Prix/Fosser – MaxiDì/Brendolan/Cestaro/Unicomm – Ali’ spa/canella. Razza padrona veneta e lotte operaie meticce

Le riflessioni che qui ci accingiamo a fare riguardano principalmente le lotte dei lavoratori dei magazzini PRIX, MAXI DI e ALI’ che si sono sviluppate negli ultimi mesi e che si sono concluse alla fine di luglio. La motivazione che ci ha spinto a metterle nero su bianco deriva dal fatto che lotte nei magazzini di questi importanti gruppi, hanno evidenziato caratteristiche comuni: ci riferiamo alla gestione della vertenza da parte padronale, al ruolo ricoperto dalle istituzioni nonché al modo in cui la Filt-Cgil, ma anche Cisl e Uil sono intervenuti per garantire la governance aziendale e tentare di liquidare l’esperienza di Adl Cobas.

Di chi stiamo parlando?
PRIX. 1° discount del Triveneto, con circa 150 punti vendita tra Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige e Lombardia; più di 1000 dipendenti; un magazzino a Grisignano di Zocco – provincia di Vicenza – con una ottantina di lavoratori occupati come soci di cooperative che garantiscono la distribuzione in tutti i punti vendita; un giro di affari che si avvicina ai 350 mil. di euro.

MaxiDi e Unicomm. Si tratta di due gruppi molto importanti che fanno capo alle famiglie venete Brendolan e Cestaro, occupano oltre 13.000 addetti ed hanno sviluppato nel 2014 un fatturato di 4,1 mld di euro, con una rete vendita di 1.110 punti vendita tra cui 25 ipermercati, 259 supermercati e ben 64 Cash & Carry. La superficie di vendita supera il 1.000.000 di mq ed è distribuita in dodici regioni, con una quota di mercato nazionale superiore al 4,5%. Nel 2015 Dario Brendolan e Marcello Cestaro presidenti dei due gruppi danno vita a UNIMAX condividendo i piani commerciali e di marketing e avviando un percorso di sinergie logistiche, informatiche e gestionali. Assieme ad ALI’ partecipano al gruppo Selex che mira ad offrire una maggiore qualità a prezzi più competitivi. La distribuzione delle merci viene garantita da alcuni magazzini distribuiti tra varie province del Veneto, uno dei quali si trovava a Montegalda in provincia di Vicenza dove lavoravano un centinaio di facchini, organizzati sempre nella forma della cooperativa. Oggi il cuore della logistica di Maxi Di è a Belfiore, in provincia di Verona, dove attualmente lavorano circa 250 facchini.

Alì Spa di proprietà della famiglia Canella è presente prevalentemente in Veneto e in Emilia Romagna con punti vendita divisi in due canali: Alì Supermercati, negozi di quartiere e superfici fino a 1.500 mq e Alìper con punti vendita tra 2.000 e 5.000 mq, spesso inseriti in contesti più ampi o in veri e propri Centri Commerciali. Ad Aprile 2016 il gruppo Alì ha raggiunto i 108 punti vendita occupando più di 3.200 dipendenti.
Alì nel 2015 aveva in Veneto una quota di mercato che si attestava intorno al 17%. Con la sua presenza capillare nel territorio regionale, ricopre una superficie totale di vendita superiore a 130.000 mq.
Questa società dal 1979 fa parte del gruppo Selex che dal 2001 fa parte a sua volta della centrale d’acquisto ESD Italia. Il fatturato di Alì si aggira attorno al miliardo di euro. Alì, per la distribuzione dei prodotti in tutti i punti vendita, si avvale di due magazzini localizzati a Padova che occupano complessivamente 150 lavoratori, tutti assunti ultimamente da due società e non più da cooperative. Una di queste è una multinazionale americana, che dopo aver firmato il contratto di appalto ha a sua volta subappaltato ad un consorzio che ha dato la gestione dei magazzini ad una SRL.
In questa breve descrizione è condensato il peso economico e politico di queste realtà della Grande Distribuzione Organizzata (GDO) le quali, assieme ad altri grandi operatori del settore, tra cui AIA del gruppo Veronesi di proprietà dell’omonima famiglia veneta, Aspiag (Despar, Interspar, Eurospar), multinazionale del settore, Eurospin, azienda a carattere nazionale, ed altre importanti società, rappresentano, pur se in relativa concorrenza tra di loro, un blocco di potere di grande rilevanza, in grado di condizionare le principali scelte delle amministrazioni comunali e regionali soprattutto sul piano della mobilità e dell’urbanistica. Da questo punto di vista possiamo tranquillamente affermare che buona parte dei piani urbanistici vengono concepiti in funzione di garantire zone attrezzate all’interno delle cinture urbane ed extraurbane atte ad accogliere l’insediamento di centri commerciali e supermercati. Il peso che questi gruppi possono avere a livello politico e anche nel rapporto con i media locali è facile da immaginare.

Il CONTESTO GENERALE NEL QUALE SONO NATE LE TRE VERTENZE
Il punto di partenza è l’uso che è stato fatto e che si continua a fare delle cooperative in questo settore. Il personale impiegato all’interno dei punti vendita è assunto prevalentemente come dipendente, con contratto del commercio, diversamente tutto il personale addetto alla distribuzione all’interno dei magazzini è assunto da cooperative che lavorano con contratti di appalto e applicano il CCNL Trasporto Merci Spedizione e Logistica. E’ importante questa ulteriore premessa, in quanto la forma del rapporto di lavoro, che passa attraverso la cooperativa, ha consentito anche in questo comparto di utilizzare una forza lavoro sostanzialmente privata dei diritti fondamentali previsti da un qualsiasi contratto di lavoro subordinato. Nelle tre realtà che stiamo analizzando, i lavoratori era soggetti ad una flessibilità selvaggia. Prima che si aprisse il ciclo di lotte, non c’era nessun limite all’orario di lavoro, né in termini di straordinari, né di giornate lavorative ridotte. I lavoratori ricevevano una busta paga conglobata, comprensiva di tutti gli istituti contrattuali pagati solo sulla base delle ore lavorate: i periodi di ferie o malattia non venivano corrisposti . I giorni di malattia ed infortunio venivano pagati solo con la percentuale spettante all’INPS, quindi senza il periodo di c.d “carenza” e l’integrazione da parte dell’azienda. Era normale l’utilizzo di voci retributive quali la “trasferta Italia” per pagare il lavoro straordinario ed evadere fisco e INPS. Nei cambi di appalto non era previsto nessun riconoscimento degli scatti di anzianità, mentre i lavoratori vedevano un azzeramento del livello di inquadramento. Ma soprattutto i lavoratori dovevano accettare condizioni di lavoro prive di un qualsiasi minimo di rispetto della dignità.
La condizione di socio lavoratore implica anche l’obbligo di pagare una gabella, a volte anche molto sostanziosa, chiamata quota sociale e consente alla cooperativa la possibilità di escludere il lavoratore dallo status di socio determinando in tal modo indirettamente l’immediato licenziamento.
La composizione di lavoratori dei magazzini di Grisignano – Prix, di Montegalda – Maxi Di e di Padova – Alì, è simile a quella della stragrande maggioranza dei magazzini della logistica, con una presenza massiccia di lavoratori stranieri, provenienti da una infinità di paesi diversi. Il padronato ha per lungo tempo immaginato che questo tipo di forza lavoro, che non aveva conoscenze delle normative esistenti in materia di lavoro, con una scarsa conoscenza della lingua e con profonde differenze culturali, potesse consentirgli di godere più ampi margini di sfruttamento. E ciò è successo realmente per molti anni: il rapporto di lavoro non prevedeva diritti e veniva retribuito non sulla base di un contratto nazionale o aziendale, ma sul più totale arbitrio.
Una situazione che richiamava “l’esercito industriale di riserva” di marxiana memoria. Era infatti normale sentire i padroni di queste cooperative usare come risposta a chi osava lamentarsi delle condizioni di lavoro la seguente frase: “se ti va bene così continui a lavorare, se non ti va, quella è la porta, tanto ce ne sono centinaia fuori di qui disposti a prendere il tuo posto” E ce n’erano effettivamente tanti pronti a lavorare a qualsiasi condizione. Abbiamo memoria del fatto che attorno alle stazioni dei treni arrivavano con i furgoni i nuovi mercanti di schiavi che caricavano le persone che bivaccavano per portarli nei vari magazzini per lavorare a giornata, totalmente in nero, con paghe giornaliere ridicole. Questa situazione ha funzionato per molti anni, grazie anche alle complicità della triplice sindacale che ha sempre assecondato questo odioso sistema di sfruttamento. Tuttavia, dopo molti anni nei quali dalla gestione dei magazzini sono usciti profitti enormi per consorzi, cooperative e committenti vari, ha cominciato a muovere i primi passi un formidabile movimento di lotta che ha posto le basi per un cambiamento sostanziale, sotto tutti i profili del rapporto di lavoro. Se fino a qualche anno fa la frammentazione dovuta alla provenienza nazionale è stata utilizzata come elemento di divisione tra i lavoratori, nel momento in cui è maturata la consapevolezza che l’appartenenza ad una nazionalità o ad un’altra non poteva essere un ostacolo per lottare uniti, si è dato un movimento di lotta la cui caratteristica fondamentale è stata proprio quella del meticciato. Lingue, tradizioni, culture diverse sono diventate così elementi di contorno che sono serviti all’interno dei momenti di scontro, a rendere più gioiosa la lotta stessa. Anche nei momenti più duri ognuno ha cercato di esplicitare la sua appartenenza, facendo ascoltare alternativamente la musica del proprio paese, danzando con i propri ritmi e movenze, facendo diventare le iniziative sindacali dei mosaici colorati, dove alla rabbia si univa la di gioia dello stare insieme in tanti e diversi, uniti dallo stesso obiettivo.
Come sempre accade, sono le condizioni materiali che determinano le relazioni. Nel momento in cui le condizioni materiali sono simili per nigeriani, marocchini, somali, indiani o italiani, uomini o donne, e nel momento in cui viene percepito che è solo il percorso di lotta – la cui condizione indispensabile è quella dell’unità di tutti i lavoratori e lavoratrici – che può portare ad un sostanziale cambiamento della propria condizione di lavoro – dal punto di vista della dignità, delle condizioni economiche e contrattuali – le differenze etniche e di genere spariscono e si produce allo stesso tempo anche un rapido processo di emancipazione culturale. Ancora una volta la lotta diventa il motore, non solo per ottenere concreti miglioramenti delle condizioni materiali, ma anche di produzione di nuova soggettività operaia che è diventata punto di riferimento per altre realtà lavorative e sociali a livello territoriale e nazionale. Il movimento di lotta che è nato, cresciuto e consolidato all’interno del mondo della logistica si è sviluppato a partire da questi presupposti ed ha avuto una propria forza di propagazione derivante dal fatto di essere riuscito ad invertire la cultura della sconfitta – figlia della vecchia composizione di classe – e grazie alla capacità di rendere vincenti le lotte.

CRONACA DI TRE VERTENZE
PRIX/FAMIGLIA FOSSER, MAXI DI/BRENDOLAN, ALI’/CANELLA
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PRIX. Al Prix di Grisignano di Zocco, come Adl Cobas rappresentavamo 54 lavoratori su 70. Dopo aver saputo della volontà della famiglia Fosser di procedere ad un cambio di appalto per la fine di dicembre del 2015, abbiamo avviato un percorso vertenziale per vedere riconosciute, anche gradualmente, nel passaggio di appalto alcune delle conquiste già ottenute in molti altri magazzini, quali il Ticket restaurant, gli istituti contrattuali al 100 %, la malattia e l’infortunio, oltre che il mantenimento dell’anzianità maturata e il livello di inquadramento. A tal fine si era arrivati verso fine dicembre dello scorso anno a mettere in campo un primo momento di sciopero, effettuato solo per chiedere di avere più tempo per discutere delle condizioni del cambio. A fronte di un impegno formale a spostare il cambio al 31 gennaio del 2016, lo sciopero veniva sospeso e si rinviava la discussione a dopo le festività natalizie. Ma in modo del tutto inaspettato, subito dopo le festività veniva annunciato da Prix che a partire dal giorno 15 di gennaio la cooperativa esistente sarebbe stata congedata e per farne subentrare una nuova che non avrebbe assunto nessun lavoratore della cooperativa uscente, ma si sarebbe avvalsa di proprio personale e di altri lavoratori assunti ex novo in base alla nuova normativa prevista dal Jobs Act.. Tutti i 70 lavoratori della cooperativa uscente, da un giorno all’altro, si sarebbero ritrovati senza più lavoro, in quanto il CCNL non obbliga il nuovo appaltatore ad assumere il personale presente nel magazzino, ma indica solo una generica preferenza. Sulla base di questa normativa criminale, i padroni del Prix, si arrogavano il diritto di buttare in mezzo alla strada 70 persone con relative famiglie. Così la mattina di lunedì 18 gennaio 2016, iniziava una storia di solidarietà, dignità e resistenza in risposta a un atto di arroganza che sceglieva di porsi addirittura fuori dalla normativa contrattuale in materia di cambi di appalto. A chi doveva iniziare il proprio turno veniva negato l’accesso e chi invece stava svolgendo il proprio lavoro veniva cacciato fuori senza alcuna spiegazione.
A quel punto iniziava uno scontro che avrebbe messo in luce le caratteristiche più grevi di una razza padrona legata al territorio, abituata a gestire i rapporti di lavoro in modo paternalistico, del tipo che il lavoratore deve sempre essere riconoscente al padrone per il solo fatto che lo fa lavorare. Il gruppo dirigente della società, composto da sei fratelli (i Fosser, “i magnifici 6”), anche negli incontri avuti in Prefettura, ha fatto emergere tutta la propria arroganza. A fronte di una risposta molto determinata messa in atto dai lavoratori, che ha portato a livelli di scontro molto alti, con cariche della polizia, lanci di lacrimogeni ed una vera resistenza da parte dei lavoratori licenziati sostenuti da molti altri lavoratori di altri magazzini, i Fosser hanno coltivato fino in fondo il sogno di poter fare piazza pulita dei “Cobas” e di “sanificare” il magazzino inserendo nuovi schiavi.
Nei lunghissimi ed estenuanti 77 giorni di lotta, tanto è durata la vertenza, tutti gli altri operatori del settore sono stati alla finestra a guardare come sarebbe finita. La posta in gioco era infatti ben chiara a tutti: in caso di sconfitta dei facchini del Prix si sarebbe potuta aprire anche in tutti gli altri magazzini una nuova stagione di messa in discussione delle condizioni di lavoro e della capacità di lotta dei lavoratori. In gioco, infatti, non c’era tanto la sopravvivenza o meno dei Cobas, in gioco c’era la possibilità o meno di riaprire la strada allo sfruttamento bestiale, di ripristinare l’arbitrio più totale da parte dei padroni dei magazzini, la cancellazione della dignità conquistata con le lotte. Da segnalare anche in questo caso il ruolo avuto da CGIL, Cisl e Uil, le quali il giorno 19 gennaio consacravano di fronte alla Assessora al Lavoro della Regione Veneto, la fascista Elena Donazzan, una “santa alleanza”. Con una lettera i committenti con i loro fornitori (Prix, Despar–Aspiag Service, Trasporti Romagna-Mg Service, Alì e Unicomm), la Regione, la Provincia di Padova, Legacoop e Cgil, Cisl e Uil, chiedevano infatti “l’intervento tempestivo delle Prefetture per ripristinare la legalità e l’agibilità dei cantieri” di fronte ad “agitazioni e scioperi non regolari avvenuti nelle più importanti piattaforme di logistica”. Cercavano insomma di risolvere con l’uso della forza le vertenze sindacali. Puntualmente, qualche giorno questa lettera, polizia e carabinieri caricavano brutalmente i lavoratori davanti al Prix. Con le cariche della polizia veniva consacrato l’abbraccio letale tra Regione, Provincia e Prefettura, GDO, forze di polizia e sindacati confederali. Questi ultimi, peraltro, pur rappresentando solo pochissimi lavoratori, sono sempre stati chiamati ai tavoli istituzionali a svolgere il ruolo di ruffiani alla corte del re.
Nella lotta del Prix, si è saputo rispondere colpo su colpo alle provocazioni del padrone, della triplice e della polizia. Nonostante la sproporzione di forze in campo, la lotta si è chiusa con una importante vittoria per i lavoratori e per Adl Cobas. Infatti, è stato ottenuto ciò che avevamo sempre chiesto; e cioè che se c’erano lavoratori disposti ad accettare volontariamente un incentivo all’esodo questa opzione poteva essere perseguita, mentre tutti i lavoratori che ritenevano di continuare il rapporto lavorativo all’interno di Prix avrebbero dovuto avere la possibilità di farlo alle stesse condizioni preesistenti e senza l’applicazione del Jobs act.
La vertenza si è conclusa con 24 lavoratori che hanno scelto il reddito, nella forma dell’incentivo all’esodo e 28 lavoratori che invece hanno deciso di rientrare al lavoro. La rivendicazione di reddito o lavoro è un punto molto importante in queste vertenze, nel senso che si è aperto un dibattito vero tra i lavoratori che in alcuni casi hanno intravisto nella fuoriuscita dalle condizioni pesanti del lavoro di facchino una opportunità per intraprendere nuove strade.
Ogni passaggio, ogni mossa dell’avversario, è sempre stata discussa nelle assemblee ed il principio che ha saputo produrre i risultati voluti è sempre stato quello che nessuno doveva essere obbligato, o a prendere l’incentivo o a lavorare. Certo, in questa vertenza, così come in quella di Alì e di Maxi Di, non è stato facile mantenere i nervi saldi a fronte dei continui voltafaccia della controparte, al dover discutere di una soluzione condivisa il giorno prima e smentita il giorno dopo. Molto probabilmente, sia per quanto ha riguardato il Prix, ma anche nelle altre due vertenze il cambiare le carte in tavola faceva parte, da un lato di una banale mancanza di una strategia chiara, dall’altro di un tentativo di creare scompiglio e divisione tra i lavoratori nella speranza di incrinarne la compattezza. Il tutto condito era poi condito da una mentalità “da bottega” che spesso creava sconcerto non solo tra i lavoratori, ma anche tra gli stessi avvocati e consulenti che assistevano i Fosser. Un aneddoto rende bene il modo di concepire le trattative da parte di questi signori: una mattina, dopo trattative estenuanti, uno dei fratelli Fosser dopo avere consultato gli altri fratelli rientrava nella stanza della riunione con in mano una carta da formaggio nella quale vi era scritto a mano, in perfetto stile discount, “ULTIMA OFFERTA VALIDA SOLO PER OGGI : 400.000 € PER TUTTI”. In questa frase scritta nella carta del loro lavoro è condensata, più che in qualsiasi altro fatto, la filosofia degli uomini che abbiamo avuto come controparti: i lavoratori concepiti come clienti, o come fornitori, e nemmeno di una moderna rete di vendita, ma del vecchio “casolino” dei tempi che furono.

LA LOTTA AL MAGAZZINO MAXI-DI’ DI MONTEGALDA
Maxi Di vuol dire parlare di Dario Brendolan e Marcello Cestaro, due uomini che sommano insieme circa 160 anni e che hanno sempre gestito le loro aziende, avviate quasi dal nulla molti anni fa, con piglio decisionista e paternalistico. Va tenuto presente che per quanto riguarda Maxi Di e Unicomm la gestione non solo dei magazzini, ma anche del trasporto è affidata al Consorzio Systema che, attraverso le sue cooperative e la società Romagna garantisce tutta la logistica. Nel conflitto che si è aperto attorno al trasferimento del magazzino da Montegalda a Belfiore i soggetti in campo oltre a Maxi-Dì erano quindi il consorzio Systema e la cooperativa MG che gestiva i magazzini di Montegalda (Maxi Di), di San Pietro in Gù e Due Ville (Unicomm).
Il contenzioso qui era legato al progetto di Brendolan di trasferire il magazzino da Montegalda, dove erano occupati un centinaio di lavoratori, in quello già operativo di Belfiore, vicino a Verona, dove, per ragioni logistiche e organizzative doveva si voleva concentrare tutta la movimentazione. A Montegalda la presenza di Adl Cobas era di una quarantina di iscritti, poi c’erano una quindicina di iscritti alla Cgil. La buona parte dei non iscritti ai sindacati, rientravano nel controllo mafioso di un “caporale” indiano che gestiva questi (e molti altri) lavoratori garantendo loro, in cambio di importanti somme di denaro, il trasferimento dall’India e la loro collocazione lavorativa ed abitativa. Le poche chiacchiere che hanno scalfito il muro di omertà, ci parlano di appartamenti con un solo bagno nei quali sarebbero stipati fino a 25 indiani ai quali verrebbe richiesto per l’affitto e il pasto circa 350 euro al mese.
Come Adl avevamo chiesto a Maxi Dì e a Systema di mettere sul tavolo proposte chiare, volte o a garantire un posto di lavoro, o a alargire su base volontaria una congrua buonuscita. Qui si sono aperti tre piani differenziati di trattativa e azione: il primo vedeva la triplice tentare in tutti i modi di rivendicare il “diritto”, in quanto sindacati maggiormente rappresentativi a livello nazionale e firmatari del CCNL, di sottoscrivere accordi senza la presenza di Adl Cobas; il secondo partiva dalla consapevolezza di Systema/MG che firmando un accordo senza il consenso del sindacato maggiormente rappresentativo in azienda, cioè ADL Cobas, difficilmente si sarebbe riusciti a farlo passare ; il terzo piano prevedeva una precisa intenzione da parte di Maxi Di/ Systema di agire fuori da qualsiasi vincolo, creando il fatto compiuto, per evitare interferenze di qualsiasi tipo.
Una partita a quattro, dove in realtà il “gioco” veniva condotto prevalentemente da Brendolan in persona, con Systema/MG a fare la parte del fedele scudiero e la Filt CGIL come cavallo di Troia per incrinare lo schieramento nemico. A partire dal mese di marzo iniziavano le consultazioni in modo separato con il Consorzio Systema per affrontare l’imminente trasferimento del magazzino, previsto per fine giugno. Fin dai primi incontri, da parte nostra veniva chiaramente esplicitato che esistevano tutte le condizioni per ricollocare tutti i lavoratori a Belfiore o in altri magazzini gestiti sempre da Systema per conto di Brendolan, Cestaro e anche altri committenti tra Padova e Vicenza, In ultima istanza, qualora non ci fosse stata la volontà di ricollocare tutti i lavoratori dalle assemblee dei lavoratori era emerso il fatto che a fronte di un congruo indennizzo, vi potevano essere lavoratori disponibili a rinunciare al trasferimento e a scegliere altre strade.
Dopo vari incontri veniva presentato da Systema un piano che prevedeva la ricollocazione di una settantina di lavoratori sui cento presenti a Montegalda, indicando alcuni siti tra Verona, Vicenza e Padova nonché l’avvio del Fondo di Integrazione Salariale per quei lavoratori che non avessero trovato una ricollocazione immediata ed una generica disponibilità a mettere a disposizione una determinata somma per chi eventualmente si fosse reso disponibile a rinunciare al posto di lavoro. Tutto questo avveniva in un contesto di incontri ufficiali e non, gestiti da uno studio di avvocati di Padova, i quali si sono ritrovati a gestire una trattativa che rispondeva a logiche schizofreniche e furbesche. Nel delicato passaggio della chiusura di Montegalda in funzione del trasferimento a Belfiore, il chiodo fisso di Brendolan e Cestaro era quello di non “aggravare” le situazioni di Belfiore, San Pietro in Gù, Due Ville con l’arrivo di nuovi iscritti ad Adl Cobas. La novità, infatti della situazione era che, a partire dal mese di aprile, a Belfiore si erano iscritti 95 lavoratori ad Adl Cobas. Negli altri siti invece, specie a san Pietro in Gù e a Due Ville la nostra presenza era già molto significativa. In questo contesto, mentre da parte nostra venivano ribaditi i punti cardine della nostra proposta, consistenti nel pretendere che per i trasferimenti nei siti messi a disposizione l’unico criterio di assegnazione fosse quello dell’anzianità di magazzino e che in presenza di una offerta economica congrua, potevano esserci lavoratori disponibili a rinunciare al posto di lavoro, da parte di Filt-Cgil si arrivava a firmare un accordo in Provincia a Vicenza – ripetiamo rappresentando non più di 15 lavoratori – nel quale si prevedeva l’apertura di una procedura di mobilità da parte di MG Service (la coop che gestiva l’impianto di Montegalda) per riduzione di personale, la messa in FIS (fondo integrazione salariale) di quei lavoratori che non avessero avuto una ricollocazione immediata e la previsione di un incentivo all’esodo al termine dei 6 mesi di Fis, in caso ci mancata ricollocazione di 11.000 euro. Nell’accordo venivano indicate le opportunità lavorative nei siti di cui sopra per una settantina di posti di lavoro con relativi indennizzi per i trasferimenti, ma soprattutto, diversamente da quanto avevamo concordato in un precedente incontro congiunto in Prefettura, nel quale si era convenuto che l’unico criterio per l’assegnazione dei posti di lavoro era quello dell’anzianità di magazzino, con grande sorpresa, veniva indicato un ulteriore criterio. E’ bene qui riportare di seguito l’intero paragrafo perché rende bene l’idea di quello che sono diventati la Cgil e gli altri sindacati. Con il nostro criterio si stabiliva che per ogni sei mesi di anzianità di magazzino veniva assegnato 1 punto: quindi un lavoratore con 10 anni di anzianità avrebbe totalizzato 20 punti. Nel secondo criterio si stabiliva invece quanto segue “ valutazione della società sul profilo professionale del singolo lavoratore e sulla coerenza tra le sue competenze e quelle richieste dalle posizioni di lavoro disponibili, tenendo conto delle specificità e quindi delle esigenze tecnico-organizzative di ciascun cantiere; il punteggio massimo attribuibile per questo secondo criterio è pari a + 10 punti nel caso di massima coerenza tra caratteristiche del lavoratore ed esigenze aziendali di cantiere e a – 10 punti nel caso di mancanza di coerenza.” Tradotto, con questo secondo criterio si annullava quello precedente dell’anzianità e si lasciava totale libertà alla società di togliere o aggiungere 10 punti ai fini di stabilire la graduatoria che avrebbe dato diritto al trasferimento. In altre parole la Filt-CGIL, in perfetta sintonia con Brendolan e Systema, aveva trovato il modo per eliminare tutti i nostri iscritti. CHE TROVATA GENIALE!
Chiaro che una provocazione del genere non poteva di certo essere accettata. Il giorno 4 giugno durante una assemblea con tutti i lavoratori alla presenza anche di Systema/MG assistiti dal loro avvocato, nonché dei rappresentanti di CGIL, veniva smascherata l’infida operazione messa in atto contro ADL Cobas. L’assemblea durava molto poco e si decideva di bloccare immediatamente i cancelli del magazzino, chiedendo la cancellazione del criterio dell’arbitrio e il rispetto di quanto era stato concordato in precedenza. Al quel punto, veniva subito sottoscritto dal responsabile di Systema, Simone Romagna, un nuova dichiarazione nella quale si impegnava a non considerare valido il criterio dell’arbitrio al fine della ricollocazione lavorativa e a mantenere in essere come unico criterio quello dell’anzianità. Lunedì 6 giugno il suddetto impegno veniva formalizzato in un vero e proprio accordo e dopo pochi giorni veniva effettivamente stilata una graduatoria che teneva conto esclusivamente dell’anzianità di magazzino. Contemporaneamente Systema metteva a disposizione un certo importo per chi volontariamente avesse deciso di rinunciare al lavoro accettando una forma di risarcimento per il danno subito. In questa situazione una ventina di lavoratori nostri iscritti erano disposti ad accettare il riconoscimento del danno, mentre i restanti 20 confermavano la volontà di andare a lavorare sulla base della graduatoria concordata. Ciononostante, al momento di procedere alla assegnazione dei posti di lavoro concordati, Systema contraddicendo se stessa cominciava “a fare storie” e a proporre soluzioni lavorative, tipo rientrare provvisoriamente a Montegalda, sostenendo che in futuro Brendolan avrebbe garantito il lavoro anche a Montegalda. In realtà erano gli stessi Brendolan e Cestaro che avevano posto un veto a Systema nel far entrare altri Cobas nei loro magazzini. A fronte di una ulteriore provocazione l’assemblea dei lavoratori decideva di andare a bloccare direttamente il magazzino di Belfiore dove nel frattempo, senza rispettare gli accordi presi, erano già stati inseriti lavoratori governati dal caporale indiano. Dopo 6 ore di blocco del magazzino si arrivava ad un primo accordo con il quale i primi 6 lavoratori iscritti ai Cobas che rientravano nella graduatoria concordata, sarebbero entrati dal giorno seguente al lavoro a Due Ville, a San Pietro in Gù e a Padova da Pittarello. Era una prima importante vittoria costruita con la determinazione di questo gruppo di lavoratori che non voleva accettare che venissero messe in atto discriminazioni sulla base della appartenenza sindacale. Nei giorni successivi, mentre effettivamente questi lavoratori entravano al lavoro, la mente perversa di Brendolan arrivava a formulare una ulteriore proposta finalizzata a non far entrare altri nostri iscritti nei vari magazzini. Nella sostanza veniva avanzata una proposta sul piano del risarcimento del danno dovuto per la discriminazione subita, che induceva tutti gli altri 35 lavoratori iscritti ad ADL Cobas ad accettare un cospicuo risarcimento che, sommato alla Naspi, poteva consentire altre scelte di vita.
Alla fine di questa ulteriore estenuante battaglia si è riconfermata l’impostazione che abbiamo dato a queste vertenze, all’interno delle quali, per primi i lavoratori, non si pongono in termini ideologici. Di fronte alla scelta tra lavoro o reddito, i lavoratori molto pragmaticamente decidono sulla base di ragionamenti concreti e di prospettiva. Il punto fondamentale è che, anche in questo caso, nessuno è stato obbligato ad optare per una opzione o per un’altra: la vertenza si è chiusa infatti solo quando per tutti era stata trovata una soluzione condivisa ed è stata vissuta da tutti come una grande vittoria.

LA LOTTA IN ALI’ IN OCCASIONE DEL CAMBIO DI APPALTO.
La vertenza ALI’ nasce invece dalla intenzione di Francesco Canella – che nonostante i suoi 83 anni continua ad essere il vero capo dell’azienda – di effettuare un cambio di appalto. La motivazione di questo cambio di appalto nasce da una situazione che si trascinava da parecchio tempo e che aveva portato a forti momenti di iniziativa di lotta con i fornitori che operavano all’interno dei due magazzini dai quali partono tutti i giorni i prodotti destinati al centinaio e passa punti vendita di ALI’ Spa. Nei due magazzini i lavoratori occupati complessivamente sono oltre 200 suddivisi fino a qualche mese fa in tre cooperative, la prime due PLP Soc. Coop. e Coopla Soc. Coop, facenti capo al consorzio Coselog con circa 130 lavoratori e la terza, Life Soc. Coop. con circa 70. In PLP come Adl Cobas abbiamo una settantina di iscritti e in Life una quarantina. Gli altri sindacati complessivamente arrivano a mala pena ad una quarantina di iscritti. Con entrambe le cooperative vi erano stati vari contenziosi volti a regolarizzare il rapporto di lavoro, nel senso che, nel primo caso, veniva applicato il contratto UNCI e nel secondo veniva applicato in modo scorretto il CCNL Logistica Trasporto Merci e Spedizione. Si erano avviate due distinte vertenze con forti iniziative di lotta che avevano portato ad ottenere, per PLP l’applicazione del CCNL Trasporto Merci, ed una prima transazione economica per le differenze retributive, mentre per Life si era arrivati ugualmente a transare per le differenze retributive riscontrate e si erano ottenuti per tutti i lavoratori quei miglioramenti già presenti in altri magazzini, tra cui il ticket restaurant, le integrazioni per malattia ed infortunio, ecc. Nel corso dell’ultimo anno, con Life si era arrivati anche ad un ulteriore passaggio che avrebbe portato alla assunzione di tutti i lavoratori non più come soci ma come lavoratori subordinati. Mentre con PLP rimaneva aperto un contenzioso su differenze retributive relative agli ultimi tre anni nei quali era stato applicato il contratto UNCI e rimanevano aperte le questione del cambiamento da soci lavoratori a dipendenti e la richiesta ad Alì di sottoscrivere una clausola di garanzia in caso di cambio di appalto. Sulla questione delle differenze retributive si era creata una situazione molto complicata in quanto, da una parte avevamo pendente una causa in tribunale sulla base di conteggi fatti da noi e, contemporaneamente vi era stato un intervento della DTL di Padova che aveva già emesso “Diffide Accertative” nei confronti di PLP/Coselog con importi nettamente inferiori ai nostri conteggi. E, mentre la decisione dei lavoratori nostri iscritti, in riferimento alle diffide è stata quella di comunicare a Coselog/Plp che per chiudere il contenzioso aperto in Tribunale, la condizione era quello di corrispondere il 100 % delle Diffide Accertative, la CISL, presente in magazzino con una ventina di lavoratori firmava delle conciliazioni per i propri assistiti al 75 % del valore delle stesse. In questo contesto, maturava nella famiglia Canella la decisione di togliere l’appalto al consorzio Coselog, presente prevalentemente nel territorio padovano e veneto, per affidarsi ad una multinazionale della logistica. Alla fine del mese di febbraio 2016 Alì comunicava a Coselog la decisione di disdire il contratto di appalto in essere per stipulare un nuovo contratto con XPO, multinazionale americana, la quale avrebbe affidato la gestione del magazzino al consorzio ARV che, a sua volta, avrebbe incaricato una sua consorziata, Rapida srl, a gestire operativamente il magazzino per la parte di competenza di PLP. Nelle settimane successive ALI’ informava formalmente anche ADL Cobas della decisione presa e rilasciava dichiarazioni tranquillizzanti, lasciando ad intendere che avrebbe voluto trattare tutte le questioni rimaste aperte anche con noi, al fine di evitare nuovi conflitti. Ma le parole sono parole e i fatti sono fatti, così tra il mese di aprile e fine maggio si apriva una fase di scontro dovuta agli ormai consueti tentativi da parte della triplice di provare a mettere fuori gioco Adl Cobas usando i presunti obblighi formali. Il 2 maggio veniva firmato un accordo tra Coselog, XPO, PLP Servizi, Coopla Soc. Coop, Rapida Srl, Consorzio ARV, ALI’ Spa e Cgil, Cisl e Uil, nel quale tra le varie clausole che prevedevano le assunzioni da effettuare da parte di Rapida ve ne era una che prevedeva che la stessa avrebbe assunto esclusivamente quei lavoratori che avessero sottoscritto con Ali’ Spa accordi transattivi a tacitazione di qualsivoglia pretesa di natura retributiva, indennitaria e risarcitoria per l’intercorso rapporto di appalto e di lavoro e socio con le cooperative PLP e Coopla. Ancora una volta, senza fare i conti con l’oste, la triplice con tutte le società firmatarie dell’accordo, indirizzate ovviamente dal Sig. Canella si arrogavano il diritto di firmare un accordo nel quale veniva esplicitamente concordato che chi non avesse firmato un accordo transattivo sul pregresso non sarebbe stato assunto da Rapida, ben sapendo che tutti i nostri iscritti non avrebbero firmato alcun accordo transattivo, se non alle condizioni richieste, ma non accettate da Alì e da Coselog. Quindi, sulla base di questo accordo, la maggioranza dei lavoratori presenti nel magazzino soci di PLP non avrebbe avuto il diritto di essere assunta da Rapida. Come si dice “il diavolo fa le pentole ma non i coperchi”, ed in questo caso i vari “diavoli” non solo non avevano fatto i coperchi, ma anche in quanto a pentole erano messi abbastanza male, tant’è che subito dopo la firma di questo infame accordo e a fronte della proclamazione immediata dello stato di agitazione, XPO, Arv e Rapida ci contattavano per dirci di stare tranquilli, in quanto avremmo avuto subito un incontro, in presenza anche degli avvocati che rappresentavano Alì, per sottoscrivere un nuovo accordo che garantisse l’assunzione di tutti i lavoratori, a prescindere dalla firma dell’accordo transattivo. Ma, oltre alla questione della assunzione di tutti i lavoratori presenti nel magazzino, alle stesse condizioni contrattuali e retributive, con mantenimento dell’anzianità di magazzino, senza periodo di prova, mantenendo anche le tutele previste dall’art. 18, avevamo anche posto la questione di pretendere da parte di ALI’ la firma della “Clausola Sociale” (garanzia di passaggio di tutti i lavoratori in caso di cambio di appalto) e la chiusura della vertenza economica per le differenze retributive rivendicate al 100 % delle Diffide Accertative e non al 75%. Ad un certo momento sembrava che Alì avesse accettato entrambe le richieste, ma con il passare dei giorni e con l’avvicinarsi del 30 maggio, ultimo giorno dell’appalto con Coselog, il Sig. Canella, consigliato probabilmente da qualche altro padrone della GDO e forse anche da qualche sindacalista della triplice, faceva sapere che aveva cambiato idea e che non era più disponibile a firmare la Clausola Sociale e neppure a chiudere il contenzioso economico, sbugiardando i suoi stessi avvocati che si erano impegnati a garantire un accordo che prevedesse Clausola Sociale e chiusura del contenzioso economico. Si era reso conto, evidentemente, che cedere su questi ultimi due punti, dopo aver smentito clamorosamente l’accordo firmato da lui stesso e accettando l’assunzione di tutti i lavoratori in virtù di un accordo separato firmato da ARV, Rapida con Adl Cobas, sarebbe equivalso ad aprire un enorme varco per tutti gli altri concorrenti/alleati della GDO. Questo voltafaccia di Canella fa ben capire quale fosse, e quale è, la posta in gioco legata ai cambi di appalto e al fatto di accettare di chiudere vertenze economiche garantendo agli iscritti ad Adl Cobas importi superiori di quelli riconosciuti ad altri sindacati per le medesime questioni. A quel punto, dopo una estenuante trattativa, piena anche in questo caso di vari colpi di scena, l’assemblea dei lavoratori decideva di procedere con la sottoscrizione di un accordo, siglato in data 25 maggio, che garantiva il passaggio di tutti i lavoratori con tutte le garanzie già descritte e con il riconoscimento pieno dei diritti sindacali previsti dalla legge 300/70 e dal CCNL, rinviando le altre due questioni a dopo l’assunzione con Rapida Srl. Il 25 maggio veniva quindi sottoscritto un verbale di accordo tra ARV, Rapida e Adl Cobas che garantiva, in netto contrasto con quanto sottoscritto dalla triplice il passaggio di tutti i lavoratori iscritti ad Adl Cobas, anche senza avere firmato i verbali di conciliazione per il pregresso. Dal primo di giugno tutti i lavoratori entravano al lavoro alle condizioni rivendicate.
CONCLUSIONI
Abbiamo ritenuto importante ricostruire a grandi linee queste tre vertenze, in quanto pensiamo che siano molto esemplificative di un sistema di relazioni tra istituzioni e apparati statali, nuovi centri di potere economico divenuti nel corso degli anni centrali nell’assetto capitalistico – leggi Grande Distribuzione Organizzata (GDO) – e sindacati confederali, CGIL, CISL e UIL. Questo nuovo sistema di relazioni va a rappresentarsi come una nuova forma di organizzazione neocorporativa all’interno della quale la condizione indispensabile per garantire una adeguata estrazione di plusvalore è quella della cancellazione del conflitto. Da questo punto di vista il ruolo del sindacato diventa parte indispensabile del progetto stesso.
Per raggiungere questo obiettivo, la GDO in veneto si deve avvalere di avvocati e consulenti ben foraggiati che hanno il compito di concertare con CGIL CISL e UIL le condizioni dello sfruttamento, subordinando interamente gli interessi di parte operaia a quelli del profitto. Per le caratteristiche di questa “razza padrona Veneta”, i “grandi vecchi” padroni dei vari gruppi, non sono mai in prima persona a gestire le trattative: tranne nella prima fase della vertenza PRIX, dove erano intervenuti direttamente i Fosser, in questa e nelle altre vertenze sono sempre stati incaricati della trattativa avvocati e consulenti. Questo ha comportato che ogni decisione presa in sede di incontri poteva sempre essere oggetto di modifiche, proprio perché chi trattava doveva poi andare a ridiscutere con la proprietà le proposte uscite dagli incontri. E’ successo con i Fosser, è successo con Canella ed è successo con Brendolan. Perfino gli stessi avvocati e consulenti chiamati a trattare si sono trovati molto spesso letteralmente spiazzati dai repentini cambiamenti di proposte che, giorno per giorno, erano soggette a rivisitazioni. Personaggi curiosi questi Fosser, Brendolan/Cestaro e Canella, cresciuti molto probabilmente in un mondo nel quale gli accordi si facevano con uno sputo e con una stretta di mano. Per loro, già concepire il sindacato risulta molto complicato e difficile, figuriamoci, avere a che fare con i Cobas. La difficoltà quindi nella costruzione della lotta e della trattativa è nata dalle caratteristiche di questi personaggi, il cui comportamento ha più a che fare con la filosofia di quel sottobosco di figure del mondo del commercio che vivono di piccole truffe, inganni, sotterfugi. E’ così molto probabilmente che hanno costruito il loro impero, conservando fino in fondo memoria della loro origine. Non accumuli un impero di quel tipo se non sei scaltro, se non sai districarti in un mondo dove legalità ed illegalità contano poco o niente, ma conta solo saper cogliere il momento nel quale va fatta una operazione piuttosto che un’altra, legale o meno, poco importa. Per questo si sono trovati spiazzati dal nostro modo di fare, non lo avevano messo nel conto e come non si capacitavano del fatto che la polizia non intervenissa immediatamente per risolvere il problema. Siamo arrivati al punto che sulla base delle indicazioni di questi signori, sono state redatte bozze di accordi da sottoscrivere il giorno dopo , che la mattina successiva erano già carta straccia perché tutto era stato rimesso in discussione. E’ successo per Prix, Maxi Di e Alì, con modalità molto simili, anche perché, molto probabilmente, al di là della concorrenza esistente tra una catena ed un’altra, poi convergono e si compattano nella percezione della “gravità” delle azioni del comune nemico. E’ chiaro comunque che le lotte messe in atto in questi magazzini ed i risultati ottenuti hanno profondamente cambiato anche l’approccio di questa composizione padronale con i conflitti e con le forme di autoorganizzazione che si sono date.
RUOLO DELLE ISTITUZIONI
Il paradosso che si è prodotto in questi conflitti, così come in molti altri avvenuti nel mondo della logistica è che chi tenta di svolgere il principale ruolo di mediazione sono le forze di polizia…al meno fino a quando, ovviamente, non ricevono l’ordine perentorio di intervenire militarmente. Digos e Carabinieri, misurandosi direttamente con la realtà vera, delle persone in carne ed ossa che si mettono in gioco per conquistare condizioni di lavoro più dignitose, si ritrovano a svolgere un ruolo che non gli compete assolutamente, ma che devono assolvere nel vuoto assoluto delle istituzioni preposte ad un ruolo di mediazione, quali possono essere le associazioni di categoria. E’ sicuramente un paradosso, ma è la realtà: spesso infatti è accaduto che i poliziotti, costretti a presenziare durante presidi e scioperi a stretto contatto con i lavoratori, venendo al corrente delle incontestabili motivazioni che avevano portato alla lotta, si adoperassero attraverso le Questure e i Comandi dei Carabinieri a contattare le Prefetture per ricercare soluzioni sindacali alla vertenza, cercando il più possibile di evitare l’uso della forza che veniva, invece, insistentemente richiesta da parte padronale.
Le tre vertenze sono state caratterizzate da una frequentazione spropositata di Prefetture e Provincie, con tavoli che vedevano di volta in volta la presenza, oltre che dei Prefetti e dei delegati provinciali al lavoro, delle forze di polizia, dei sindaci e di varie OO.SS., invitate anche quando la loro effettiva rappresentanza all’interno del posto di lavoro era pari a zero. Gli atteggiamenti che abbiamo trovato a livello istituzionale erano sempre indirizzati a neutralizzare le iniziative di lotta, evitando molto spesso di prendere una posizione chiara anche a fronte di denunce di gravi violazioni di legge. Nelle vertenze con il Prix, con Maxi Di e con Alì, abbiamo visto come da un lato le istituzioni si sono rapportate prevalentemente in modo subalterno rispetto a ciò che la GDO rappresenta in termini di potere economico e politico nel territorio del Veneto e come, dall’altro, il non prendere una posizione chiara rispetto alle sacrosante lotte dei lavoratori rientrasse nella necessità di mantenere, assieme a CGIL, CISL e UIl, quell’equilibrio di poteri che va a definire questa nuova forma di neocorporativismo.
RUOLO DELLA TRIPLICE SINDACALE .
Abbiamo già abbondantemente illustrato, all’interno delle varie vertenze, ciò che CGIL, CISL e UIL hanno fatto. Molto sinteticamente, a conclusione di queste riflessioni vogliamo solo aggiungere che il ruolo che si sono assunte le tre sigle sindacali è andato ormai ben oltre a quello che, fino a non molto tempo fa, poteva essere definito come inclinazione alla subalternità all’impresa, in funzione di una presunta necessità di salvaguardare posti di lavoro ed essere parte attiva in piani di sviluppo economico, in una logica concertativa. Qui siamo arrivati alla esplicitazione di un ruolo estremamente innovativo rispetto a quello fin qui conosciuto. Qui si è partecipato a tavoli istituzionali e si sono firmati accordi nei quali è stato messo nero su bianco che i lavoratori appartenenti ad Adl Cobas dovevano essere estromessi dal posto di lavoronei quali si sono sollecitate le forze dell’ordine ad intervenire con la forza a fronte di iniziative di lotta messe in atto per tutelare i posti di lavoro, cancellati grazie ai cambi di appalto. Si può quindi affermare, senza grandi dubbi, che CGIL CISl e UIL sono entrate a far parte a pieno titolo di questo nuovo sistema neocorporativo che caratterizza la fase attuale dello scontro sociale, quanto meno all’interno di questo comparto molto importante del mondo del lavoro. Nella prima vertenza, quella del Prix abbiamo assistito alla sottoscrizione di un documento in Regione con il quale si chiedeva espressamente alle Prefetture venete di risolvere le vertenze sindacali con la Polizia; nella vertenza Alì è stato sottoscritto un verbale di accordo attraverso il quale non avrebbero dovuto entrare al lavoro a seguito del cambio di appalto tutti i lavoratori iscritti ad Adl Cobas perché non avevano firmato il verbale di conciliazione già sottoscritto dalla Cisl; nella vertenza Maxi Di/ Brendolan, anche in questo caso è stato firmato un accordo in Provincia nel quale si offriva su un piatto d’argento all’azienda la possibilità di decidere in modo del tutto arbitrario chi ricollocare nell’occasione della chiusura del magazzino di Montegalda.
A conti fatti, possiamo ben dire che i risultati della strategia messa in campo da questo aggregato neocorporativo sono stati ben pochi e alla ripresa di settembre, la determinazione dei lavoratori a continuare le battaglie avviate, non solo non verrà meno meno, ma avrà nuova linfa per rilanciare con ancora maggiore determinazione gli obiettivi non ancora raggiunti.

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