POLITICHE AMBIENTALI NAZIONALI e LOCALI di Paolo de Marchi

POLITICHE AMBIENTALI NAZIONALI e LOCALI di Paolo de Marchi

I cambiamenti climatici producono effetti e contraddizioni

che vanno colte per invertire le politiche ambientali: alcuni casi locali

Causa la siccità l’inceneritore di San Lazzaro di Padova dovrà molto probabilmente interrompere la sua attività in quanto la quantità di acqua necessaria per il raffreddamento dell’impianto scarseggia e così i rifiuti quotidianamente inceneriti dovranno essere trasferiti in discarica. Si tratta di 500 tonnellate di rifiuto conferite quotidianamente all’incenerimento di cui solo circa 150 sono rifiuto urbano cittadino.

L’emergenza idrica mette a nudo le contraddizioni che stanno alla base della scelta di continuare a puntare nella gestione dei rifiuti sull’incenerimento di una loro parte cospicua – si pensi che a fronte di una produzione nazionale di rifiuti diminuita nel decennio 2010-2020 del 10% e di una raccolta differenziata aumentata dal 35,3% al 63%, la quota incenerita non è affatto diminuita, bensì aumentata a sua volta dal 16,1% al 18,4%.

Il possibile stop all’impianto di San Lazzaro dimostra l’assurdità di puntare su un ulteriore potenziamento delle sue capacità di incenerimento con la prevista quarta linea, scelta che non ha nulla a che vedere con una reale transizione ecologica, bensì con meri calcoli economici di implementazione dei profitti per il gestore.

I cambiamenti climatici, gli effetti sempre più concreti e drammatici che stanno colpendo l’Italia, così come il resto dell’Europa e del mondo, mettono a nudo ritardi e scelte sbagliate delle classi dirigenti che si sono succedute alla guida di diversi governi ma indicano anche chiaramente da dove arrivano le colpe di questo stato di cose: da un sistema capitalistico, predatorio e estrattivo, improntato alla messa a profitto di ogni risorsa del pianeta e che si alimenta producendo diseguaglianze sempre più grandi, miseria e povertà sempre più diffusa, forme sempre più estreme di sfruttamento e creazione di nuove schiavitù.

In questa cornice, affatto apocalittica ma, purtroppo, realistica, di distruzione ambientale e di ingiustizie sociali, un caso locale come il possibile fermo dell’inceneritore di San Lazzaro potrebbe sembrare questione eminentemente tecnica, legata alla particolare congiuntura di siccità che la pianura padana sta vivendo attualmente. Se, invece, ci si sforza di inserirlo in un contesto più grande possiamo cogliere, appunto, la contraddizione di un impianto, sbandierato come modello di economia circolare, alimentatore invece di costante produzione di rifiuto indispensabile alla sua esistenza. Senza rifiuto non può esserci inceneritore e quindi profitto dall’incenerimento mentre si può praticare la riduzione sempre maggiore di produzione di rifiuti e il loro riutilizzo senza bisogno di conferirli all’incenerimento.

La quarta linea in progetto per l’impianto di Padova necessiterà, se costruita, di ulteriori quantitativi di rifiuto che inficeranno gli sforzi di molti che attraverso quotidiane pratiche virtuose contribuiscono a creare meno rifiuti, a rendere più efficienti la loro selezione e differenziazione spinta, il riutilizzo e riciclo di una sua parte. E’ quindi opportuno sfruttare questo momento, questa possibile interruzione della produzione per ripensare non solo alla non necessità di una quarta linea ma dello stesso inceneritore, riaprendo la discussione in città su un maggiore investimento sulla raccolta differenziata porta a porta e su tutte quelle pratiche che il concetto di “Rifiuto zero” ha da tempo indicato come praticabili per rendere ininfluente il ricorso all’incenerimento dei rifiuti, pratica inquinante per l’ambiente e dannosa per la salute dei cittadini.

Riapriamo quindi la discussione e la mobilitazione così come si è fatto il 9 luglio scorso per un’altra contraddizione, in questo caso una pratica industriale predatorio delle risorse idriche nel nome del profitto: la mobilitazione promossa da ADL-cobas, Rise Up4 Climate Justice e Centri Sociali del Nord Est davanti allo stabilimento Coca-Cola di Nogara (VR) per denunciare il prelievo annuo di un miliardo e mezzo di litri d’acqua a un prezzo irrisorio (13.400 euro annui) che consente alla multinazionale un guadagno di milioni che finiscono, grazie ad un sistema di holding, in paradisi fiscali.

Anche questo caso, apparentemente specifico e locale, mette in luce l’assurdità del sistema delle concessioni a basso costo per il prelievo dalle falde idriche di un bene di tutti per il profitto di pochi e evidenzia l’ipocrisia delle dichiarazioni degli esecutivi nazionali e regioni relative ai piani di contrasto all’emergenza siccità. Provvedimenti emergenziali che di fatto proteggono lo stesso sistema che è concausa dell’attuale emergenza idrica – predazione della risorsa acqua, impianti acquedottistici non efficienti e privatizzazione degli enti gestori, produzioni agroalimentari intensive insostenibili solo per citarne alcuni. La mobilitazione invece rilancia la necessità di una riappropriazione dal basso della salvaguardia e della gestione di beni comuni come l’acqua.

Nessuna transizione ecologica è alle porte se la lasciamo nelle mani del Governo Draghi, del Ministro Cingolani e dei gruppi di interesse che traggono profitto dalla predazione delle risorse naturali, dalla loro privatizzazione, dalla produzione fossile energetica e dalle speculazioni messe in atto dal sistema finanziario e bancario. Di crisi in crisi, di emergenza in emergenza, da quella pandemica a quella geopolitica, da quella idrica a quella alimentare, lo stesso sistema che ne è causa principale ripropone sempre la stessa soluzione neoliberista basata sulla produzione fossile come caposaldo energetico per i prossimi decenni a discapito e marginalizzazione delle possibili alternative energetiche sostenibili, riproponendo ancora il ricorso al carbone da un lato e al nucleare dall’altro; propina razionamenti dell’erogazione idrica invece di investire su un cambio radicale di prospettiva nella salvaguardia e gestione della risorsa; ripropone la produzione intensiva alimentare monoculturale e il sistema dei grandi allevamenti, rilanciando ogm e fertilizzanti chimici.

E’ tempo di reagire. Un primo appuntamento su cui, tutti, convergere è – senza dubbio – la giornata di mobilitazione e lotta indicata da Friday for Future per il prossimo 23 settembre.

E’ tempo di global strike