Viadana – Composad, 271 lavoratori in mobilità, la loro lotta è la lotta di tutt*!

In questa primavera 2017 si è riaperta in maniera violenta la vertenza dei 270 facchini e facchine della Composad di Viadana.

Già lo scorso anno le lavoratrici e i lavoratori della cittadina mantovana, per la maggior parte migranti di lungo periodo, erano stat* protagonist* con con ADL Cobas di una dura battaglia per la regolarità contrattuale e il miglioramento delle condizioni lavorative e retributive. Questa fase s’era conclusa con un risultato molto positivo: applicazione integrale del CCNL e garanzia occupazionale per 24 mesi per tutto il personale anche in caso di cambio di appalto, come formalizzato anche da parte dell’azienda committente negli accordi sottoscritti in Prefettura di Mantova davanti alle istituzioni.

Gli ultimi 8 mesi però sono stati segnati da una continua messa in discussione del portato di quegli importanti accordi con l’ingresso della cooperativa C.L.O. di Milano (soggetto legato a Legacoop Lombardia) nella compagine di gestione dell’appalto, attraverso la costituzione di un’ATI (Associazione temporanea d’impresa). Al tentativo di introdurre una flessibilità estremamente spinta e destrutturare alcuni istituti economici integrativi presenti (indennità mansione e premi risultato) si è accompagnata costantemente la minaccia di riduzione del personale mai dichiarati apertamente ma di fatto quantificati tra le 40 e le 60 persone.
Una pretesa che chiaramente contraddice l’impegno assunto dalla cooperativa Viadana Facchini ma soprattutto garantito dall’azienda Composad nella forma della clausola sociale di salvaguardia occupazionale nel cambio di appalto.

Ad aprile scorso un’ipotesi di accordo siglata dalla sola FILT-CGIL che recepiva di fatto tutte le richieste delle cooperativa veniva respinta con ampissima maggioranza dalle lavoratrici e dai lavoratori. Tutto ciò mentre si apprendeva che era in corso il reclutamento di circa 200 nuovi addetti tramite agenzia di somministrazione lavoro.

Un situazione estremamente tesa che preannunciava la crisi, tanto che il 10 maggio veniva convocato, su richiesta di ADL Cobas, un tavolo istituzionale presso la Prefettura di Mantova per innanzitutto pretendere la riconferma degli accordi del 2016. Tentativo anche questo fallito a causa della posizione di intransigenza sulla questione occupazionale della Legacoop e C.L.O. e dall’atteggiamento di silenzio interessato dell’azienda.

In assenza di alcuna soluzione di medio-lungo periodo, da un lato a partire da sabato 13 maggio veniva unilateralmente modificata l’organizzazione del lavoro con l’istituzione del ciclo continuo 24/7 e conseguente inserimento di interinali; dall’altro, il stesso giorno veniva comunicato dalla cooperativa Viadana Facchini (subordinata all’interno dell’ATI) ai sensi della legge 223/91 l’avvio della procedura di licenziamento collettivo per tutti i 271 addetti in appalto!

Si è quindi delineata una situazione estremamente grave ma anche paradossale: in una fase di eccesso produttivo (tanto da richiedere l’estensione dei turni e l’impiego di personale aggiuntivo) piomba la minaccia del licenziamento di tutti gli operai oltre tutto a poche settimane dalla scadenza dell’appalto al 31 maggio prossimo.

È quindi chiaro l’intento ricattatorio da parte di Composad e cooperative che mirano a riappropriarsi delle legittime conquiste in termini di diritti e dignità strappate nel 2016 da questo coraggioso gruppo di lavoratori e lavoratrici.

La risposta però non si è fatta attendere: dopo aver dichiarato lo stato d’agitazione a tempo indeterminato e intrapreso un forma di lotta dall’interno tramite non collaborazione e rallentamento della produzione, mercoledì 17 maggio ADL Cobas ha proclamato uno sciopero per richiedere l’immediata convocazione di un tavolo di crisi che confermi innanzitutto il mantenimento di tutti i posti di lavoro oltre la data del 31 maggio.
La giornata di sciopero ha avuto un esito eccellente: adesione totale con le linee d’imballaggio fermate per mezza giornata , dato che neanche i lavoratori interinali sono entrati in produzione. Una chiara prova che le minacce non hanno scalfito l’unità e la determinazione dei facchini e delle facchine!

Solo Legacoop, in un goffo tentativo di rompere il fronte di lotta, ha cercato di rovesciare la realtà dichiarando un’adesione “inferiore alla maggioranza del personale”(?!) e attaccando frontalmente ADL Cobas, mentre insieme con il vergognoso appoggio della FILT CGIL proponeva di intraprendere le trattative…. a partire da due giorni prima della scadenza dell’appalto!
Un atteggiamento irresponsabile e provocatorio che però ha dovuto scontrarsi con la realtà, facendo ben presto dietrofront: dopo poche ore infatti è arrivata, come richiesto da ADL Cobas e da tutti i lavoratori, una convocazione urgente del tavolo crisi che si terrà lunedì 22 e dal quale dipenderà il futuro dei lavoratori e lo sviluppo della vertenza.

È chiaro però che la posta in palio non sono “solo” i 271 posti di lavoro e le condizioni contrattuali e lavorative all’interno di Composad. Questa è una battaglia che coinvolge aspetti più generali dal punto di vista sociale e politico-sindacale. Sì perchè le conquiste ottenute con la lotta hanno rappresentato un duro colpo assestato ad un intero sistema tuttora vigente nel basso mantovano e in particolare nel comparto del legno.

ADL Cobas è presente da poco meno di due anni in quel territorio, eppure sono numerosissime le realtà produttive dove siamo intervenuti a partire dalla constatazione delle medesime condizioni: in maniera diffusa gli appalti funzionano come dispositivo di privazione totale o parziale di una serie di garanzie, tutele e diritti e quindi di differenziazione in termini peggiorativi per una fascia di forza lavoro composta per la grandissima parte da cittadini migranti (ma non solo).
Le cooperative sono individuate come il soggetto giusto da utilizzare in quanto possono mettere a disposizione le soluzioni concrete compatibili con le esigenze padronali di ridurre al massimo possibile il costo del lavoro, anche sfruttando il tema della crisi generale e del settore.
Ciò va detto con maggiore chiarezza: la possibilità così generata di sviluppare alte marginalità su un tipo di produzione così a basso valore aggiunto è tutta a carico di questa parte della forza lavoro che è l’ultimo anello della catena produttiva. Uomini e donne spesso e volentieri migranti, spesso inquadrate tramite i contratti collettivi meno onerosi e “di servizio” – CCNL multiservizi, facchinaggio UNICOOP, Logistica Trasporti merci, etc. – anche quando invece svolgono funzioni produttive vere e proprie.

Le conquiste dello scorso anno hanno dunque concretizzato un primo ma importante cambio di rotta: tutti i lavoratori e le lavoratrici, anche se facenti parte di cooperative e anche se operanti presso appalti, meritano il riconoscimento di uguali diritti e dignità in termini di retribuzione, trattamenti contrattuali e condizioni lavorative.
È chiaro che una tale rivendicazione ha tanto più peso se affermata e ottenuta all’interno dell’impresa come Composad, forse la più importante del territorio e soprattutto facente parte di uno dei maggiori gruppi industriali italiani (il Gruppo Mauro Saviola è tra i 350 più ricchi con un fatturato annuo di oltre 500 milioni di euro).
Il che significa che gli effetti di questo percorso di lotta non possono essere limitati solo ed esclusivamente a quell’azienda ma si riverberano anche nel resto del distretto produttivo e del settore, facendo da misura di riferimento del livello di sfruttamento o di rispetto dei diritti possibili.

Ecco perché gli stessi industriali del territorio mantovano sono così restii a riconoscere la legittimità delle rivendicazioni e anzi si sperticano le mani vedendo che una nuova forma di (auto)organizzazione e di prassi sindacale orientata alla difesa dei diritti, della dignità e del reddito dei lavoratori e delle lavoratrici può diffondersi nelle loro reti produttive. Quando leggiamo che i massimi dirigenti di Confindustria Mantova si augurano “che un certo modo di agire non venga preso ad esempio, e che lo stile delle relazioni industriali torni ad essere quello del recente passato [ovvero quello della sudditanza e della compatibilità con gli interessi padronali]” non rimaniamo per nulla stupiti né scossi.

Anzi, ci dice che stiamo agendo nel modo giusto, consci dell’importanza della battaglia e dei rapporti di forza in campo. E con questa consapevolezza dobbiamo continuare a muoverci.

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