecchia” in https://sbilanciamoci.info/dal-carbone-alle-rinnovabili-il-caso-di-civitavecchia/

13 Daniele Passeri “La transizione ecologica italiana è una chimera” in Extraterrestre, speciale del giovedì del Il Manifesto, 28/10/2021.

14 Si veda per il caso Irlanda il reportage di Giulio Di Basilio “I centri dati e l’energia irlandese” in Il Manifesto del 23/10/2021.

15 Guillaume Pitron “Se il digitale distrugge il pianeta” in Le Monde diplomatique, edizione italiana, ottobre 2021.

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