Licenziamenti Viadana Facchini/Composad: strappati ingenti risarcimenti economici per i facchini

Il 6 dicembre scorso si è positivamente conclusa presso il Tribunale di Mantova la vertenza legale promossa da ADL Cobas e gli ex lavoratori e lavoratrici della Cooperativa Viadana Facchini, per anni impiegati presso il reparto imballaggio del mobilificio Composad – Gruppo Saviola.
Dopo l’importante vertenza sindacale per la regolare e piena applicazione del Contratto collettivo nazionale, a seguito di anni di irregolarità e sottopagamento, sviluppata nell’inverno 2015-2016,l’appalto era stato affidato all’ATI (Associazione Temporanea d’Impresa) formata dalla stessa Viadana Facchini e soprattutto dalla C.L.O., grossa cooperativa di Milano. Dopo pochi mesi dall’inizio della nuova gestione, insediatasi nel settembre del 2016, prendeva corpo il tentativo della C.L.O., con il sostegno di Legacoop e avvallato pienamente dalla FILT-CGIL di Mantova, dimettere in discussione le recenti conquiste attraverso l’imposizione di accordi peggiorativi per quanto riguardava flessibilità e retribuzione.
Dopo mesi di tensioni e resistenza da parte delle maestranze, per oltre il 60% iscritte all’ADL Cobas, alla fine di Maggio 2017 le cooperative giocavano la carta della fuoriuscita dall’ATI, e dunque dall’appalto, della Cooperativa Viadana Facchini, con conseguente licenziamento collettivo di tutti i 271 addetti. Questa sarebbe stata sostituita dalla cooperativa 3L, creata ex-novo dal laboratorio di Legacoop Lombardia e C.L.O., la quale imponeva per la riassunzione enormi passi indietro sia sul lato contrattuale (perdita di livello d’inquadramento e della anzianità maturata, e condizioni retributive peggiorative), sia sul lato occupazionale (con la riduzione di oltre 70 posti di lavoro sui complessivi 271).
Tutto ciò in palese e spudorata violazione dell’accordo, per giunta firmato in sede prefettizia, raggiunto nel marzo del 2016 a conclusione della suddetta vertenza, nel quale non solo Viadana Facchini si impegnava rispetto all’agognata regolarità contrattuale ma, soprattutto, la committente Composad garantiva formalmente la continuità occupazionale per i successivi 24 mesi, anche in caso di cambio di appalto, per tutti gli addetti, a fronte della rinuncia da parte dei lavoratori e delle lavoratrici di buona parte delle differenze retributive pregresse generate dal mancato rispetto delCCNL.
In nome di questo sacrosanto principio, e nella consapevolezza di come questo cambio appalto mirasse chiaramente ad estromettere chi aveva alzato la testa pretendendo dignità e rispetto sul luogo di lavoro, cominciava oltre un mese di sciopero e picchetti fuori dai cancelli, nella legittima pretesa di veder rispettato quell’accordo.
Un mese passato fuori dai cancelli dello stabilimento con grande intensità e che non ha risparmiato ai facchini numerosi episodi di violenza, sia fisica – intervento delle forze dell’ordine e dei padroni che hanno aizzato i dipendenti diretti contro i facchini precari e per la maggior parte immigrati – sia psicologica: 170 famiglie si sono ritrovate da un momento all’altro, dopo anni di lavoro sfruttato all’interno di Composad, in mezzo ad una strada, additati come “i cattivi” e solo perché richiedevano l’applicazione di quella “clausola di salvaguardia”, diritto conquistato da anni di lotte dei sindacati di base per contrastare la logica dei cambi di appalto.
A niente è servito chiamare in causa il Comune, la Regione o addirittura lo Stato, attraverso la Prefettura. La volontà in tutta questa partita è stata salvaguardare gli interessi capitalistici del Gruppo Saviola, proprietario, oltre a Composad, di altre 12 aziende sul territorio, e più in generale di un sistema territoriale basato sullo sfruttamento, l’esternalizzazione e la frammentazione, anche su base “razziale”, del lavoro.
Eppure non è bastato eliminare fisicamente i lavoratori dall’appalto per chiudere la partita. Da ottobre 2017, come ADL Cobas abbiamo supportato 63 lavoratori e lavoratrici in una causa legale per il riconoscimento delle spettanze inizialmente rinunciate con l’accordo del 2016, affermando questa tesi: dato che l’azienda non ha rispettato la clausola di salvaguardia occupazionale, i lavoratori e le lavoratrici hanno recuperato a pieno titolo il diritto di pretendere tutte le differenze pregresse secondo la mancata applicazione del CCNL Logistica Trasporti Merci dal 2011 al 2016.
La conclusione della vicenda, con la corresponsione in via conciliativa di centinaia di migliaia di euro, pari a oltre il 75% di quanto richiesto, da parte di Composad e di C.L.O., è la dimostrazione della correttezza della battaglia portata avanti in questi anni e il chiaro riconoscimento della legittimità delle settimane di lotta passate fuori dai cancelli dello stabilimento nell’estate del 2017.
Siamo consapevoli che non tutto è stato ripagato, ma anche che è stato necessario l’alleanza tra forze politiche e datoriali, del sindacalismo confederale e istituzionali per mettere in piedi il tentativo di annientamento della lotta sindacale sorta sul territorio mantovano, stroncare una potenziale vertenza territoriale di emancipazione e poter consentire il continuo sfruttamento di uomini e donne all’interno di cantieri, fabbriche e aziende agricole.
Ma le donne e gli uomini che hanno alzato la testa, che si sono uniti, che sono andati contro tutti coloro che li denigravano, che gli dicevano di dover sottostare a paghe da fame, di dover sacrificare quanto gli era dovuto, hanno avuto un grande coraggio, e hanno avuto ragione.
Ora a distanza di più di 2 anni continuiamo a ribadire quello che dicevamo nei caldi pomeriggi di luglio
“lottare per ottenere lavoro libero da sfruttamento e condizioni di vita migliori per tutti e tutte!“

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