L’era Bonomi sul contratto nazionale metalmeccanici. Scioperare sì, ma non per difendere l’esistente di Sergio Bellavita

L’era Bonomi sul contratto nazionale metalmeccanici. Scioperare sì, ma non per difendere l’esistente di Sergio Bellavita

Le segreterie nazionali di Fim Fiom Uilm hanno dichiarato sei ore di sciopero in forma articolata a seguito della rottura delle trattative con federmeccanica. Parrebbe che dopo un anno di discussione tra le parti, sul salario si sia prodotta una distanza incolmabile. È un negoziato assai confuso e ambiguo in verità. La piattaforma, molto ambiziosa, di Fim Fiom Uilm conferma tuttavia il sistema definito nel Ccnl del 2016, ovvero la fine dell’autonomia salariale del contratto a favore di un sistema di adeguamento, del tutto parziale, dei salari all’indicatore Ipca ben al di sotto dell’inflazione reale ( ma anche istat). Eppure viene avanzata una richiesta economica, in verità complessiva, di circa l’8% degli attuali minimi tabellari, cioè una richiesta che esula dai vincoli del Ccnl del 2016.
È evidente che le segreterie Fim Fiom Uilm sono in grandissima difficoltà a spiegare alle lavoratrici ed ai lavoratori che il sistema contrattuale scelto e condiviso assegna loro solo 40 euro di incremento in tre anni. Ricordiamo bene che Bankitalia criticò il Ccnl del 2016, quello della svolta a firma Landini, per il suo carattere depressivo sull’economia in quanto aveva realizzato un blocco dei salari con incrementi al di sotto del costo di un caffè al mese.
A ciò si aggiunge che il rinnovo del contratto dei metalmeccanici si svolge nel pieno di uno scontro tra CGIL CISL UIL e la nuova linea del neo presidente di Confindustria Bonomi.
Uno scontro platealmente sancito dal rinnovo del Contratto degli alimentaristi che ha spaccato il fronte padronale e che il sindacato, in particolare la CGIL, difende ostinatamente.
Purtroppo non si tratta di uno scontro che ha al centro la rottura della gabbia imposta dagli accordi interconfederali allo scopo di dare finalmente libertà di contrattazione ai lavoratori. Appare, fino a prova contraria, uno scontro in cui da una parte confindustria spinge per rivedere le regole a suo favore con l’obbiettivo esplicito di sterilizzare completamente il contratto nazionale e incrementare la variabilità del salario, dall’altra le segreterie nazionali che difendono un modello che ha rappresentato un vero e proprio disastro su salari e condizioni dei lavoratori.
Il fatto che lo sciopero nazionale sia stato fissato per il prossimo 5 novembre testimonia che si vuole lasciare spazio alla contrattazione informale per tentare di ricucire lo strappo.
Tuttavia, tutto ciò premesso, è bene partecipare agli scioperi ed utilizzare questa fase di rottura per denunciare che non ci si può limitare a difendere l’esistente, ma occorre riprendere a costruire una mobilitazione generale del mondo del lavoro che si ponga l’obbiettivo di rompere ogni subordinazione e riconquistare tutto quello che in questo decennio le imprese, con o senza il benestare di CGIL CISL UIL, si sono prese.

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