L’offensiva di Amazon nel Nord Est Gruppo Nord Est di inchieste dal basso

L’offensiva di Amazon nel Nord Est Gruppo Nord Est di inchieste dal basso

La pandemia del Covid-19 ha determinato la crescita dei consumi online, accelerando l’espansione della logistica in generale e del suo più grande colosso, Amazon, in particolare. L’offensiva di Jeff Bezos, oggi l’uomo più ricco del mondo (anche se tallonato da Elon Musk) con un patrimonio netto di 189 miliardi di dollari, sta investendo anche i nostri territori. Amazon vuole infatti costruire un hub da 59.000 mq a Roncade (Tv), progetto che si aggiunge a quello di un maxi polo da 336.000 mq a Casale sul Sile (Tv), già osteggiato dal Comitato No Maxi Polo Casale a causa del danno ambientale legato al consumo di suolo e all’inquinamento atmosferico. Sono invece già attivi i depositi di smistamento di Vigonza (Pd) e Verona e il polo di Castelguglielmo (Ro). Quest’ultimo è lo stabilimento Amazon più grande e tecnologicamente avanzato esistente nel Nord Est, vale dunque la pena di soffermarvisi.

Il polo rodigino, inaugurato nel settembre del 2020, copre un’area di 189.000 mq tra i comuni di Castelguglielmo e San Bellino. Si lavora a ciclo continuo su tre turni da otto ore, i cui orari di inizio e fine sono variabili a seconda delle mansioni. Almeno fino a dicembre, i posti di lavoro a tempo indeterminato erano 220, molti dei quali manager, impiegati e tecnici. Tuttavia, a novembre, la forza lavoro complessiva aveva superato le 900 unità. I dipendenti assunti a tempo determinato tramite agenzie interinali erano infatti oltre tre volte il numero di quelli a tempo indeterminato, in deroga al contratto nazionale della logistica che recita invece: “L’insieme dei lavoratori assunti con contratto a tempo determinato e di somministrazione non potrà superare il 27% dei lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato a livello azienda e del 47% a livello di ogni unità produttiva”.

I lavoratori e le lavoratrici somministrati da agenzie interinali si dividono tra coloro che hanno un contratto a tempo pieno e quelli che hanno un contratto Mog (Monte ore garantito). Il contratto Mog garantisce due o tre turni da otto ore a settimana, più frequentemente nel weekend quando i dipendenti a tempo pieno sono meno disponibili. L’azienda può però offrire di volta in volta turni aggiuntivi che i dipendenti sono “liberi” di accettare o meno. Amazon fa un uso massiccio di contratti Mog che, sommato alla deroga sul lavoro interinale, rende la precarietà lavorativa nello stabilimento di Castelguglielmo superiore alla media delle altre grandi aziende del settore, come dimostrato dal fatto che 3-400 lavoratori interinali sono stati lasciati a casa finita l’alta stagione natalizia.

Un gran numero di lavoratori si sono spostati da altre regioni – tra cui Lazio, Campania, Sicilia – per tentare la sorte con un’azienda prestigiosa come Amazon, che ha anche messo in campo una notevole charme offensive in occasione dell’insediamento nel rodigino. Questo ha determinato un innalzamento degli affitti negli scarsi alloggi delle zone vicine, cosicché diversi dipendenti hanno trovato più “conveniente” dormire in camper o in macchina nel parcheggio del magazzino, anche in modo da intercettare più celermente i turni in eccesso al monte ore garantito. È dunque vero che coloro che sono riusciti a farsi allocare un gran numero di turni aggiuntivi nei due mesi di alto traffico hanno portato a casa salari relativamente cospicui. Questo si dà però nei casi di operatori qualificati (es. conoscenza di certe lingue) oppure di coloro che possono e vogliono pagare un caro prezzo in termini di una flessibilità estrema. È d’altronde noto che i magazzini Amazon di tutto il mondo hanno un altissimo tasso di turnover di dipendenti.

La precarietà si accompagna ad alti livelli di automazione. I tir in arrivo vengono scaricati con transpallet elettrici e i colli vengono poi smistati con l’ausilio di lettori di codici a barre e nastri trasportatori. Una volta giunte ai piani superiori, che sono quelli adibiti a magazzino, le merci vengono ordinate in scaffali dagli stowers (stivatori). A quanto pare, il polo di Castelguglielmo è uno dei più avanzati d’Europa nell’uso dei discendenti dei Kiva Robots, oggi sviluppati direttamente da Amazon Robotics. Questi automated guided vehicles (Agv) sono in sostanza transpallet automatici, privi di conducente ma muniti di sensore e collegati via Gps a un sistema informatico che ne dirige il traffico. In parole povere, quando un prodotto dev’essere spedito, il robot si porta sotto lo scaffale in cui esso è contenuto e lo porta ai pickers o pickeristi che lo inviano ai packers (impacchettatori) per la spedizione. Gli Agv riducono il numero medio di chilometri percorsi ogni giorno dagli operatori, ma riducono anche il numero degli operatori stessi. A giugno 2019, erano già 200.000 gli Agv al lavoro per Amazon.

Agv nel magazzino di Castelguglielmo

Che dire di questo mondo nuovo? I più o meno interessati difensori di Amazon ripetono la cantilena secondo cui val la pena di pagare la cementificazione del suolo, l’inquinamento dell’aria, la precarizzazione del lavoro e l’atomizzazione sociale in cambio dei famosi posti di lavoro. Tuttavia, l’automazione genera nuovi posti di lavoro a salari e condizioni comparabili a condizione di una proporzionale crescita economica. Si dà però il caso che nel 2019 il Pil pro capite italiano fosse più basso che nel 2006. Questo senza contare il crollo di 8-9% del Pil nell’anno pandemico 2020. Il resto del mondo non se la sta passando molto meglio, tant’è che è tornata in auge l’espressione “stagnazione secolare” per descrivere la nostra epoca.

Pil pro capite, Italia, 2000-2019. Banca Mondiale.

In sostanza, se la torta invece che espandersi si contrae o resta invariata, la macchina effettivamente ne “ruba” una fetta alla forza lavoro. Tanto più se, come simboleggiato dalla scandalosa elusione fiscale di Amazon tra gli altri, la ricchezza sociale generata con l’ausilio delle macchine non viene redistribuita in forma di maggiori welfare e reddito, riducendo così l’orario di lavoro, ma va ad accrescere la quota del profitto nell’economia. E siccome i meccanismi di sostegno al reddito esistenti non permettono ai più di vivere senza lavorare, l’automazione senza crescita più che tradursi in disoccupazione di massa genera precarizzazione di massa. Dietro la macchina si nasconde infatti il capitale, e la tecnologia capitalista non è uno strumento neutrale ma riflette i rapporti di forza che percorrono la società. Essa segue una traiettoria di sviluppo strutturalmente volta a contenere i salari, aumentare la flessibilità e intensificare i ritmi di lavoro. Per quanto possano commentare i lacchè da tastiera che magnificano il caffè gratis dalle macchinette aziendali, è sufficiente guardare il declino della quota del salario negli ultimi decenni per afferrare l’essenza dell’uso capitalistico delle macchine.

Quota dei salari nel reddito totale nei paesi G20, 1960-2015

Amazon è un perfetto esempio specifico. Le tecnologie sviluppate dalla multinazionale costringono al ciclo continuo e quindi al lavoro notturno e mirano a sorvegliare in tempo reale i movimenti dei lavoratori tramite sensori funzionali all’intensificazione dei ritmi e all’abbattimento dei tempi morti. Ma bisogna cogliere anche l’effetto Amazon sulla composizione della forza lavoro al di là dei magazzini della multinazionale di Seattle. Amazon, infatti, si pone in concorrenza con le altre grandi aziende della logistica e con parte della distribuzione commerciale. L’annichilimento dello spazio attraverso il tempo, di cui Amazon rappresenta oggi la punta più avanzata, comprime quella media sociale che è il tempo di lavoro socialmente necessario e trasmette tale pressione agli altri operatori attraverso la competizione di mercato. Di fronte all’automazione e precarizzazione targate Amazon, le grandi aziende della logistica si troveranno nel lungo termine di fronte a delle scelte: imitare le tecnologie e l’organizzazione del lavoro di Amazon, ristrutturando e tagliando gli organici, oppure perdere quote di mercato, rischiando al limite il fallimento. Le piccole cooperative e i padroncini della logistica, invece, continueranno probabilmente a svolgere il loro ruolo complementare di bassi livelli tecnologici e pratiche ai limiti o all’esterno della legalità.

L’offensiva di Amazon nel Nord Est costituisce, in ultima analisi, l’espressione locale di un attacco a un segmento della composizione di classe, quello della logistica, che ha costruito nel corso dell’ultimo decennio un alto livello di rigidità e capacità di lotta in un settore non delocalizzabile. La risposta al piano di Amazon passa per l’organizzazione nei posti di lavoro, ma anche per l’opposizione territoriale alla devastazione ambientale del colosso di Seattle e l’imposizione di riforme fiscali in direzione nettamente redistributiva

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